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Manipolazione: saperla riconoscere.

La manipolazione psicologica avviene attraverso delle buone modalità comunicative e il manipolatore ha spesso tratti narcisistici o psicopatici.

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo (Zimbardo, 2008): un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile. 

Andrea Ferrari, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità

(Joseph Conrad).

In cosa consiste la manipolazione psicologica

Messaggio pubblicitarioNel realizzare questa breve guida abbiamo tentato di ampliare i canoni della letteratura psicologica divulgativa, solitamente dominata da articoli che descrivono come possiamo ottenere un maggior benessere personale, cosa influenza le relazioni sentimentali o su come andare d’amore d’accordo con il nostro partner, figli, colleghi di lavoro ecc. Altri articoli, di stampo più specialistico, forniscono informazioni utili ad una platea di professionisti delle discipline psicologiche, aggiornandoli su nuove procedure diagnostiche, tecniche di intervento, studi di efficacia ecc.

D’altra parte, chi ha mai detto che la psicologia è solo una disciplina di aiuto? È probabile che il lettore profano, dinanzi alla parola psicologia, si immagini di calarsi all’interno di uno studio finemente arredato, con il pavimento in legno e le pareti dominate da acquerelli, attestati e un’immensa libreria di noce. La sua immaginazione lo porterà, quindi, su un divano comodo su cui stare seduto, o anche sdraiato, raccontando ciò che gli passa per la testa ad un signore barbuto, intento a prendere appunti.

Oggi vorremmo offrirvi un’immagine molto meno rassicurante, conducendovi all’interno di una stanza polverosa e chiusa a chiave, senza finestre, con la luce spettrale di un neon che illumina il volto del vostro interlocutore, intento a fumarsi una sigaretta mentre il suo sguardo, torvo, non abbandona neanche per un istante i vostri occhi; sa che, presto o tardi, gli direte ciò che vuole sentirsi dire.

Lo studio dei processi di manipolazione, suggestione e influenzamento è un tema caro alla psicologia sociale, che se ne occupa da decenni. La fine della II guerra mondiale costrinse il mondo occidentale a riflettere sui regimi totalitari, sollevando interrogativi inquietanti sul contributo di ciascun individuo nella genesi e nel mantenimento di sistemi politico-sociali basati sulla restrizione delle libertà, sulla violenza e sulla giustificazione dei crimini più atroci.

Milgram (1974) dimostrò in modo magistrale ciò che Hannah Arendt, quasi contemporaneamente, scriveva mentre assisteva al processo di Adolf Eichmann a Gerusalemme: un uomo qualunque, inserito in un contesto socioculturale favorente, potrebbe diventare uno spietato gerarca nazista.

Milgram individuava nell’obbedienza, e nel timore di contraddire una fonte di autorità i fattori in grado di far compiere un’azione brutale, come somministrare una scarica elettrica ad alto voltaggio ad una persona indifesa. Tuttavia, la descrizione che la Arendt fa di Eichmann evidenzia fattori ancora più inquietanti nella loro meschinità, come il carrierismo e il bisogno di conformarsi ad un sistema gerarchico, oltre ad una incapacità di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Da una parte il timore di contraddire un’autorità, dall’altra il desiderio di esserne complici, indipendentemente dalle implicazioni morali.

Ma fermiamoci qui. Mentre questi esempi riguardano processi di influenzamento, in cui una persona si adegua in modo più o meno cosciente a decisioni imposte, nei processi più francamente manipolativi, la vittima viene soggiogata nel modo di pensare e percepire la realtà, convincendosi di quanto gli viene inculcato.

La manipolazione psicologica in ambito forense

La comprensione dei fenomeni di manipolazione psicologica è particolarmente importante per la psicologia forense, che tra le varie cose si occupa di come le testimonianze giuridiche possano essere influenzate dalle condizioni psicologiche del testimone. Il fenomeno delle false confessioni ne è forse l’esempio più significativo. Pare inoltre che le forze investigative negli USA (ma non solo negli USA) siano facili a confondere la conduzione di un interrogatorio con l’estorsione di una confessione. Va detto che nel sistema giudiziario degli Stati Uniti, la confessione di un imputato assume un valore probatorio decisivo per le sorti di un processo, anche nei casi in cui vi siano scarse evidenze fattuali. Nel 25% dei casi in cui una persona è stata scagionata grazie all’esame del DNA, l’imputazione era avvenuta tramite una falsa confessione (Kassin et al, 2009).

Anche se starete pensando di non essere i tipi da confessare uno stupro o un omicidio che non avete commesso, le ricerche indicano che le persone innocenti sono particolarmente vulnerabili durante gli interrogatori. Secondo Redlich e Meissner (2009) negli Stati Uniti vi sono diverse modalità per condurre un interrogatorio allo scopo di produrre (o estorcere) una confessione, tutte accomunate da tre fasi:
– Isolamento: il sospettato viene detenuto in una piccola stanza e lasciato solo, non gli è permesso di contattare un avvocato di fiducia. Il soggetto trattenuto è così incoraggiato a vivere una condizione psicologica di precarietà, con sentimenti di ansiae insicurezza.
– Confronto: Gli investigatori assumono per principio che la persona che si trovano davanti sia IL colpevole. Quindi, glielo comunicano in modo esplicito, affermano di avere delle prove in mano che consentono di incriminarlo (è utile ricordare che alla polizia è legalmente permesso di mentire), che non gli conviene negare le sue colpe, e che queste comportano gravi conseguenze.
– Minimizzazione: in questa fase chi conduce l’interrogatorio assume un atteggiamento empatico con il sospettato, allo scopo di guadagnare la sua fiducia, gli offre delle giustificazioni per il crimine che (non) ha commesso.

Gli amanti delle serie TV potranno osservare un interrogatorio così descritto nella prima stagione di True Detective, operato da un convincente Matthew McConaughey. E se state pensando che, almeno in Italia, certe cose non accadano, vi invitiamo a leggere questo articolo di Kassin (2012) che dedica particolare attenzione al caso di Amanda Knox, e del delitto di Perugia. Possiamo quindi concludere che gli interrogatori sono un setting ideale per esercitare una manipolazione psicologica.

È interessante osservare come queste modalità di conduzione degli interrogatori sembrano adattarsi al modello circolare dell’abuso di Walker (1979): secondo l’Autrice, la genesi delle violenze domestiche seguirebbe quattro fasi, indicate come
1) Incremento della tensione: la comunicazione tra partner abusante e vittima si interrompe, quest’ultima si sente spaventata e avverte il bisogno di placare la rabbia dell’abusante.
2) Incidente: Il partner abusante manifesta rabbia nei confronti della vittima ed esercita minacce e intimidazioni, si verifica un abuso, a livello verbale, fisico o comportamentale.
3) Riconciliazione: il partner abusante si scusa e si giustifica incolpando la vittima, nega il comportamento di abuso o ne minimizza la gravità;
4) Calma: l’incidente viene “dimenticato”, e non si verificano altri abusi. I partner vivono una “luna di miele” fittizia.

