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Manipolazione: saperla riconoscere.

La manipolazione psicologica avviene attraverso delle buone modalità comunicative e il manipolatore ha spesso tratti narcisistici o psicopatici.

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo (Zimbardo, 2008): un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile. 

Andrea Ferrari, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità

(Joseph Conrad).

In cosa consiste la manipolazione psicologica

Messaggio pubblicitarioNel realizzare questa breve guida abbiamo tentato di ampliare i canoni della letteratura psicologica divulgativa, solitamente dominata da articoli che descrivono come possiamo ottenere un maggior benessere personale, cosa influenza le relazioni sentimentali o su come andare d’amore d’accordo con il nostro partner, figli, colleghi di lavoro ecc. Altri articoli, di stampo più specialistico, forniscono informazioni utili ad una platea di professionisti delle discipline psicologiche, aggiornandoli su nuove procedure diagnostiche, tecniche di intervento, studi di efficacia ecc.

D’altra parte, chi ha mai detto che la psicologia è solo una disciplina di aiuto? È probabile che il lettore profano, dinanzi alla parola psicologia, si immagini di calarsi all’interno di uno studio finemente arredato, con il pavimento in legno e le pareti dominate da acquerelli, attestati e un’immensa libreria di noce. La sua immaginazione lo porterà, quindi, su un divano comodo su cui stare seduto, o anche sdraiato, raccontando ciò che gli passa per la testa ad un signore barbuto, intento a prendere appunti.

Oggi vorremmo offrirvi un’immagine molto meno rassicurante, conducendovi all’interno di una stanza polverosa e chiusa a chiave, senza finestre, con la luce spettrale di un neon che illumina il volto del vostro interlocutore, intento a fumarsi una sigaretta mentre il suo sguardo, torvo, non abbandona neanche per un istante i vostri occhi; sa che, presto o tardi, gli direte ciò che vuole sentirsi dire.

Lo studio dei processi di manipolazione, suggestione e influenzamento è un tema caro alla psicologia sociale, che se ne occupa da decenni. La fine della II guerra mondiale costrinse il mondo occidentale a riflettere sui regimi totalitari, sollevando interrogativi inquietanti sul contributo di ciascun individuo nella genesi e nel mantenimento di sistemi politico-sociali basati sulla restrizione delle libertà, sulla violenza e sulla giustificazione dei crimini più atroci.

Milgram (1974) dimostrò in modo magistrale ciò che Hannah Arendt, quasi contemporaneamente, scriveva mentre assisteva al processo di Adolf Eichmann a Gerusalemme: un uomo qualunque, inserito in un contesto socioculturale favorente, potrebbe diventare uno spietato gerarca nazista.

Milgram individuava nell’obbedienza, e nel timore di contraddire una fonte di autorità i fattori in grado di far compiere un’azione brutale, come somministrare una scarica elettrica ad alto voltaggio ad una persona indifesa. Tuttavia, la descrizione che la Arendt fa di Eichmann evidenzia fattori ancora più inquietanti nella loro meschinità, come il carrierismo e il bisogno di conformarsi ad un sistema gerarchico, oltre ad una incapacità di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Da una parte il timore di contraddire un’autorità, dall’altra il desiderio di esserne complici, indipendentemente dalle implicazioni morali.

Ma fermiamoci qui. Mentre questi esempi riguardano processi di influenzamento, in cui una persona si adegua in modo più o meno cosciente a decisioni imposte, nei processi più francamente manipolativi, la vittima viene soggiogata nel modo di pensare e percepire la realtà, convincendosi di quanto gli viene inculcato.

La manipolazione psicologica in ambito forense

La comprensione dei fenomeni di manipolazione psicologica è particolarmente importante per la psicologia forense, che tra le varie cose si occupa di come le testimonianze giuridiche possano essere influenzate dalle condizioni psicologiche del testimone. Il fenomeno delle false confessioni ne è forse l’esempio più significativo. Pare inoltre che le forze investigative negli USA (ma non solo negli USA) siano facili a confondere la conduzione di un interrogatorio con l’estorsione di una confessione. Va detto che nel sistema giudiziario degli Stati Uniti, la confessione di un imputato assume un valore probatorio decisivo per le sorti di un processo, anche nei casi in cui vi siano scarse evidenze fattuali. Nel 25% dei casi in cui una persona è stata scagionata grazie all’esame del DNA, l’imputazione era avvenuta tramite una falsa confessione (Kassin et al, 2009).

