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Incontri di Meditazione a Cividale del Friuli

emozioni: istruzioni per l’uso

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Comportamento Comunicazione Emozioni manipolazione Narcisismo Psicologia

Manipolazione: saperla riconoscere.

La manipolazione psicologica avviene attraverso delle buone modalità comunicative e il manipolatore ha spesso tratti narcisistici o psicopatici.

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo (Zimbardo, 2008): un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile. 

Andrea Ferrari, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità

(Joseph Conrad).

In cosa consiste la manipolazione psicologica

Messaggio pubblicitarioNel realizzare questa breve guida abbiamo tentato di ampliare i canoni della letteratura psicologica divulgativa, solitamente dominata da articoli che descrivono come possiamo ottenere un maggior benessere personale, cosa influenza le relazioni sentimentali o su come andare d’amore d’accordo con il nostro partner, figli, colleghi di lavoro ecc. Altri articoli, di stampo più specialistico, forniscono informazioni utili ad una platea di professionisti delle discipline psicologiche, aggiornandoli su nuove procedure diagnostiche, tecniche di intervento, studi di efficacia ecc.

D’altra parte, chi ha mai detto che la psicologia è solo una disciplina di aiuto? È probabile che il lettore profano, dinanzi alla parola psicologia, si immagini di calarsi all’interno di uno studio finemente arredato, con il pavimento in legno e le pareti dominate da acquerelli, attestati e un’immensa libreria di noce. La sua immaginazione lo porterà, quindi, su un divano comodo su cui stare seduto, o anche sdraiato, raccontando ciò che gli passa per la testa ad un signore barbuto, intento a prendere appunti.

Oggi vorremmo offrirvi un’immagine molto meno rassicurante, conducendovi all’interno di una stanza polverosa e chiusa a chiave, senza finestre, con la luce spettrale di un neon che illumina il volto del vostro interlocutore, intento a fumarsi una sigaretta mentre il suo sguardo, torvo, non abbandona neanche per un istante i vostri occhi; sa che, presto o tardi, gli direte ciò che vuole sentirsi dire.

Lo studio dei processi di manipolazione, suggestione e influenzamento è un tema caro alla psicologia sociale, che se ne occupa da decenni. La fine della II guerra mondiale costrinse il mondo occidentale a riflettere sui regimi totalitari, sollevando interrogativi inquietanti sul contributo di ciascun individuo nella genesi e nel mantenimento di sistemi politico-sociali basati sulla restrizione delle libertà, sulla violenza e sulla giustificazione dei crimini più atroci.

Milgram (1974) dimostrò in modo magistrale ciò che Hannah Arendt, quasi contemporaneamente, scriveva mentre assisteva al processo di Adolf Eichmann a Gerusalemme: un uomo qualunque, inserito in un contesto socioculturale favorente, potrebbe diventare uno spietato gerarca nazista.

Milgram individuava nell’obbedienza, e nel timore di contraddire una fonte di autorità i fattori in grado di far compiere un’azione brutale, come somministrare una scarica elettrica ad alto voltaggio ad una persona indifesa. Tuttavia, la descrizione che la Arendt fa di Eichmann evidenzia fattori ancora più inquietanti nella loro meschinità, come il carrierismo e il bisogno di conformarsi ad un sistema gerarchico, oltre ad una incapacità di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Da una parte il timore di contraddire un’autorità, dall’altra il desiderio di esserne complici, indipendentemente dalle implicazioni morali.

Ma fermiamoci qui. Mentre questi esempi riguardano processi di influenzamento, in cui una persona si adegua in modo più o meno cosciente a decisioni imposte, nei processi più francamente manipolativi, la vittima viene soggiogata nel modo di pensare e percepire la realtà, convincendosi di quanto gli viene inculcato.