Alla luce delle somiglianze tra i due modelli, non appare azzardato affermare che le false confessioni sono ben più di una tecnica di manipolazione, bensì appaiono come una forma sottile e raffinata di tortura: anche se questo termine non compare mai nei modelli descritti, è evidente che la vittima di questi processi si ritrovi a vivere in uno stato di paura e di sottomissione, con l’impossibilità di chiedere aiuto o uscire dalla relazione. Ne consegue che l’unico modo per cavarsela è acconsentire alle richieste di chi detiene il potere nella relazione.

Un altro fattore che può contribuire ad assoggettare chi subisce un interrogatorio è la mancanza di riposo. Un recente studio di Frenda coll. (2016) ha indagato il ruolo della deprivazione dal sonno impiegando un metodo sperimentale. La variabile dipendente consisteva nell’ammissione di aver compiuto un fatto che non si era commesso, ovvero la produzione di una falsa confessione. II 50% dei soggetti assegnati al gruppo sperimentale, che avevano trascorso una notte in bianco al laboratorio universitario, producevano una falsa confessione, contro il 18% dei soggetti di controllo.

La manipolazione psicologica avviene attraverso una buona comunicazione

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo (Zimbardo, 2008): un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile. A questo proposito può essere molto utile conoscere i sei principi della persuasione sociale illustrati da Robert Cialdini (2009):

1) Reciprocità: o principio del “ti offro un dito per prenderti il braccio”, indica la nostra tendenza a ricambiare un favore che ci viene offerto. Una tecnica di persuasione che sfrutta questo principio è quella dei campioni gratuiti, si fornisce ai clienti una piccola quantità di prodotto con l’ “innocente” intenzione di informare il pubblico, mentre ciò mette in moto l’obbligo di ricambiare il dono.
2) Impegno e coerenza: il bisogno di apparire coerenti con ciò che abbiamo fatto ci induce un cambiamento mentale che supera le pressioni personali e interpersonali nello sforzo di essere coerenti con quell’impegno. Una tattica persuasiva che sfrutta questo principio è la tecnica del “piede nella porta” che consiste nell’ottenere grossi acquisti cominciando con uno piccolo.
3) Riprova sociale: talvolta, nel decidere che cos’è giusto per noi, ci è di aiuto cercare di scoprire cosa gli altri considerano giusto. Ad esempio, tendiamo a considerare più adeguata un’azione quando la fanno anche gli altri. L’impiego dei testimonial nella pubblicità è una delle trasposizioni pratiche di questo principio, un altro esempio sono le risate finte nelle sitcom.
4) Simpatia: di regola preferiamo acconsentire alle richieste delle persone che conosciamo e che ci piacciono, o che percepiamo come simili a noi. I mariti rimasti vittime dei Tupperware party riconosceranno gli effetti drammatici che questo principio, apparentemente così innocuo, ha sulla nostra pazienza.
5) Autorità: o principio del Megadirettore galattico, indica il senso di deferenza verso l’autorità per cui tendiamo a seguire fino all’estremo l’ordine di una persona autorevole (o presunta tale) in un determinato campo. È il motivo per cui si usano i dentisti negli spot sui dentifrici.
6) Scarsità: un prodotto diviene più attraente quando la sua disponibilità è limitata. Questo principio rappresenta inoltre un ottimo deterrente alla procrastinazione: avete mai sentito parlare della “corsa all’ultimo acquisto”? Sulla base di questo principio i venditori usano frequentemente le tattiche del numero limitato, o dell’offerta valida per pochi giorni.

Le caratteristiche di chi compie la manipolazione psicologica

Messaggio pubblicitarioPassiamo infine alla descrizione delle caratteristiche psicologiche del manipolatore: se questa è la carriera che desiderate intraprendere, potrebbe esservi di aiuto possedere di tratti di personalità afferenti alla triade oscura (Furnham et al., 2012; Paulhus & Williams, 2002), ovvero un costrutto impiegato per descrivere una costellazione di tre tratti di personalità:
– narcisismo: tratto di personalità che descrive individui che tendono ad apparire ambiziosi, determinati e dominanti nelle relazioni interpersonali, fino ad esibire un senso di superiorità;
– machiavellismo: tratto di personalità che descrive individui con una forte tendenza al cinismo, alla scarsa considerazione per i principi etici e morali, con la tendenza a manipolare gli altri per raggiungere i propri scopi;
– psicopatia: è considerato il tratto più maligno della triade oscura, descrive persone caratterizzate da scarsi livelli di empatia, in combinazione ad alti livelli di impulsività e ricerca di eccitazione. Molti di questi individui manifestano condotte francamente antisociali.

Ora che, in questa breve guida, abbiamo illustrato le principali conoscenze teoriche sulla manipolazione psicologica, siamo certi che la vostra fiducia nel genere umano non sia di certo aumentata. Riteniamo però che conoscere questi processi sia il necessario presupposto per potersi difendere, ricordando al lettore di stare in guardia quando il nostro interlocutore ci evoca sensazioni di insicurezza o di franca minaccia, o quando ad un comportamento seduttivo fanno seguito richieste di impegno (economico, affettivo, lavorativo…), alle quali sente di faticare a sottrarsi. Le domande da farsi in questi casi sono “cosa sta tentando di ottenere rivolgendosi a me in questo modo?”, “mi riesce davvero impossibile sottrarmi?”, “ci sono argomentazioni contrarie da opporre?”. Riconoscere il comportamento manipolativo è il primo passo per potersi sottrarre ad esso, con la necessaria fermezza che deriva dalla consapevolezza dei propri diritti che mai, debbono essere calpestati, sia tra le mura di casa, sia nelle aule della giustizia.

Tuttavia, la manipolazione psicologica fa parte della vita, e non vogliamo invitare il lettore a diventare paranoide nel tentativo di difendersi da minacce sconosciute. Tralasciando casi estremi come gli interrogatori di polizia, essere persuasi, ma anche lasciarsi infinocchiare, sono esperienze comuni; per chi ha un’impresa non è raro subire una truffa da un cliente o un fornitore, così come per chi è in cerca dell’amore della vita, non è raro subire il fascino di persone con intenzioni meno nobili. Ma queste esperienze, per quanto spiacevoli, non sono la prova di una sconfitta: possiamo incassare colpi sporadici senza perdere fiducia e positività nell’affrontare la vita, consapevoli che il mondo non è sempre un luogo rassicurante in cui vivere.

Bibliografia

  • Arendt, H. (1963). La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. collana Universale economica.Saggi, Milano, Feltrinelli.
  • Cialdini R. (2009). Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di si. Firenze, Giunti.
  • Frenda, S.J., Berkowitz, S.R., Loftus, E.F.,& Fenn K.M. (2016) Sleep deprivation and false confessions. PNAS February 23, 2016 vol. 113 no. 8 2047-2050
  • Furnham, A.; Richards, S.C.; Paulhus, D.L. (2013). “The Dark Triad of personality: A 10 year review“. Social and Personality Psychology Compass 7 (3): 199–216.
  • Kassin et al., (2009). Police-Induced Confessions: Risk Factors and Recommendations. Law and Human Behavior, 2009. Univ. of San Francisco Law Research Paper No. 2010-13
  • Kassin S.M. (2012). Why confessions trump innocence. American Psychologist, vol 67 (6), 431-445.
  • Milgram, S. (1974). Obbedienza all’autorità. Einaudi (2003)
  • Paulhus, D.L., & Williams, K.M. (2002). The dark triad of personality. Journal of Research in Personality, 36, 556-563.
  • Redlich A.D., Meissner C.A. (2009). Techniques and controversies in the interrogation of suspects: The artful practice versus the scientific study. In J. L. Skeem, K. Douglas, & S. Lilienfeld (Eds.), Psychological science in the courtroom: Controversies and consensus. Guilford Press (2009)
  • Simon, George K (1996). In Sheep’s Clothing: Understanding and Dealing with Manipulative People.
  • Zimbardo P. (2007) The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil, Random House, New York
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Narcisismo Psicologia

Narcisimo e dintorni…

Il narcisismo è davvero un disturbo così diffuso?  Indubbiamente sì. La stima più accreditata risale al 2010 dove, in una ricerca, è stato affermato che il disturbo narcisistico può interessare fino al 6% della popolazione. In più, la ricerca mostra un’incidenza superiore tra il pubblico maschile. Questa percentuale, seppure accreditata, sembra essere sottostimata.