Anche se starete pensando di non essere i tipi da confessare uno stupro o un omicidio che non avete commesso, le ricerche indicano che le persone innocenti sono particolarmente vulnerabili durante gli interrogatori. Secondo Redlich e Meissner (2009) negli Stati Uniti vi sono diverse modalità per condurre un interrogatorio allo scopo di produrre (o estorcere) una confessione, tutte accomunate da tre fasi:
– Isolamento: il sospettato viene detenuto in una piccola stanza e lasciato solo, non gli è permesso di contattare un avvocato di fiducia. Il soggetto trattenuto è così incoraggiato a vivere una condizione psicologica di precarietà, con sentimenti di ansiae insicurezza.
– Confronto: Gli investigatori assumono per principio che la persona che si trovano davanti sia IL colpevole. Quindi, glielo comunicano in modo esplicito, affermano di avere delle prove in mano che consentono di incriminarlo (è utile ricordare che alla polizia è legalmente permesso di mentire), che non gli conviene negare le sue colpe, e che queste comportano gravi conseguenze.
– Minimizzazione: in questa fase chi conduce l’interrogatorio assume un atteggiamento empatico con il sospettato, allo scopo di guadagnare la sua fiducia, gli offre delle giustificazioni per il crimine che (non) ha commesso.

Gli amanti delle serie TV potranno osservare un interrogatorio così descritto nella prima stagione di True Detective, operato da un convincente Matthew McConaughey. E se state pensando che, almeno in Italia, certe cose non accadano, vi invitiamo a leggere questo articolo di Kassin (2012) che dedica particolare attenzione al caso di Amanda Knox, e del delitto di Perugia. Possiamo quindi concludere che gli interrogatori sono un setting ideale per esercitare una manipolazione psicologica.

È interessante osservare come queste modalità di conduzione degli interrogatori sembrano adattarsi al modello circolare dell’abuso di Walker (1979): secondo l’Autrice, la genesi delle violenze domestiche seguirebbe quattro fasi, indicate come
1) Incremento della tensione: la comunicazione tra partner abusante e vittima si interrompe, quest’ultima si sente spaventata e avverte il bisogno di placare la rabbia dell’abusante.
2) Incidente: Il partner abusante manifesta rabbia nei confronti della vittima ed esercita minacce e intimidazioni, si verifica un abuso, a livello verbale, fisico o comportamentale.
3) Riconciliazione: il partner abusante si scusa e si giustifica incolpando la vittima, nega il comportamento di abuso o ne minimizza la gravità;
4) Calma: l’incidente viene “dimenticato”, e non si verificano altri abusi. I partner vivono una “luna di miele” fittizia.

Alla luce delle somiglianze tra i due modelli, non appare azzardato affermare che le false confessioni sono ben più di una tecnica di manipolazione, bensì appaiono come una forma sottile e raffinata di tortura: anche se questo termine non compare mai nei modelli descritti, è evidente che la vittima di questi processi si ritrovi a vivere in uno stato di paura e di sottomissione, con l’impossibilità di chiedere aiuto o uscire dalla relazione. Ne consegue che l’unico modo per cavarsela è acconsentire alle richieste di chi detiene il potere nella relazione.

Un altro fattore che può contribuire ad assoggettare chi subisce un interrogatorio è la mancanza di riposo. Un recente studio di Frenda coll. (2016) ha indagato il ruolo della deprivazione dal sonno impiegando un metodo sperimentale. La variabile dipendente consisteva nell’ammissione di aver compiuto un fatto che non si era commesso, ovvero la produzione di una falsa confessione. II 50% dei soggetti assegnati al gruppo sperimentale, che avevano trascorso una notte in bianco al laboratorio universitario, producevano una falsa confessione, contro il 18% dei soggetti di controllo.