La manipolazione psicologica in ambito forense

La comprensione dei fenomeni di manipolazione psicologica è particolarmente importante per la psicologia forense, che tra le varie cose si occupa di come le testimonianze giuridiche possano essere influenzate dalle condizioni psicologiche del testimone. Il fenomeno delle false confessioni ne è forse l’esempio più significativo. Pare inoltre che le forze investigative negli USA (ma non solo negli USA) siano facili a confondere la conduzione di un interrogatorio con l’estorsione di una confessione. Va detto che nel sistema giudiziario degli Stati Uniti, la confessione di un imputato assume un valore probatorio decisivo per le sorti di un processo, anche nei casi in cui vi siano scarse evidenze fattuali. Nel 25% dei casi in cui una persona è stata scagionata grazie all’esame del DNA, l’imputazione era avvenuta tramite una falsa confessione (Kassin et al, 2009).

Anche se starete pensando di non essere i tipi da confessare uno stupro o un omicidio che non avete commesso, le ricerche indicano che le persone innocenti sono particolarmente vulnerabili durante gli interrogatori. Secondo Redlich e Meissner (2009) negli Stati Uniti vi sono diverse modalità per condurre un interrogatorio allo scopo di produrre (o estorcere) una confessione, tutte accomunate da tre fasi:
– Isolamento: il sospettato viene detenuto in una piccola stanza e lasciato solo, non gli è permesso di contattare un avvocato di fiducia. Il soggetto trattenuto è così incoraggiato a vivere una condizione psicologica di precarietà, con sentimenti di ansiae insicurezza.
– Confronto: Gli investigatori assumono per principio che la persona che si trovano davanti sia IL colpevole. Quindi, glielo comunicano in modo esplicito, affermano di avere delle prove in mano che consentono di incriminarlo (è utile ricordare che alla polizia è legalmente permesso di mentire), che non gli conviene negare le sue colpe, e che queste comportano gravi conseguenze.
– Minimizzazione: in questa fase chi conduce l’interrogatorio assume un atteggiamento empatico con il sospettato, allo scopo di guadagnare la sua fiducia, gli offre delle giustificazioni per il crimine che (non) ha commesso.

Gli amanti delle serie TV potranno osservare un interrogatorio così descritto nella prima stagione di True Detective, operato da un convincente Matthew McConaughey. E se state pensando che, almeno in Italia, certe cose non accadano, vi invitiamo a leggere questo articolo di Kassin (2012) che dedica particolare attenzione al caso di Amanda Knox, e del delitto di Perugia. Possiamo quindi concludere che gli interrogatori sono un setting ideale per esercitare una manipolazione psicologica.

È interessante osservare come queste modalità di conduzione degli interrogatori sembrano adattarsi al modello circolare dell’abuso di Walker (1979): secondo l’Autrice, la genesi delle violenze domestiche seguirebbe quattro fasi, indicate come
1) Incremento della tensione: la comunicazione tra partner abusante e vittima si interrompe, quest’ultima si sente spaventata e avverte il bisogno di placare la rabbia dell’abusante.
2) Incidente: Il partner abusante manifesta rabbia nei confronti della vittima ed esercita minacce e intimidazioni, si verifica un abuso, a livello verbale, fisico o comportamentale.
3) Riconciliazione: il partner abusante si scusa e si giustifica incolpando la vittima, nega il comportamento di abuso o ne minimizza la gravità;
4) Calma: l’incidente viene “dimenticato”, e non si verificano altri abusi. I partner vivono una “luna di miele” fittizia.

Alla luce delle somiglianze tra i due modelli, non appare azzardato affermare che le false confessioni sono ben più di una tecnica di manipolazione, bensì appaiono come una forma sottile e raffinata di tortura: anche se questo termine non compare mai nei modelli descritti, è evidente che la vittima di questi processi si ritrovi a vivere in uno stato di paura e di sottomissione, con l’impossibilità di chiedere aiuto o uscire dalla relazione. Ne consegue che l’unico modo per cavarsela è acconsentire alle richieste di chi detiene il potere nella relazione.