Secondo una meta analisi condotta nel 2015, si è stabilito che il narcisismo sembrerebbe essere “percepito come in aumento” soprattutto tra le nuove generazioni. E’ chiaro che si tratta di un problema molto sentito e indubbiamente attuale.

Se è vero che il narcisismo è un disturbo molto diffuso, è altrettanto vero che esistono molte tipologie di narcisismo, classificate da vari autori seguendo diversi criteri. Nelle descrizioni più diffuse, il narcisista è una persona senza scrupoli, camaleontica e machiavellica ma vedremo che non è sempre così.

Sottotipi di Narcisismo:
«fare di tutta l’erba un fascio»

«Fare di tutta l’erba un fascio»: questa frase fatta è un po’ l’emblema di ciò che sta accadendo con il narcisismo

Indica l’atteggiamento di chi, trattando un determinato argomento, generalizza eccessivamente, non considerando (volontariamente o involontariamente) le differenze e le distinzioni tra i vari tipi di “erba” che pretende di riunire in un unico “fascio”. E’ quello che sta accadendo con il narcisismo ma, in fondo, è ciò che fa anche il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali quindi è una tendenza da biasimare solo per metà.

Sebbene i sottotipi non siano citati nel Manuale diagnostico (DSM V), riporto di seguito i cinque sottotipi di narcisismo patologico segnalati da Theodore Million, psicologo statunitense famoso proprio per i suoi lavori sui disturbi di personalità.

1. Narcisista senza scrupoli
Presenta tratti del disturbo antisociale di personalità

E’ un po’ l’equivalente del nostro narcisista perverso. Presenta spiccati tratti di personalità antisociale che si intersecano con il suo disturbo di personalità di base. E’ privo di rimorsi, arrogante, sfruttatore, manipolatore, vendicativo, non presenta una morale ne’ il minimo rispetto per il prossimo. Il suo profilo si avvicina molto a quello dello psicopatico e, marginalmente, a quello del sociopatico così come ti ho spiegato nell’articolo “Differenza tra narcisista, sociopatico e psicopatico.

2. Narcisista compensativo
Presenta tratti del disturbo evitante di personalità.

E’ probabilmente il sottotipo più vulnerabile. Compensa i suoi sentimenti di bassa autostima con la credenza di essere superiore agli altri. E’ convinto di essere unico e speciale e può avere tratti di personalità in comune con il disturbo evitante di personalità.

3. Narcisista seduttivo
Presenta tratti del disturbo istrionico di personalità.

Al suo disturbo di personalità di base, si aggiungono tratti della personalità istronica. Quindi abbiamo un narcisista che ama stare sotto i riflettori e fa di tutto per mantenersi al centro dell’attenzione. Tende a essere un bugiardo patologico, un adulatore e ad attuare atteggiamenti seducenti, a sfondo sessuale. Per i tratti delle personalità istrionica, ti invito a leggere il mio ultimo articolo “Disturbo istrionico di personalità, riconoscerlo nel partner, nel genitore o nell’amico“.

4. Narcisista elitario

E’ una variante del “modello puro” ma qui c’è una spiccata propensione alla scalata sociale. Si sente un privilegiato ma la sua facciata ha poco a che fare con la realtà, cerca una vita facilitata e agiata e vive con la paura di essere “normale”.

5. Narcisista puro

Abbraccia i criteri diagnostici presenti nel DSM V e manca di tratti di personalità istrionici, antisociali o evitanti. Non presenta empatia e i rapporti che riesce a instaurare mancano di reciprocità, si pone elevati standard, si sente unico e si aspetta di essere riconosciuto dal prossimo. Presenta una “naturale predisposizione” per la ledership, è competitivo e, come qualsiasi sottotipo di narcisista, è manipolativo.

Classificazione breve

Sono molti gli autori che si sono dedicati all’individuazione dei vari sottotipi di narcisismo. Per esempio, abbiamo ancora:

1. Narcisista paranoico
Presenta tratti del disturbo paranoico di personalità

Come tutti i sottotipi di narcisista, anche questo manca di empatia, mostra disprezzo e arroganza verso il prossimo e teme, che, per invidia o altre motivazioni, gli altri possano sabotarlo, parlare male di lui o lederlo in altri modi.

2. Narcisista hedonista

E’ un mix dei primi quattro sottotipi di narcisista di Millon. Può alternarsi in fasi e oscillare, quindi può essere da un lato sensibile al rifiuto e vulnerabile come il tipo compensativo, ma anche grandioso come il tipo elitario. Può adottare una condotta autodisturbante, può arrivare a tagliarsi fuori dalla società o, al contrario, averne bisogno come il tipo istrionico/seduttivo.

3. Narcisista maligno

E’ molto simile al primo sottotipo di narcisista di Millon, quindi anche in questo caso possono esserci spiccati tratti di personalità antisociale ma, in più, possono esserci tratti di personalità paranoica e spiccata propensione al sadismo. Il termine “narcisismo maligno” è stato introdotto per la prima volta da Erich Fromm nel 1964, il concetto è stato ripreso e rivisitato da più autori.

La classificazione più nota: covert & overt

La teoria di Wink (1991) è indubbiamente la più nota, quindi l’ho riservata per ultima. L’autore ha teorizzato l’esistenza di due diversi tipi di narcisismoovert e covert. Il narcisista overt ha spesso pensieri di superiorità, autosufficienza e controllo sugli altri, mentre il narcisista covert manifesta emozioni come rabbia e vergogna, ed è afflitto da pensieri di fallimento costante da cui deriverebbe la paura di un rifiuto relazionale. Vediamo tutti i dettagli.

Narcisismo overt

Il narcisista overt presenta un’elevata autostima e una bassa tolleranza alle critiche. Presenta un comportamento sicuro o svalutante e un livello ridotto di ansia nelle relazioni sociali. Mostra, altresì, un evidente distacco emotivo e denigra le relazioni affettive fino a evitarle perché potrebbero minare la propria grandiosità. Le caratteristiche principali del narcisismo overt sono quelle che nelle altre classificazioni incarnavano il sottotipo PURO, vale a dire: atteggiamento sprezzante e superiore, ossessione per il successo, necessità di dominare o comandare, mancanza di empatia, relazioni sociali superficiali e aride.