La manipolazione psicologica avviene attraverso una buona comunicazione

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo (Zimbardo, 2008): un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile. A questo proposito può essere molto utile conoscere i sei principi della persuasione sociale illustrati da Robert Cialdini (2009):

1) Reciprocità: o principio del “ti offro un dito per prenderti il braccio”, indica la nostra tendenza a ricambiare un favore che ci viene offerto. Una tecnica di persuasione che sfrutta questo principio è quella dei campioni gratuiti, si fornisce ai clienti una piccola quantità di prodotto con l’ “innocente” intenzione di informare il pubblico, mentre ciò mette in moto l’obbligo di ricambiare il dono.
2) Impegno e coerenza: il bisogno di apparire coerenti con ciò che abbiamo fatto ci induce un cambiamento mentale che supera le pressioni personali e interpersonali nello sforzo di essere coerenti con quell’impegno. Una tattica persuasiva che sfrutta questo principio è la tecnica del “piede nella porta” che consiste nell’ottenere grossi acquisti cominciando con uno piccolo.
3) Riprova sociale: talvolta, nel decidere che cos’è giusto per noi, ci è di aiuto cercare di scoprire cosa gli altri considerano giusto. Ad esempio, tendiamo a considerare più adeguata un’azione quando la fanno anche gli altri. L’impiego dei testimonial nella pubblicità è una delle trasposizioni pratiche di questo principio, un altro esempio sono le risate finte nelle sitcom.
4) Simpatia: di regola preferiamo acconsentire alle richieste delle persone che conosciamo e che ci piacciono, o che percepiamo come simili a noi. I mariti rimasti vittime dei Tupperware party riconosceranno gli effetti drammatici che questo principio, apparentemente così innocuo, ha sulla nostra pazienza.
5) Autorità: o principio del Megadirettore galattico, indica il senso di deferenza verso l’autorità per cui tendiamo a seguire fino all’estremo l’ordine di una persona autorevole (o presunta tale) in un determinato campo. È il motivo per cui si usano i dentisti negli spot sui dentifrici.
6) Scarsità: un prodotto diviene più attraente quando la sua disponibilità è limitata. Questo principio rappresenta inoltre un ottimo deterrente alla procrastinazione: avete mai sentito parlare della “corsa all’ultimo acquisto”? Sulla base di questo principio i venditori usano frequentemente le tattiche del numero limitato, o dell’offerta valida per pochi giorni.

Le caratteristiche di chi compie la manipolazione psicologica

Messaggio pubblicitarioPassiamo infine alla descrizione delle caratteristiche psicologiche del manipolatore: se questa è la carriera che desiderate intraprendere, potrebbe esservi di aiuto possedere di tratti di personalità afferenti alla triade oscura (Furnham et al., 2012; Paulhus & Williams, 2002), ovvero un costrutto impiegato per descrivere una costellazione di tre tratti di personalità:
– narcisismo: tratto di personalità che descrive individui che tendono ad apparire ambiziosi, determinati e dominanti nelle relazioni interpersonali, fino ad esibire un senso di superiorità;
– machiavellismo: tratto di personalità che descrive individui con una forte tendenza al cinismo, alla scarsa considerazione per i principi etici e morali, con la tendenza a manipolare gli altri per raggiungere i propri scopi;
– psicopatia: è considerato il tratto più maligno della triade oscura, descrive persone caratterizzate da scarsi livelli di empatia, in combinazione ad alti livelli di impulsività e ricerca di eccitazione. Molti di questi individui manifestano condotte francamente antisociali.

Ora che, in questa breve guida, abbiamo illustrato le principali conoscenze teoriche sulla manipolazione psicologica, siamo certi che la vostra fiducia nel genere umano non sia di certo aumentata. Riteniamo però che conoscere questi processi sia il necessario presupposto per potersi difendere, ricordando al lettore di stare in guardia quando il nostro interlocutore ci evoca sensazioni di insicurezza o di franca minaccia, o quando ad un comportamento seduttivo fanno seguito richieste di impegno (economico, affettivo, lavorativo…), alle quali sente di faticare a sottrarsi. Le domande da farsi in questi casi sono “cosa sta tentando di ottenere rivolgendosi a me in questo modo?”, “mi riesce davvero impossibile sottrarmi?”, “ci sono argomentazioni contrarie da opporre?”. Riconoscere il comportamento manipolativo è il primo passo per potersi sottrarre ad esso, con la necessaria fermezza che deriva dalla consapevolezza dei propri diritti che mai, debbono essere calpestati, sia tra le mura di casa, sia nelle aule della giustizia.