Un altro fattore che può contribuire ad assoggettare chi subisce un interrogatorio è la mancanza di riposo. Un recente studio di Frenda coll. (2016) ha indagato il ruolo della deprivazione dal sonno impiegando un metodo sperimentale. La variabile dipendente consisteva nell’ammissione di aver compiuto un fatto che non si era commesso, ovvero la produzione di una falsa confessione. II 50% dei soggetti assegnati al gruppo sperimentale, che avevano trascorso una notte in bianco al laboratorio universitario, producevano una falsa confessione, contro il 18% dei soggetti di controllo.

La manipolazione psicologica avviene attraverso una buona comunicazione

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo (Zimbardo, 2008): un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile. A questo proposito può essere molto utile conoscere i sei principi della persuasione sociale illustrati da Robert Cialdini (2009):

1) Reciprocità: o principio del “ti offro un dito per prenderti il braccio”, indica la nostra tendenza a ricambiare un favore che ci viene offerto. Una tecnica di persuasione che sfrutta questo principio è quella dei campioni gratuiti, si fornisce ai clienti una piccola quantità di prodotto con l’ “innocente” intenzione di informare il pubblico, mentre ciò mette in moto l’obbligo di ricambiare il dono.
2) Impegno e coerenza: il bisogno di apparire coerenti con ciò che abbiamo fatto ci induce un cambiamento mentale che supera le pressioni personali e interpersonali nello sforzo di essere coerenti con quell’impegno. Una tattica persuasiva che sfrutta questo principio è la tecnica del “piede nella porta” che consiste nell’ottenere grossi acquisti cominciando con uno piccolo.
3) Riprova sociale: talvolta, nel decidere che cos’è giusto per noi, ci è di aiuto cercare di scoprire cosa gli altri considerano giusto. Ad esempio, tendiamo a considerare più adeguata un’azione quando la fanno anche gli altri. L’impiego dei testimonial nella pubblicità è una delle trasposizioni pratiche di questo principio, un altro esempio sono le risate finte nelle sitcom.
4) Simpatia: di regola preferiamo acconsentire alle richieste delle persone che conosciamo e che ci piacciono, o che percepiamo come simili a noi. I mariti rimasti vittime dei Tupperware party riconosceranno gli effetti drammatici che questo principio, apparentemente così innocuo, ha sulla nostra pazienza.
5) Autorità: o principio del Megadirettore galattico, indica il senso di deferenza verso l’autorità per cui tendiamo a seguire fino all’estremo l’ordine di una persona autorevole (o presunta tale) in un determinato campo. È il motivo per cui si usano i dentisti negli spot sui dentifrici.
6) Scarsità: un prodotto diviene più attraente quando la sua disponibilità è limitata. Questo principio rappresenta inoltre un ottimo deterrente alla procrastinazione: avete mai sentito parlare della “corsa all’ultimo acquisto”? Sulla base di questo principio i venditori usano frequentemente le tattiche del numero limitato, o dell’offerta valida per pochi giorni.

Le caratteristiche di chi compie la manipolazione psicologica

Messaggio pubblicitarioPassiamo infine alla descrizione delle caratteristiche psicologiche del manipolatore: se questa è la carriera che desiderate intraprendere, potrebbe esservi di aiuto possedere di tratti di personalità afferenti alla triade oscura (Furnham et al., 2012; Paulhus & Williams, 2002), ovvero un costrutto impiegato per descrivere una costellazione di tre tratti di personalità:
– narcisismo: tratto di personalità che descrive individui che tendono ad apparire ambiziosi, determinati e dominanti nelle relazioni interpersonali, fino ad esibire un senso di superiorità;
– machiavellismo: tratto di personalità che descrive individui con una forte tendenza al cinismo, alla scarsa considerazione per i principi etici e morali, con la tendenza a manipolare gli altri per raggiungere i propri scopi;
– psicopatia: è considerato il tratto più maligno della triade oscura, descrive persone caratterizzate da scarsi livelli di empatia, in combinazione ad alti livelli di impulsività e ricerca di eccitazione. Molti di questi individui manifestano condotte francamente antisociali.