Narcisismo covert

Il narcisista covert, invece, è sensibile alle critiche, rumina costantemente e mostra scarsa autostima. Lo stile di attaccamento è impaurito, con manifestazione di ansia costante cui segue evitamento delle relazioni.

Il narcisista covert sperimenta, nelle relazioni, una costante paura del rifiuto e dell’abbandono. Il narcisista covert si presenta come introverso, vulnerabile e molto sensibile. La sua sensibilità è legata soprattutto al giudizio e alle critiche altrui, teme costantemente la svalutazione di sé tanto da scattare sulla difensiva in ogni argomento che può mettere in dubbio il suo operato. Tende a idealizzare gli altri.

Anche nella forma di narcisismo covert, però, non mancano sentimenti di grandiosità, più difficili da identificare perché camuffati da timidezza, introversione e sintomi depressivi. Il narcisista covert ha difficoltà a mantenere relazione a lungo termine, può avere tratti di personalità in comune con il disturbo borderline di personalità (proprio per la spiccata paura dell’abbandono) e un atteggiamento ipercritico nei confronti degli altri nonché di se stesso.

Per approfondire alcune dinamiche comportamentali, comuni tra narcisismo covert, overt e disturbo borderline di personalità ti invito a leggere il mio articolo: differenze tra disturbo Borderline e Narcisismo.

Similitudini tra narcisismo overt e covert

Sia nella forma overt che covert i narcisisti sono affamati di ammirazione costante, fantasie di grandezza, sensazione che tutto gli sia dovuto… Entrambi i tipi di narcisisti rafforzano l’autostima attraverso l’ammirazione altrui, tendono alla manipolazione e all’arroganza. Sono entrambi presuntuosi, solo che la presunzione del covert è più celata, tendono a essere critici (il covert anche con se stesso), trascurano i bisogni altrui perché neanche li riconoscono e possono avere difficoltà nel controllare gli impulsi (soprattutto quando i profili incorporano tratti di personalità borderline, e divengono caratterizzati da un elevato grado di instabilità emotiva e comportamentale).

Entrambi i tipi di narcisisti presentano una spiccata grandiosità ma cambiano le modalità di manifestazione. Gli overt sono grandiosi e arroganti per riuscire a camuffare l’insicurezza e la depressione. Al contrario i covert sono insicuri e timidi per nascondere il nucleo grandioso.

Correlazione tra narcisismo e altri disturbi

Ancora, stando alle statistiche, il disturbo narcisistico di personalità presenta un elevato tasso di comorbilità con altri disturbi dell’umore o del comportamento: disturbi depressivi, dissociativi, disturbi alimentari, disturbo bipolare e soprattutto abuso di sostanze.

Fonte dati:
Prevalence and Treatment of Narcissistic Personality Disorder in the Community: A Systematic Review“, Comprehensive Psychiatry, 2010.
“Gender differences in narcissism: A meta-analytic review”, Psychological Bulletin, 2015

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Quali sono le vostre riflessioni su questo tema cosi affascinante?

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Manipolazione maligna

La manipolazione psicologica, intesa come strumento per sfruttare l’altro al fine di ottenere da lui una serie di vantaggi per lo più relazionali, può avere infinite sfumature.

Talvolta, le conseguenze sono gravi o gravissime per chi subisce la manipolazione, tanto da minarne l’identità e l’equilibrio emotivo. Altre volte, invece, la manipolazione affettiva all’interno di una relazione può rivelarsi addirittura funzionale al benessere degli individui o della relazione stessa.

Non sempre, infatti, chi manipola lo fa con la consapevolezza di compromettere la relazione. Può anche reagire con sorpresa o sofferenza se messo davanti alle conseguenze disastrose delle sue azioni.

Allo stesso modo, non sempre chi manipola è un narcisista perverso. Spesso è una persona fragile e angosciata dall’idea che debba mentire e alterare la realtà pur di essere voluta da qualcuno. Interiormente coltiva invece la convinzione che nessuno potrà amarla per quel che è realmente.

Come e dove si manifesta la manipolazione psicologica

La manipolazione psicologica può manifestarsi come modalità transitoria in contesti relazionali ambigui, sospesi o in evoluzione. Il corteggiamento tra due persone  può esserne l’esempio eclatante. La fase del corteggiamento è quella in cui solitamente viene utilizzata una sorta di manipolazione strategica, sana entro certi limiti. Cioè la capacità di mostrare all’altro le parti migliori di sé, allo scopo di colpirlo e conquistarlo.

Ancorala manipolazione psicologica può presentarsi in tutte quelle relazioni in cui si assiste ad un disequilibrio tra le parti. Come per esempio nel rapporto tra genitori e figli. In particolare, vi si assiste quando gli adulti sentono la necessità di proteggere i bambini da situazioni che non potrebbero comprendere e che turberebbero il loro equilibrio.

Forse (perché certamente non sempre è vero!) certe omissioni o distorsioni della realtà possono essere interpretate dai genitori come “il male minore”, rispetto ai danni che secondo loro alcune verità potrebbero causare se non attutite da benevoli inganni.

La manipolazione benigna e maligna

La manipolazione, però, può anche avere caratteristiche più “maligne”. Potremmo descrivere le diverse tipologie di manipolazione affettiva come se si collocassero su una sorta di continuum.

Per comprendere la manipolazione psicologica e i suoi effetti può essere infatti utile immaginare una linea continua, compresa tra due estremi. Tra questi si declinano le diverse forme di manipolazione relazionale, da quelle innocue o addirittura benevole (“benigne”) a quelle, invece, perverse (“maligne”).

Manipolazioni benigne

La polarità delle “manipolazioni benigne” include tutti quei comportamenti, atteggiamenti e comunicazioni che, pur distorcendo realtà e informazioni, hanno lo scopo di suscitare nell’altro emozioni positive, o di proteggerlo in una situazione di fragilità.

Per fare un esempio pratico e molto comune, l’organizzazione di una festa di compleanno a sorpresa necessiterà che il festeggiato ignori sino al giorno prestabilito che tutti gli invitati si riuniranno in segreto per festeggiarlo. Tecnicamente, si tratta di una grande manipolazione, ma è senza dubbio benigna e orchestrata collettivamente e a fin di bene.

Sappiamo tutti bene come anche l’affettività sana sia caratterizzata da piccoli inganni, per lo più motivati dal bisogno di tutelare l’altro, accudirlo e creare un clima relazionale stabile e piacevole.

Un elemento distintivo della manipolazione “benigna”, quindi, è che non lede in nessun caso i valori della fiducia e del rispetto verso l’altro. In questi casi, il manipolatore vuole fornire qualcosa di buono all’altro e, allo stesso tempo, desidera condividere il suo benessere e la sua felicità.

Si può affermare che l’estremo positivo del continuum della manipolazione include tutti i “giochi di relazione” in cui entrambi i partecipanti in qualche modo vincono.

Manipolazioni maligne

La polarità opposta, ovvero la manipolazione “maligna”, è rappresentata dal cosiddetto gaslighting. Neologismo introdotto dagli psicologi americani per designare la più alta gradazione di crudeltà, machiavellismo patologico, ricatto emotivo e violenza relazionale.