Tuttavia, la manipolazione psicologica fa parte della vita, e non vogliamo invitare il lettore a diventare paranoide nel tentativo di difendersi da minacce sconosciute. Tralasciando casi estremi come gli interrogatori di polizia, essere persuasi, ma anche lasciarsi infinocchiare, sono esperienze comuni; per chi ha un’impresa non è raro subire una truffa da un cliente o un fornitore, così come per chi è in cerca dell’amore della vita, non è raro subire il fascino di persone con intenzioni meno nobili. Ma queste esperienze, per quanto spiacevoli, non sono la prova di una sconfitta: possiamo incassare colpi sporadici senza perdere fiducia e positività nell’affrontare la vita, consapevoli che il mondo non è sempre un luogo rassicurante in cui vivere.

Bibliografia

  • Arendt, H. (1963). La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. collana Universale economica.Saggi, Milano, Feltrinelli.
  • Cialdini R. (2009). Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di si. Firenze, Giunti.
  • Frenda, S.J., Berkowitz, S.R., Loftus, E.F.,& Fenn K.M. (2016) Sleep deprivation and false confessions. PNAS February 23, 2016 vol. 113 no. 8 2047-2050
  • Furnham, A.; Richards, S.C.; Paulhus, D.L. (2013). “The Dark Triad of personality: A 10 year review“. Social and Personality Psychology Compass 7 (3): 199–216.
  • Kassin et al., (2009). Police-Induced Confessions: Risk Factors and Recommendations. Law and Human Behavior, 2009. Univ. of San Francisco Law Research Paper No. 2010-13
  • Kassin S.M. (2012). Why confessions trump innocence. American Psychologist, vol 67 (6), 431-445.
  • Milgram, S. (1974). Obbedienza all’autorità. Einaudi (2003)
  • Paulhus, D.L., & Williams, K.M. (2002). The dark triad of personality. Journal of Research in Personality, 36, 556-563.
  • Redlich A.D., Meissner C.A. (2009). Techniques and controversies in the interrogation of suspects: The artful practice versus the scientific study. In J. L. Skeem, K. Douglas, & S. Lilienfeld (Eds.), Psychological science in the courtroom: Controversies and consensus. Guilford Press (2009)
  • Simon, George K (1996). In Sheep’s Clothing: Understanding and Dealing with Manipulative People.
  • Zimbardo P. (2007) The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil, Random House, New York
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Comportamento Comunicazione manipolazione Narcisismo Psicologia

Manipolazione maligna

La manipolazione psicologica, intesa come strumento per sfruttare l’altro al fine di ottenere da lui una serie di vantaggi per lo più relazionali, può avere infinite sfumature.

Talvolta, le conseguenze sono gravi o gravissime per chi subisce la manipolazione, tanto da minarne l’identità e l’equilibrio emotivo. Altre volte, invece, la manipolazione affettiva all’interno di una relazione può rivelarsi addirittura funzionale al benessere degli individui o della relazione stessa.

Non sempre, infatti, chi manipola lo fa con la consapevolezza di compromettere la relazione. Può anche reagire con sorpresa o sofferenza se messo davanti alle conseguenze disastrose delle sue azioni.

Allo stesso modo, non sempre chi manipola è un narcisista perverso. Spesso è una persona fragile e angosciata dall’idea che debba mentire e alterare la realtà pur di essere voluta da qualcuno. Interiormente coltiva invece la convinzione che nessuno potrà amarla per quel che è realmente.

Come e dove si manifesta la manipolazione psicologica

La manipolazione psicologica può manifestarsi come modalità transitoria in contesti relazionali ambigui, sospesi o in evoluzione. Il corteggiamento tra due persone  può esserne l’esempio eclatante. La fase del corteggiamento è quella in cui solitamente viene utilizzata una sorta di manipolazione strategica, sana entro certi limiti. Cioè la capacità di mostrare all’altro le parti migliori di sé, allo scopo di colpirlo e conquistarlo.

Ancorala manipolazione psicologica può presentarsi in tutte quelle relazioni in cui si assiste ad un disequilibrio tra le parti. Come per esempio nel rapporto tra genitori e figli. In particolare, vi si assiste quando gli adulti sentono la necessità di proteggere i bambini da situazioni che non potrebbero comprendere e che turberebbero il loro equilibrio.