Ora che, in questa breve guida, abbiamo illustrato le principali conoscenze teoriche sulla manipolazione psicologica, siamo certi che la vostra fiducia nel genere umano non sia di certo aumentata. Riteniamo però che conoscere questi processi sia il necessario presupposto per potersi difendere, ricordando al lettore di stare in guardia quando il nostro interlocutore ci evoca sensazioni di insicurezza o di franca minaccia, o quando ad un comportamento seduttivo fanno seguito richieste di impegno (economico, affettivo, lavorativo…), alle quali sente di faticare a sottrarsi. Le domande da farsi in questi casi sono “cosa sta tentando di ottenere rivolgendosi a me in questo modo?”, “mi riesce davvero impossibile sottrarmi?”, “ci sono argomentazioni contrarie da opporre?”. Riconoscere il comportamento manipolativo è il primo passo per potersi sottrarre ad esso, con la necessaria fermezza che deriva dalla consapevolezza dei propri diritti che mai, debbono essere calpestati, sia tra le mura di casa, sia nelle aule della giustizia.

Tuttavia, la manipolazione psicologica fa parte della vita, e non vogliamo invitare il lettore a diventare paranoide nel tentativo di difendersi da minacce sconosciute. Tralasciando casi estremi come gli interrogatori di polizia, essere persuasi, ma anche lasciarsi infinocchiare, sono esperienze comuni; per chi ha un’impresa non è raro subire una truffa da un cliente o un fornitore, così come per chi è in cerca dell’amore della vita, non è raro subire il fascino di persone con intenzioni meno nobili. Ma queste esperienze, per quanto spiacevoli, non sono la prova di una sconfitta: possiamo incassare colpi sporadici senza perdere fiducia e positività nell’affrontare la vita, consapevoli che il mondo non è sempre un luogo rassicurante in cui vivere.

Bibliografia

  • Arendt, H. (1963). La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. collana Universale economica.Saggi, Milano, Feltrinelli.
  • Cialdini R. (2009). Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di si. Firenze, Giunti.
  • Frenda, S.J., Berkowitz, S.R., Loftus, E.F.,& Fenn K.M. (2016) Sleep deprivation and false confessions. PNAS February 23, 2016 vol. 113 no. 8 2047-2050
  • Furnham, A.; Richards, S.C.; Paulhus, D.L. (2013). “The Dark Triad of personality: A 10 year review“. Social and Personality Psychology Compass 7 (3): 199–216.
  • Kassin et al., (2009). Police-Induced Confessions: Risk Factors and Recommendations. Law and Human Behavior, 2009. Univ. of San Francisco Law Research Paper No. 2010-13
  • Kassin S.M. (2012). Why confessions trump innocence. American Psychologist, vol 67 (6), 431-445.
  • Milgram, S. (1974). Obbedienza all’autorità. Einaudi (2003)
  • Paulhus, D.L., & Williams, K.M. (2002). The dark triad of personality. Journal of Research in Personality, 36, 556-563.
  • Redlich A.D., Meissner C.A. (2009). Techniques and controversies in the interrogation of suspects: The artful practice versus the scientific study. In J. L. Skeem, K. Douglas, & S. Lilienfeld (Eds.), Psychological science in the courtroom: Controversies and consensus. Guilford Press (2009)
  • Simon, George K (1996). In Sheep’s Clothing: Understanding and Dealing with Manipulative People.
  • Zimbardo P. (2007) The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil, Random House, New York
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Comportamento Comunicazione manipolazione Narcisismo Psicologia

Manipolazione maligna

La manipolazione psicologica, intesa come strumento per sfruttare l’altro al fine di ottenere da lui una serie di vantaggi per lo più relazionali, può avere infinite sfumature.