Il termine è ispirato al film Gas Light del 1944, in cui il protagonista adultero persuade la moglie di essere pazza per nasconderle il tradimento.

Il gaslighting è caratterizzato da azioni consapevoli e calcolate, mirate a confondere la percezione della vittima e a demolire la sua autostima. Ciò in modo da imporre una sudditanza psicologica, con lo scopo primario di ricavare vantaggi a suo discapito.

Il manipolatore “maligno”, o gaslighter, non manifesta empatia per la propria vittima, né si ferma davanti alle drammatiche conseguenze delle proprie azioni. Talvolta neppure quando l’altro perde il controllo, fino a credersi pazzo, fino a percepire come disintegrata la propria identità.

L’obiettivo principale del gaslighting, infatti,  è proprio quello di minare l’autonomia e la capacità valutativa dell’altro; per acquisire il pieno controllo sulla sua vita.

Gli attacchi molto spesso sono subdoli, sotto-traccia, non palesemente riconoscibili né dalla vittima, né tantomeno da chi le sta intorno. Altre volte sono esplosivi e aggressivi e si servono della svalutazione progressiva, del condizionamento e del silenzio. Un’alternanza martellante, tale da destabilizzare anche le identità più strutturate.

Le strategie del gaslighter

La svalutazione progressiva

Per raggiungere l’obiettivo di svalutare progressivamente la propria vittima, inizialmente il manipolatore  “maligno” utilizza una leggera ironia (ad es., sulla forma fisica o sul modo di vestire, di parlare, ecc.).

Poi mira a criticare sempre meno velatamente abitudini, preferenze, tratti del carattere, amici e familiari della vittima.

Infine, si dedica accuratamente e impietosamente all’insinuare dubbi sulla moralità dell’altro, sulla sua lealtà, intelligenza, onestà. Colpisce uno a uno, come birilli umani, tutti i suoi punti di riferimento affettivi per condurla progressivamente all’isolamento, talvolta totale.

La vittima del gaslighter, spesso, non lascerà che lui/lei scenda in campo, e devasterà da sola i legami residui. Questi infatti, per via della manipolazione mentale, le appariranno come ostacoli da rimuovere per conquistare la “terra promessa” dal suo carnefice.

Il condizionamento

Il condizionamento, invece consiste nella somministrazione controllata di piccoli premi ogni volta che la vittima appare esausta e sul punto di crollare. O, meglio ancora, quando si uniforma alle richieste maligne del gasligther (ad es., una cena, qualche parola d’affetto, un impercettibile cenno di stima, ma soprattutto il sesso).

Nelle relazioni sentimentali, che sono il luogo privilegiato di questa manipolazione estrema, la sessualità è somministrata come un narcotico. Con una sorta di attenzione minuziosa e strategica. Quello che la vittima percepisce come passione, come totale fusione con l’altro, dal gaslighter viene invece utilizzato per definire ancora di più il senso di possesso verso l’altro.

Il silenzio manipolatorio

Il silenzio, invece, è la punizione estrema, la strategia preferita per eccellenza del manipolatore “maligno”. Essa consiste nel disconoscimento totale dell’altro, in seguito a quelle che il carnefice definisce come lievissime incongruenze alle proprie pretese.

Il persecutore rifiuta di colpo ogni comunicazione, riesce a dileguarsi e, a differenza della preda, può tollerare lunghi periodi di distacco. Questo perché è cosciente di dover solo aspettare che la punizione abbia il suo effetto.

Nel silenzio, la vittima tenderà a colpevolizzarsi e a commiserarsi per aver causato una rottura così netta ed incomprensibile. Quindi tornerà più debole che mai. Inoltre, se questo non accadesse, il gaslighting prevede che il manipolatore le si riavvicini e approfitti con scaltrezza dello stato di prostrazione in cui l’ha gettata sparendo improvvisamente.

Il manipolatore patologico

Svalutazione progressiva, condizionamento psicologico e silenzio inquadrano la manipolazione “maligna” nella sua forma estrema del gaslighting. Allo stesso tempo, identificano nel narcisismo patologico e nella sociopatia i tratti personologici prevalenti del persecutore.

Conoscere ed imparare a esplorare il continuum della manipolazione, compreso tra una polarità “benigna” e una “maligna” del gaslighting può aiutarci a chiarire le differenze tra le varie caratteristiche di personalità dei manipolatori. Ciò al fine di individuare prima possibile certe caratteristiche all’interno di una relazione e chiedere immediatamente aiuto.

Una più precisa comprensione delle dinamiche innescate dalle diverse tipologie di manipolazione può infatti favorire lo sviluppo di trattamenti psicoterapeutici ancora più mirati e supportare le vittime nel processo di svincolo e di ripresa da una relazione disfunzionale in tempi più brevi.

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Crescita personale talento

Successo e motivazione: una piccola antologia di aforismi

  1. Non arrenderti. Rischieresti di farlo un’ora prima del miracolo (Proverbio antico)
  2. La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci (Anonimo)
  3. Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero: non andare fino in fondo e non iniziare (Buddha)
  4. La domanda comune che viene chiesta nel business è, ‘perché?’ Questa è una buona domanda, ma una domanda altrettanto valida è: ‘perché no?’ (Jeffrey Bezos)
  5. Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo (Winston Churchill)
  6. Noi diventiamo ciò che pensiamo (Earl Nightingale)
  7. Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele. Esplora. Sogna. Scopri (Mark Twain)
  8. Sbagli il 100% dei colpi che non spari (Wayne Gretzky)
  9. La vita è ciò che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti (John Lennon)
  10. Sono grato a tutte quelle persone che mi hanno detto NO. E’ grazie a loro se sono diventato quel che sono (Albert Einstein)
  11. La carriera è un sentiero tracciato per voi da un’autorità esterna. Chi è veramente libero, invece, sceglie il proprio sentiero tra i boschi (Tom Hodgkinson)
  12. Sii in grado di fare più cose di quelle che stai facendo adesso. Lascia che tutti sappiano che hai delle riserve in te; che tu hai più potere di quanto ne stai utilizzando ora. Se non sei troppo grande per il posto che ora occupi, sei troppo piccolo per esso (James Abram Garfield)
  13. Cambia tre abitudini all’anno e otterrai risultati fenomenali (Anonimo)
  14. Che consiglio mi darei se dovessi ricominciare tutto da zero? Darmi una mossa (Jimmy Stewart)
  15. Le carriere, come i razzi, non sempre partono secondo il programma. La chiave sta nel continuare a lavorare sui motori (Gary Sinise)
  16. Il miglior consiglio sulla carriera da dare ai giovani è: scoprite cosa vi piace di più fare, poi trovate qualcuno che vi paghi per farlo (Katherine Whitehorn)
  17. Al mondo non ci sono che due modi di fare carriera: o grazie alla propria ingegnosità o grazie all’imbecillità altrui (Jean De La Bruyere)
  18. L’unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai. Se non hai ancora trovato ciò che fa per te, continua a cercare, non fermarti. Come capita per le faccende di cuore, saprai di averlo trovato non appena ce l’avrai davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continua a cercare finché non lo troverai. Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle (Steve Jobs)
  19. Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di 9.000 tiri. Ho perso quasi 300 partite. Per 36 volte i miei compagni si sono affidati a me per il tiro decisivo… e l’ho sbagliato. Ho fallito tante e tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto (Michael Jordan)
  20. La gente quando ti dice che a quel punto non ci arriverai mai, alla fine quella persona si sta ponendo i suoi limiti, quelli sono i suoi limiti non i tuoi! E la gente si fa condizionare dai limiti delle altre persone e non prova a superare i suoi. Devi sempre tenere la testa alta e non porti i limiti degli altri, ma porti i tuoi limiti e poi superarli (Khaby Lame)
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Comportamento Emozioni Gestione dello stress Psicologia