Forse (perché certamente non sempre è vero!) certe omissioni o distorsioni della realtà possono essere interpretate dai genitori come “il male minore”, rispetto ai danni che secondo loro alcune verità potrebbero causare se non attutite da benevoli inganni.

La manipolazione benigna e maligna

La manipolazione, però, può anche avere caratteristiche più “maligne”. Potremmo descrivere le diverse tipologie di manipolazione affettiva come se si collocassero su una sorta di continuum.

Per comprendere la manipolazione psicologica e i suoi effetti può essere infatti utile immaginare una linea continua, compresa tra due estremi. Tra questi si declinano le diverse forme di manipolazione relazionale, da quelle innocue o addirittura benevole (“benigne”) a quelle, invece, perverse (“maligne”).

Manipolazioni benigne

La polarità delle “manipolazioni benigne” include tutti quei comportamenti, atteggiamenti e comunicazioni che, pur distorcendo realtà e informazioni, hanno lo scopo di suscitare nell’altro emozioni positive, o di proteggerlo in una situazione di fragilità.

Per fare un esempio pratico e molto comune, l’organizzazione di una festa di compleanno a sorpresa necessiterà che il festeggiato ignori sino al giorno prestabilito che tutti gli invitati si riuniranno in segreto per festeggiarlo. Tecnicamente, si tratta di una grande manipolazione, ma è senza dubbio benigna e orchestrata collettivamente e a fin di bene.

Sappiamo tutti bene come anche l’affettività sana sia caratterizzata da piccoli inganni, per lo più motivati dal bisogno di tutelare l’altro, accudirlo e creare un clima relazionale stabile e piacevole.

Un elemento distintivo della manipolazione “benigna”, quindi, è che non lede in nessun caso i valori della fiducia e del rispetto verso l’altro. In questi casi, il manipolatore vuole fornire qualcosa di buono all’altro e, allo stesso tempo, desidera condividere il suo benessere e la sua felicità.

Si può affermare che l’estremo positivo del continuum della manipolazione include tutti i “giochi di relazione” in cui entrambi i partecipanti in qualche modo vincono.

Manipolazioni maligne

La polarità opposta, ovvero la manipolazione “maligna”, è rappresentata dal cosiddetto gaslighting. Neologismo introdotto dagli psicologi americani per designare la più alta gradazione di crudeltà, machiavellismo patologico, ricatto emotivo e violenza relazionale.

Il termine è ispirato al film Gas Light del 1944, in cui il protagonista adultero persuade la moglie di essere pazza per nasconderle il tradimento.

Il gaslighting è caratterizzato da azioni consapevoli e calcolate, mirate a confondere la percezione della vittima e a demolire la sua autostima. Ciò in modo da imporre una sudditanza psicologica, con lo scopo primario di ricavare vantaggi a suo discapito.

Il manipolatore “maligno”, o gaslighter, non manifesta empatia per la propria vittima, né si ferma davanti alle drammatiche conseguenze delle proprie azioni. Talvolta neppure quando l’altro perde il controllo, fino a credersi pazzo, fino a percepire come disintegrata la propria identità.

L’obiettivo principale del gaslighting, infatti,  è proprio quello di minare l’autonomia e la capacità valutativa dell’altro; per acquisire il pieno controllo sulla sua vita.

Gli attacchi molto spesso sono subdoli, sotto-traccia, non palesemente riconoscibili né dalla vittima, né tantomeno da chi le sta intorno. Altre volte sono esplosivi e aggressivi e si servono della svalutazione progressiva, del condizionamento e del silenzio. Un’alternanza martellante, tale da destabilizzare anche le identità più strutturate.

Le strategie del gaslighter

La svalutazione progressiva

Per raggiungere l’obiettivo di svalutare progressivamente la propria vittima, inizialmente il manipolatore  “maligno” utilizza una leggera ironia (ad es., sulla forma fisica o sul modo di vestire, di parlare, ecc.).

Poi mira a criticare sempre meno velatamente abitudini, preferenze, tratti del carattere, amici e familiari della vittima.