Talvolta, le conseguenze sono gravi o gravissime per chi subisce la manipolazione, tanto da minarne l’identità e l’equilibrio emotivo. Altre volte, invece, la manipolazione affettiva all’interno di una relazione può rivelarsi addirittura funzionale al benessere degli individui o della relazione stessa.

Non sempre, infatti, chi manipola lo fa con la consapevolezza di compromettere la relazione. Può anche reagire con sorpresa o sofferenza se messo davanti alle conseguenze disastrose delle sue azioni.

Allo stesso modo, non sempre chi manipola è un narcisista perverso. Spesso è una persona fragile e angosciata dall’idea che debba mentire e alterare la realtà pur di essere voluta da qualcuno. Interiormente coltiva invece la convinzione che nessuno potrà amarla per quel che è realmente.

Come e dove si manifesta la manipolazione psicologica

La manipolazione psicologica può manifestarsi come modalità transitoria in contesti relazionali ambigui, sospesi o in evoluzione. Il corteggiamento tra due persone  può esserne l’esempio eclatante. La fase del corteggiamento è quella in cui solitamente viene utilizzata una sorta di manipolazione strategica, sana entro certi limiti. Cioè la capacità di mostrare all’altro le parti migliori di sé, allo scopo di colpirlo e conquistarlo.

Ancorala manipolazione psicologica può presentarsi in tutte quelle relazioni in cui si assiste ad un disequilibrio tra le parti. Come per esempio nel rapporto tra genitori e figli. In particolare, vi si assiste quando gli adulti sentono la necessità di proteggere i bambini da situazioni che non potrebbero comprendere e che turberebbero il loro equilibrio.

Forse (perché certamente non sempre è vero!) certe omissioni o distorsioni della realtà possono essere interpretate dai genitori come “il male minore”, rispetto ai danni che secondo loro alcune verità potrebbero causare se non attutite da benevoli inganni.

La manipolazione benigna e maligna

La manipolazione, però, può anche avere caratteristiche più “maligne”. Potremmo descrivere le diverse tipologie di manipolazione affettiva come se si collocassero su una sorta di continuum.

Per comprendere la manipolazione psicologica e i suoi effetti può essere infatti utile immaginare una linea continua, compresa tra due estremi. Tra questi si declinano le diverse forme di manipolazione relazionale, da quelle innocue o addirittura benevole (“benigne”) a quelle, invece, perverse (“maligne”).

Manipolazioni benigne

La polarità delle “manipolazioni benigne” include tutti quei comportamenti, atteggiamenti e comunicazioni che, pur distorcendo realtà e informazioni, hanno lo scopo di suscitare nell’altro emozioni positive, o di proteggerlo in una situazione di fragilità.

Per fare un esempio pratico e molto comune, l’organizzazione di una festa di compleanno a sorpresa necessiterà che il festeggiato ignori sino al giorno prestabilito che tutti gli invitati si riuniranno in segreto per festeggiarlo. Tecnicamente, si tratta di una grande manipolazione, ma è senza dubbio benigna e orchestrata collettivamente e a fin di bene.

Sappiamo tutti bene come anche l’affettività sana sia caratterizzata da piccoli inganni, per lo più motivati dal bisogno di tutelare l’altro, accudirlo e creare un clima relazionale stabile e piacevole.

Un elemento distintivo della manipolazione “benigna”, quindi, è che non lede in nessun caso i valori della fiducia e del rispetto verso l’altro. In questi casi, il manipolatore vuole fornire qualcosa di buono all’altro e, allo stesso tempo, desidera condividere il suo benessere e la sua felicità.

Si può affermare che l’estremo positivo del continuum della manipolazione include tutti i “giochi di relazione” in cui entrambi i partecipanti in qualche modo vincono.