“Il lockdown ha causato una ‘psico-pandemia’: problemi cognitivi e disagio psicologico”

I risultati di una nuova ricerca dell’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma

Il lockdown ha cambiato le nostre menti, influenzando la nostra salute mentale e le nostre abilità cognitive. In questi mesi, molti studi hanno evidenziato come le chiusure e le misure di contenimento del contagio abbiano esposto la popolazione globale a uno stress collettivo senza precedenti, dando vita a un fenomeno denominato “psico-pandemia”. Oggi ad indagare nel dettaglio gli effetti del lockdown su memoria, attenzione, concentrazione nella vita quotidiana giunge un lavoro condotto dall’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma.

Lo studio, intitolatoCognitive and mental health changes and their vulnerability factors related to COVID-19 lockdown in Italy e appena pubblicato sulla rivista scientifica Plosone, dimostra che durante la fase finale del primo blocco totale in Italia (dal 29 aprile al 17 maggio 2020), le restrizioni hanno generato un effetto sul funzionamento cognitivo percepito, oltre che sul benessere psicologico. All’indagine online hanno partecipato 1.215 soggetti. 

I risultati

“Durante il periodo di restrizioni ed isolamento le persone lamentavano maggiori difficoltà cognitive in attività della vita quotidiana che richiedevano attenzione/concentrazione. Abbiamo invece osservato un miglioramento della memoria”, spiega Giorgia Cona, coordinatrice della ricerca del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova e del Padua Neuroscience Center.

Cona prosegue: “Si è riscontrato inoltre un incremento nella severità e prevalenza di depressione, disturbi d’ansia e del sonno, ma anche alterazioni nell’appetito, libido e ansia per la salute: il 36% ha riportato sintomi ansiosi e il 32% sintomi depressivi durante il lockdown”.

La ricerca ha inoltre rivelato come “l’eccessiva esposizione ai mass-media per la ricerca di news relative al Covid-19 (la cosiddetta “infodemia”) o essere residenti in zone con alti tassi di contagio si siano rivelati fattori di rischio per disturbi depressivi e di tipo ansioso, anche con aspetti ipocondriaci. È interessante notare come le difficolta’ cognitive correlassero con i disturbi psicologici: maggiore era il disagio psicologico esperito, peggiori erano le abilita’ cognitive percepiti”, dice Eleonora Fiorenzato del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, prima autrice dello studio.

Le fasce di popolazione più colpite

Dalla ricerca condotta dall’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma emerge anche che alcune fasce della popolazione sono più vulnerabili. La dottoressa Fiorenzato sottolinea: “Le donne, i giovani (età inferiore ai 45 anni), gli individui disoccupati o chi lavorava da casa sono stati identificati come i gruppi di popolazione che più hanno risentito di questo peggioramento nelle abilita’ cognitive e nella salute mentale”.


Adalgisa Marrocco
Contributor HuffPost Italia

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Comunicazione Crescita personale Psicologia talento

SCOPRIRE IL PROPRIO TALENTO… È COSÌ NECESSARIO? un introduzione al talk di Matteo Guariso per TEDx Udine.

Talento… che termine abusato. Eppure è talmente legato alla nostra felicità su questo pianeta che è impossibile non farci i conti almeno una volta nella vita, anche per sbaglio, anche inconsapevolmente. 

Scoprire il nostro talento significa riconoscere l’abilità naturale che ci permette di svolgere qualcosa con spontaneità e in eccellenza, che magari ad altri risulta meno facile. 

Riuscire bene in qualcosa ci aiuta a guadagnare un posto nel mondo e spesso a contribuire al bene comune. Ci aiuta a tornare a casa la sera soddisfatti e desiderosi di ricominciare il giorno dopo.

In TEDx Udine abbiamo pensato che sarebbe stato bello organizzare un Salon sul talento. Così abbiamo invitato a parlarne persone che di talento ne sanno.

In attesa del primo Salon che si terrà il 24 ottobre e che vedrà speaker Enrico Galiano e Matteo Guariso, oggi facciamo qualche domanda proprio a Matteo Guariso. 

Nato a Monza nel 1967, è laureato in psicologia clinica con un master in analisi scientifica del comportamento non verbale. Da vent’anni lavora per un gruppo multinazionale nel settore test and measurement. In passato si è occupato di marketing e vendite per diverse aziende. E da sempre coltiva la passione per la fotografia.

Matteo, cosa caspita è questo talento?

Mi sono posto la tua stessa domanda. Nella storia è considerato unità di misura, moneta di scambio, un argomento legato persino alle religioni. È una possibilità di esprimerci, di vedere espresse le nostre capacità innate. Dobbiamo però riconoscerlo e per farlo dobbiamo ascoltarci nel profondo.

Ok. Dove nasce la capacità di ascoltarsi?

Dalla “sordità”. Quando ci accorgiamo di essere sordi sentiamo la necessità di ascoltarci. È pertanto necessario riconoscere prima la sordità.

A volte però ascoltarci sembra faticoso…

Ok, pensa allo sport: quando fatichi ti stanchi. Ma con la stanchezza arriva anche il piacere. Quando pratichiamo un’attività fisica che ci appaga ci sentiamo bene. Ascoltarci richiede impegno ma ne saremo ripagati con endorfine e autoriconoscimento.

È vero che coltivando un talento si rischia di scoprirne altri?

Ti porto un altro esempio: quando apro il cassetto in cerca di una cartuccia per la stilografica magari trovo la chiave di casa che mi ero perso la settimana prima; in quel momento, per me risulta più importante della cartuccia. Non ne è valsa la pena di cercare la cartuccia?

Dicono che, a volte, dietro la fatica di scoprire i nostri talenti si nasconda il timore di scoprirli. Che ne pensi?

La cecità diventa una coperta di Linus. Il Salon sarà il posto giusto per affrontare l’argomento.

Dicono anche che il successo ci faccia paura. È paradossale, non trovi?

Tutti i cambiamenti generano stress. Che siano in meglio o in peggio, comportano sempre un’uscita da un contesto a noi familiare. A volte il successo ti porta a gestire situazioni più impegnative. Ammettere di avere paura è il primo passo per lasciarla alle spalle.

Paura, rabbia, gioia.

È una triade con cui avremo a che fare durante il Salon. Da ognuna scaturisce un aspetto importante per il nostro talento. 

Matteo, dove ci porterai con il tuo intervento al Salon?

Vorrei proporre un giro in una moderna città interiore, una passeggiata per capire un po’ di più di cosa succede dentro e fuori di noi. A volte dichiararsi incapaci senza nemmeno provarci cela un perfezionismo egocentrico. A volte un legame troppo deciso con i giudizi esterni. In ogni caso, è sempre il momento giusto per prenderne coscienza e decidere il prossimo passo.