Infine, si dedica accuratamente e impietosamente all’insinuare dubbi sulla moralità dell’altro, sulla sua lealtà, intelligenza, onestà. Colpisce uno a uno, come birilli umani, tutti i suoi punti di riferimento affettivi per condurla progressivamente all’isolamento, talvolta totale.

La vittima del gaslighter, spesso, non lascerà che lui/lei scenda in campo, e devasterà da sola i legami residui. Questi infatti, per via della manipolazione mentale, le appariranno come ostacoli da rimuovere per conquistare la “terra promessa” dal suo carnefice.

Il condizionamento

Il condizionamento, invece consiste nella somministrazione controllata di piccoli premi ogni volta che la vittima appare esausta e sul punto di crollare. O, meglio ancora, quando si uniforma alle richieste maligne del gasligther (ad es., una cena, qualche parola d’affetto, un impercettibile cenno di stima, ma soprattutto il sesso).

Nelle relazioni sentimentali, che sono il luogo privilegiato di questa manipolazione estrema, la sessualità è somministrata come un narcotico. Con una sorta di attenzione minuziosa e strategica. Quello che la vittima percepisce come passione, come totale fusione con l’altro, dal gaslighter viene invece utilizzato per definire ancora di più il senso di possesso verso l’altro.

Il silenzio manipolatorio

Il silenzio, invece, è la punizione estrema, la strategia preferita per eccellenza del manipolatore “maligno”. Essa consiste nel disconoscimento totale dell’altro, in seguito a quelle che il carnefice definisce come lievissime incongruenze alle proprie pretese.

Il persecutore rifiuta di colpo ogni comunicazione, riesce a dileguarsi e, a differenza della preda, può tollerare lunghi periodi di distacco. Questo perché è cosciente di dover solo aspettare che la punizione abbia il suo effetto.

Nel silenzio, la vittima tenderà a colpevolizzarsi e a commiserarsi per aver causato una rottura così netta ed incomprensibile. Quindi tornerà più debole che mai. Inoltre, se questo non accadesse, il gaslighting prevede che il manipolatore le si riavvicini e approfitti con scaltrezza dello stato di prostrazione in cui l’ha gettata sparendo improvvisamente.

Il manipolatore patologico

Svalutazione progressiva, condizionamento psicologico e silenzio inquadrano la manipolazione “maligna” nella sua forma estrema del gaslighting. Allo stesso tempo, identificano nel narcisismo patologico e nella sociopatia i tratti personologici prevalenti del persecutore.

Conoscere ed imparare a esplorare il continuum della manipolazione, compreso tra una polarità “benigna” e una “maligna” del gaslighting può aiutarci a chiarire le differenze tra le varie caratteristiche di personalità dei manipolatori. Ciò al fine di individuare prima possibile certe caratteristiche all’interno di una relazione e chiedere immediatamente aiuto.

Una più precisa comprensione delle dinamiche innescate dalle diverse tipologie di manipolazione può infatti favorire lo sviluppo di trattamenti psicoterapeutici ancora più mirati e supportare le vittime nel processo di svincolo e di ripresa da una relazione disfunzionale in tempi più brevi.

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Narcisismo Psicologia

Narcisimo e dintorni…

Il narcisismo è davvero un disturbo così diffuso?  Indubbiamente sì. La stima più accreditata risale al 2010 dove, in una ricerca, è stato affermato che il disturbo narcisistico può interessare fino al 6% della popolazione. In più, la ricerca mostra un’incidenza superiore tra il pubblico maschile. Questa percentuale, seppure accreditata, sembra essere sottostimata.

Secondo una meta analisi condotta nel 2015, si è stabilito che il narcisismo sembrerebbe essere “percepito come in aumento” soprattutto tra le nuove generazioni. E’ chiaro che si tratta di un problema molto sentito e indubbiamente attuale.

Se è vero che il narcisismo è un disturbo molto diffuso, è altrettanto vero che esistono molte tipologie di narcisismo, classificate da vari autori seguendo diversi criteri. Nelle descrizioni più diffuse, il narcisista è una persona senza scrupoli, camaleontica e machiavellica ma vedremo che non è sempre così.