SÌ, CONOSCERE IL PROPRIO TALENTO È NECESSARIO

Sembra che non ci sia alcuna controindicazione a scoprire il proprio talento. Il nostro potenziale inespresso ci chiede di essere ascoltato e forse, smettendo per un attimo di focalizzarci sugli eventi esterni, potremo notare ciò che in noi funziona davvero bene e metterlo a frutto.

Appuntamento allora al Salon del 24 ottobre dove per i partecipanti ci sarà l’opportunità di discutere sui talk a cui assistono e di approfittare dei workshop sul tema.

Intervista a cura di Fabiano Braida per TEDx Udine

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Crescita personale Emozioni Psicologia

Dialogo interiore e autocontrollo

parlare a se stessi per regolare le emozioni

E’ stato dimostrato che parlare a se stessi in terza persona consente di regolare più facilmente le emozioni rispetto a quando si usa la prima persona.

Il semplice atto di avere un dialogo interiore, silenzioso, con noi stessi in terza persona, durante un momento di stress, può aiutare ad avere una maggiore regolazione delle proprie emozioni senza uno sforzo mentale aggiuntivo, diversamente da quello che accade quando ci rivolgiamo a noi stessi in prima persona. 

Parlare a se stessi per autoregolare le emozioni

Messaggio pubblicitarioUn primo obiettivo di una ricerca condotta dai ricercatori di psicologia della Michigan State University (MSU) e della University of Michigan (UM) è stato quello di dimostrare come parlare a se stessi in terza persona, implichi uno sforzo minimo nell’autocontrollo. I risultati della ricerca sono stati pubblicati online su Scientific Reports.

Dire, ad esempio, che un uomo di nome John è sconvolto perché è stato recentemente lasciato dalla fidanzata, implica semplicemente riflettere sui propri sentimenti in terza persona (“Perché è sconvolto John?”). In tal caso, John ha una reazione emotiva minore rispetto a come sarebbe stata se l’avesse affrontata in prima persona (“Perché sono sconvolto?”). Ciò aiuterebbe le persone a guadagnare un po’ di distanza psicologica dalle proprie esperienze e spesso può essere utile per regolare le emozioni.

Gli studi confermano la regolazione emotiva parlando a se stessi in terza persona

La ricerca è stata condotta mediante due studi che hanno rafforzato significativamente questa ipotesi.

Nello studio 1, svolto al Moser’s Clinical Psychophysiology Lab, venivano mostrate ai partecipanti delle immagini, alcune neutre e altre negative, su cui dovevano riflettere in base ai sentimenti generati utilizzando le due diverse condizioni: “self-talk in prima persona” e “self-talk in terza persona”. Durante il compito l’attività neurale della risposta emotiva veniva misurata mediante ERP (potenziale evento-correlato). La reazione scaturita dall’immagine negativa (ad esempio un uomo con una pistola puntata alla testa) correlava con una rapida diminuzione dell’attività cerebrale emotiva dei partecipanti (entro un secondo) quando si riferivano a se stessi in terza persona.

I ricercatori della MSU, inoltre, hanno misurato l’attività cerebrale correlata allo sforzo dei partecipanti e hanno scoperto che l’utilizzo della terza persona richiedeva meno fatica rispetto all’utilizzo della prima. Parlare a se stessi in terza persona sembrerebbe una buona strategia per la regolazione delle proprie emozioni, mentre molte altre forme di regolazione emotiva richiedono un considerevole sforzo e attività di pensiero.

Messaggio pubblicitarioNello studio 2, guidato dal professore Ethan Kross è stato chiesto ai partecipanti di riflettere sulle proprie esperienze dolorose passate utilizzando sia la prima che la terza persona. Durante il compito, l’attività cerebrale è stata registrata mediante una risonanza magnetica funzionale (fMRI).
Con risultati simili a quelli ottenuti dal primo studio, i partecipanti, utilizzando il dialogo interiore in terza persona, hanno mostrato una minore attività in una specifica regione cerebrale, la corteccia prefrontale mediale, comunemente implicata nella riflessione delle esperienze emozionali dolorose, suggerendo una migliore regolazione emotiva. Inoltre, il self-talk in terza persona non richiedeva impegno cognitivo supplementare diversamente da quello che accade, normalmente, con l’utilizzo del self-talk in prima persona.

In sintesi i risultati suggeriscono che il dialogo interiore in terza persona agevola la capacità di autocontrollo e di regolazione emotiva.
Serviranno ulteriori ricerche per validare i risultati ottenuti. Chiarire ulteriormente il funzionamento di questi processi sarà utile per aiutare le persone ad avere una migliore regolazione delle proprie emozioni nella vita di tutti i giorni.Argomento dell’articolo:PsicologiaSono citati nel testo:Kross EthanUniversità e centri di ricerca:Michigan State UniversityRiviste e pubblicazioni:Scientific Reports

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Apprendimento Comunicazione Crescita personale Mindfullness Psicologia

Il Self Talking

quando parliamo a noi stessi come e perché…

Il self-talk consiste nel parlare con se stessi e può essere utile prima di un compito o di una gara per ridurre l’ansia e aumentare la motivazione.

L’abitudine di parlare a se stessi ad alta voce viene definita dagli psicologi come Self-Talk. La ricerca ha dimostrato come questo fenomeno sia in grado di influenzare il comportamento e la cognizione. Ethan Kross, un professore di psicologia presso l’Università del Michigan, sostiene che il Self-Talk è uno strumento utilizzato dalle persone per prendere le distanze dalle esperienze nel momento in cui riflettono sulla propria vita; in più, permetterebbe di osservare gli eventi in maniera più obiettiva.

Self-talk: riduce l’ansia e aumenta la motivazione

Messaggio pubblicitarioIn particolare sono stati individuati due tipi di Self-Talk:
– Self-Talk didattico: le persone parlano a se stesse riguardo a un determinato compito.
– Self-Talk motivazionale: le persone parlano a se stesse per auto-motivarsi: “Posso fare questo”. Potrebbe essere banale, ma motivare se stessi ad alta voce può funzionare.

Una ricerca pubblicata da Procedia — Social and Behavioral Sciences ha studiato gli effetti sia del Self-Talk didattico che del Self-Talk motivazionale nel basketball. E’ stato trovato che gli studenti passano la palla più velocemente mentre giocano a basket quando motivavano se stessi attraverso il Self-Talk.

Anche il modo in cui si fa riferimento a se stessi può fare la differenza. Mr. Kross ed i suoi colleghi hanno studiato l’impatto del Self-Talk interno, attraverso cui la persona parla a se stessa nella sua testa, per vedere come questo possa influenzare atteggiamenti e sentimenti. Essi hanno scoperto che quando i soggetti parlano di se stessi in seconda o terza persona, per esempio: “Si può fare questo” o “Jane può fare questo”, invece di “io posso fare questo”, non solo si sentono meno in ansia durante l’esecuzione di un compito, ma riescono a raggiungere un livello di performance migliore. Kross sostiene che questi effetti siano dovuti all’auto-distanziamento: esso avviene attraverso un processo per cui la persona si concentra su di sé, mantenendo un punto di vista distaccato, in terza persona.