Sottotipi di Narcisismo:
«fare di tutta l’erba un fascio»

«Fare di tutta l’erba un fascio»: questa frase fatta è un po’ l’emblema di ciò che sta accadendo con il narcisismo

Indica l’atteggiamento di chi, trattando un determinato argomento, generalizza eccessivamente, non considerando (volontariamente o involontariamente) le differenze e le distinzioni tra i vari tipi di “erba” che pretende di riunire in un unico “fascio”. E’ quello che sta accadendo con il narcisismo ma, in fondo, è ciò che fa anche il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali quindi è una tendenza da biasimare solo per metà.

Sebbene i sottotipi non siano citati nel Manuale diagnostico (DSM V), riporto di seguito i cinque sottotipi di narcisismo patologico segnalati da Theodore Million, psicologo statunitense famoso proprio per i suoi lavori sui disturbi di personalità.

1. Narcisista senza scrupoli
Presenta tratti del disturbo antisociale di personalità

E’ un po’ l’equivalente del nostro narcisista perverso. Presenta spiccati tratti di personalità antisociale che si intersecano con il suo disturbo di personalità di base. E’ privo di rimorsi, arrogante, sfruttatore, manipolatore, vendicativo, non presenta una morale ne’ il minimo rispetto per il prossimo. Il suo profilo si avvicina molto a quello dello psicopatico e, marginalmente, a quello del sociopatico così come ti ho spiegato nell’articolo “Differenza tra narcisista, sociopatico e psicopatico.

2. Narcisista compensativo
Presenta tratti del disturbo evitante di personalità.

E’ probabilmente il sottotipo più vulnerabile. Compensa i suoi sentimenti di bassa autostima con la credenza di essere superiore agli altri. E’ convinto di essere unico e speciale e può avere tratti di personalità in comune con il disturbo evitante di personalità.

3. Narcisista seduttivo
Presenta tratti del disturbo istrionico di personalità.

Al suo disturbo di personalità di base, si aggiungono tratti della personalità istronica. Quindi abbiamo un narcisista che ama stare sotto i riflettori e fa di tutto per mantenersi al centro dell’attenzione. Tende a essere un bugiardo patologico, un adulatore e ad attuare atteggiamenti seducenti, a sfondo sessuale. Per i tratti delle personalità istrionica, ti invito a leggere il mio ultimo articolo “Disturbo istrionico di personalità, riconoscerlo nel partner, nel genitore o nell’amico“.

4. Narcisista elitario

E’ una variante del “modello puro” ma qui c’è una spiccata propensione alla scalata sociale. Si sente un privilegiato ma la sua facciata ha poco a che fare con la realtà, cerca una vita facilitata e agiata e vive con la paura di essere “normale”.

5. Narcisista puro

Abbraccia i criteri diagnostici presenti nel DSM V e manca di tratti di personalità istrionici, antisociali o evitanti. Non presenta empatia e i rapporti che riesce a instaurare mancano di reciprocità, si pone elevati standard, si sente unico e si aspetta di essere riconosciuto dal prossimo. Presenta una “naturale predisposizione” per la ledership, è competitivo e, come qualsiasi sottotipo di narcisista, è manipolativo.

Classificazione breve

Sono molti gli autori che si sono dedicati all’individuazione dei vari sottotipi di narcisismo. Per esempio, abbiamo ancora:

1. Narcisista paranoico
Presenta tratti del disturbo paranoico di personalità

Come tutti i sottotipi di narcisista, anche questo manca di empatia, mostra disprezzo e arroganza verso il prossimo e teme, che, per invidia o altre motivazioni, gli altri possano sabotarlo, parlare male di lui o lederlo in altri modi.

2. Narcisista hedonista

E’ un mix dei primi quattro sottotipi di narcisista di Millon. Può alternarsi in fasi e oscillare, quindi può essere da un lato sensibile al rifiuto e vulnerabile come il tipo compensativo, ma anche grandioso come il tipo elitario. Può adottare una condotta autodisturbante, può arrivare a tagliarsi fuori dalla società o, al contrario, averne bisogno come il tipo istrionico/seduttivo.

3. Narcisista maligno

E’ molto simile al primo sottotipo di narcisista di Millon, quindi anche in questo caso possono esserci spiccati tratti di personalità antisociale ma, in più, possono esserci tratti di personalità paranoica e spiccata propensione al sadismo. Il termine “narcisismo maligno” è stato introdotto per la prima volta da Erich Fromm nel 1964, il concetto è stato ripreso e rivisitato da più autori.