Per spiegare perché il mantenimento della distanza psicologica abbia effetti positivi, Kross riporta un esempio: “quando vi è un amico/a che rimugina su un problema, per le persone risulta particolarmente semplice fornire ottimi consigli”. Una delle ragioni principali per cui le persone sono così in grado di fornire consigli agli altri su una determinata questione, è che non sono risucchiate da questi problemi, per cui riescono a mantenere una certa distanza da tali esperienze.

Riguardo al Self-Talk didattico, parlare da soli ad alta voce può accelerare le capacità cognitive in relazione alla risoluzione dei problemi e alle proprie prestazioni. Ad esempio, quando le persone sono alla ricerca di un oggetto, parlare ad alta voce, potrebbe aiutarle a trovarlo più velocemente. Tutto ciò è spiegato dall’ipotesi di feedback, secondo la quale pronunciare e sentire il nome di un oggetto permette di immaginare come esso si presenta, e quindi di individuarlo più velocemente e in maniera più accurata in un dato contesto.

Il fenomeno cognitivo del self-talk

Messaggio pubblicitarioMr. Lupyan ha voluto verificare l’ipotesi di feedback mediante il Self-Talk. In un esperimento, i soggetti sono stati invitati a cercare una foto di un oggetto specifico, come una banana, tra le 20 immagini di oggetti casuali. In particolare, a un gruppo di soggetti venne chiesto di pronunciare il nome dell’oggetto ad alta voce, mentre all’altro non venne avanzata alcuna richiesta. L’ipotesi dello studio era che pronunciare il nome aiutasse effettivamente la ricerca visiva. Mr. Lupyan e i suoi colleghi hanno scoperto che, quando i soggetti pronunciavano la parola “banana” prima di cercarne la foto, erano in grado di trovare il quadro in maniera più rapida e precisa rispetto a chi non aveva precedentemente pronunciato la parola “banana”.

Lo studio ha rilevato che dire la parola ad alta voce rendeva i soggetti più consapevoli dei tratti fisici della banana, e ciò ha permesso che le caratteristiche del frutto spiccassero tra gli altri oggetti. Vale la pena notare, tuttavia, che questo tipo di Self-Talk non è efficace se non si conoscono i tratti dell’oggetto. In altre parole, se una persona è alla ricerca di una papaia e non ha idea delle sue caratteristiche, il Self-Talknon ha nessun effetto sui processi cognitivi.

In conclusione, dalla letteratura emerge come il Self-Talk si dimostri di grande utilità nell’aiutare le persone a concentrarsi sul loro obiettivo e a rimuovere le distrazioni.Argomento dell’articolo:PsicologiaSono citati nel testo:Kross EthanUniversità e centri di ricerca:Michigan State University

Parlare da soli non solo non è segno di follia, ma al contrario è uno strumento efficace e regala importanti benefici cognitivi: migliora le capacità di ricerca spaziale, favorisce l’autocontrollo

Bibliografia

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Apprendimento Comportamento Psicologia

L’effetto Pigmalione e le profezie autoavveranti

Chi era Pigmalione?

Pigmalione , secondo la mitologia e la letteratura classica, era il re di Cipro e uno scultore, che si era innamorato perdutamente.

La destinataria dei suoi sentimenti era una statua, da lui stesso scolpita, di nome Galatea, che egli considerava al di sopra di ogni donna reale e che sperava potesse animarsi.

Un giorno, dopo aver pregato Afrodite, la dea dell’amore, vide Galatea prendere vita. Poté finalmente coronare i suoi sogni al suo fianco.

Perché è chiamato “effetto Pigmalione” ?

Si tratta di un fenomeno di suggestione psicologica. Effetto per cui le persone tendono a voler soddisfare l’immagine o l’idea che gli altri hanno di loro, anche se essa è negativa. Proprio come Pigmalione che aveva riposto così tante speranze e aspettative in Galatea che ella, infine, si era conformata ai suoi desideri.

Tale processo è noto anche come effetto Rosenthal , dallo psicologo che lo ha studiato o chiamato anche “profezia autoavverante”.

In psicologia, una profezia che si autoadempie, si autoavvera, si ha quando un individuo, convinto o timoroso che si verifichino eventi futuri, altera il suo comportamento in modo tale da finire per causare tali eventi.

Gli studi di Rosenthal

Robert Rosenthal, professore di psicologia ad Harvard, nel 1965 in collaborazione con una maestra elementare di San Francisco, Lenore Jacobson, fu molto colpito da un caso che all’epoca fece molto scalpore: Clever Hans.

Clever Hans era un cavallo che agli inizi del secolo era noto per riuscire a comprendere e risolvere correttamente problemi matematici. In seguito fu dimostrato che, pur non possedendo tali capacità, era in grado di cogliere dei segnali corporei del suo addestratore e di provare a rispondere correttamente.

L’ipotesi formulata da Rosenthal e dalla sua collega fu che tale effetto delle aspettative avrebbe potuto essere riscontrabile nei bambini. E dove indagare ciò se non in una scuola ? Con gli insegnanti nello stesso ruolo dell’addestratore del famoso cavallo?

L’esperimento dell’effetto Pigmalione

In una scuola elementare, Rosenthal e Jacobson parlarono con gli insegnanti, informandoli dei risultati di un test svolto dai loro alunni, l’Harvard Test of Inflected Acquisition.

In realtà tale test non esisteva e i dati forniti ai docenti erano totalmente casuali.

Fu misurato il QI dei ragazzi al momento e dopo un anno, per capire se e quanto l’aspettativa degli insegnanti si fosse riversata sui bimbi.

Ottennero dei risultati salienti:

  • I bimbi indicati come più dotati avevano aumentato il punteggio del QI di 4 punti
  • Gli studenti del primo anno superavano i più grandi nei risultati

Ciò che erano andati ad esaminare era l’ipotesi che in una classe le aspettative del docente fossero molto influenti. Ed ecco che si svela l’ effetto Pigmalione. Infatti i bimbi reputati capaci e da cui si presupponeva uno sviluppo intellettuale maggiore, avevano un rendimento più alto.

In questo caso, tra il gruppo di controllo e quello sperimentale non vi era alcuna differenza di intelligenza o di prestazione. L’unica cosa che cambiava era il parere dei loro maestri, influenzati dai risultati del finto test di Rosenthal e Jacobson.

Nel caso dei bimbi più piccoli, nello specifico, probabilmente essi emergevano in quanto più plasmabili per la giovane età. Ed anche perché ancora poco conosciuti e non etichettati dai docenti. Infatti gli insegnanti, non avendo un’idea pregressa delle loro capacità, si erano fidati del test fasullo per calibrare le loro aspettative.

Ciò che si realizza è dunque una profezia che si autoavvera. Secondo questa profezia che si autodetermina, la predizione di una persona, per esempio sul comportamento di un’altra, si realizzerà.

Bibliografia

Brown, R. “Psicologia sociale dei gruppi”, Il Mulino, 2000 [ libro ]

Rosenthal, R. “Pygmalion in the Classroom. Teacher Expectation and Pupils’ Intellectual Development”, 1968 [ libro ]

Cecchi, C. “Il ruolo delle aspettative, l’Effetto Rosenthal”, per approfondire qui .