La classificazione più nota: covert & overt

La teoria di Wink (1991) è indubbiamente la più nota, quindi l’ho riservata per ultima. L’autore ha teorizzato l’esistenza di due diversi tipi di narcisismoovert e covert. Il narcisista overt ha spesso pensieri di superiorità, autosufficienza e controllo sugli altri, mentre il narcisista covert manifesta emozioni come rabbia e vergogna, ed è afflitto da pensieri di fallimento costante da cui deriverebbe la paura di un rifiuto relazionale. Vediamo tutti i dettagli.

Narcisismo overt

Il narcisista overt presenta un’elevata autostima e una bassa tolleranza alle critiche. Presenta un comportamento sicuro o svalutante e un livello ridotto di ansia nelle relazioni sociali. Mostra, altresì, un evidente distacco emotivo e denigra le relazioni affettive fino a evitarle perché potrebbero minare la propria grandiosità. Le caratteristiche principali del narcisismo overt sono quelle che nelle altre classificazioni incarnavano il sottotipo PURO, vale a dire: atteggiamento sprezzante e superiore, ossessione per il successo, necessità di dominare o comandare, mancanza di empatia, relazioni sociali superficiali e aride.

Narcisismo covert

Il narcisista covert, invece, è sensibile alle critiche, rumina costantemente e mostra scarsa autostima. Lo stile di attaccamento è impaurito, con manifestazione di ansia costante cui segue evitamento delle relazioni.

Il narcisista covert sperimenta, nelle relazioni, una costante paura del rifiuto e dell’abbandono. Il narcisista covert si presenta come introverso, vulnerabile e molto sensibile. La sua sensibilità è legata soprattutto al giudizio e alle critiche altrui, teme costantemente la svalutazione di sé tanto da scattare sulla difensiva in ogni argomento che può mettere in dubbio il suo operato. Tende a idealizzare gli altri.

Anche nella forma di narcisismo covert, però, non mancano sentimenti di grandiosità, più difficili da identificare perché camuffati da timidezza, introversione e sintomi depressivi. Il narcisista covert ha difficoltà a mantenere relazione a lungo termine, può avere tratti di personalità in comune con il disturbo borderline di personalità (proprio per la spiccata paura dell’abbandono) e un atteggiamento ipercritico nei confronti degli altri nonché di se stesso.

Per approfondire alcune dinamiche comportamentali, comuni tra narcisismo covert, overt e disturbo borderline di personalità ti invito a leggere il mio articolo: differenze tra disturbo Borderline e Narcisismo.

Similitudini tra narcisismo overt e covert

Sia nella forma overt che covert i narcisisti sono affamati di ammirazione costante, fantasie di grandezza, sensazione che tutto gli sia dovuto… Entrambi i tipi di narcisisti rafforzano l’autostima attraverso l’ammirazione altrui, tendono alla manipolazione e all’arroganza. Sono entrambi presuntuosi, solo che la presunzione del covert è più celata, tendono a essere critici (il covert anche con se stesso), trascurano i bisogni altrui perché neanche li riconoscono e possono avere difficoltà nel controllare gli impulsi (soprattutto quando i profili incorporano tratti di personalità borderline, e divengono caratterizzati da un elevato grado di instabilità emotiva e comportamentale).

Entrambi i tipi di narcisisti presentano una spiccata grandiosità ma cambiano le modalità di manifestazione. Gli overt sono grandiosi e arroganti per riuscire a camuffare l’insicurezza e la depressione. Al contrario i covert sono insicuri e timidi per nascondere il nucleo grandioso.

Correlazione tra narcisismo e altri disturbi

Ancora, stando alle statistiche, il disturbo narcisistico di personalità presenta un elevato tasso di comorbilità con altri disturbi dell’umore o del comportamento: disturbi depressivi, dissociativi, disturbi alimentari, disturbo bipolare e soprattutto abuso di sostanze.

Fonte dati:
Prevalence and Treatment of Narcissistic Personality Disorder in the Community: A Systematic Review“, Comprehensive Psychiatry, 2010.
“Gender differences in narcissism: A meta-analytic review”, Psychological Bulletin, 2015