Manipolazioni maligne

La polarità opposta, ovvero la manipolazione “maligna”, è rappresentata dal cosiddetto gaslighting. Neologismo introdotto dagli psicologi americani per designare la più alta gradazione di crudeltà, machiavellismo patologico, ricatto emotivo e violenza relazionale.

Il termine è ispirato al film Gas Light del 1944, in cui il protagonista adultero persuade la moglie di essere pazza per nasconderle il tradimento.

Il gaslighting è caratterizzato da azioni consapevoli e calcolate, mirate a confondere la percezione della vittima e a demolire la sua autostima. Ciò in modo da imporre una sudditanza psicologica, con lo scopo primario di ricavare vantaggi a suo discapito.

Il manipolatore “maligno”, o gaslighter, non manifesta empatia per la propria vittima, né si ferma davanti alle drammatiche conseguenze delle proprie azioni. Talvolta neppure quando l’altro perde il controllo, fino a credersi pazzo, fino a percepire come disintegrata la propria identità.

L’obiettivo principale del gaslighting, infatti,  è proprio quello di minare l’autonomia e la capacità valutativa dell’altro; per acquisire il pieno controllo sulla sua vita.

Gli attacchi molto spesso sono subdoli, sotto-traccia, non palesemente riconoscibili né dalla vittima, né tantomeno da chi le sta intorno. Altre volte sono esplosivi e aggressivi e si servono della svalutazione progressiva, del condizionamento e del silenzio. Un’alternanza martellante, tale da destabilizzare anche le identità più strutturate.

Le strategie del gaslighter

La svalutazione progressiva

Per raggiungere l’obiettivo di svalutare progressivamente la propria vittima, inizialmente il manipolatore  “maligno” utilizza una leggera ironia (ad es., sulla forma fisica o sul modo di vestire, di parlare, ecc.).

Poi mira a criticare sempre meno velatamente abitudini, preferenze, tratti del carattere, amici e familiari della vittima.

Infine, si dedica accuratamente e impietosamente all’insinuare dubbi sulla moralità dell’altro, sulla sua lealtà, intelligenza, onestà. Colpisce uno a uno, come birilli umani, tutti i suoi punti di riferimento affettivi per condurla progressivamente all’isolamento, talvolta totale.

La vittima del gaslighter, spesso, non lascerà che lui/lei scenda in campo, e devasterà da sola i legami residui. Questi infatti, per via della manipolazione mentale, le appariranno come ostacoli da rimuovere per conquistare la “terra promessa” dal suo carnefice.

Il condizionamento

Il condizionamento, invece consiste nella somministrazione controllata di piccoli premi ogni volta che la vittima appare esausta e sul punto di crollare. O, meglio ancora, quando si uniforma alle richieste maligne del gasligther (ad es., una cena, qualche parola d’affetto, un impercettibile cenno di stima, ma soprattutto il sesso).

Nelle relazioni sentimentali, che sono il luogo privilegiato di questa manipolazione estrema, la sessualità è somministrata come un narcotico. Con una sorta di attenzione minuziosa e strategica. Quello che la vittima percepisce come passione, come totale fusione con l’altro, dal gaslighter viene invece utilizzato per definire ancora di più il senso di possesso verso l’altro.

Il silenzio manipolatorio

Il silenzio, invece, è la punizione estrema, la strategia preferita per eccellenza del manipolatore “maligno”. Essa consiste nel disconoscimento totale dell’altro, in seguito a quelle che il carnefice definisce come lievissime incongruenze alle proprie pretese.

Il persecutore rifiuta di colpo ogni comunicazione, riesce a dileguarsi e, a differenza della preda, può tollerare lunghi periodi di distacco. Questo perché è cosciente di dover solo aspettare che la punizione abbia il suo effetto.

Nel silenzio, la vittima tenderà a colpevolizzarsi e a commiserarsi per aver causato una rottura così netta ed incomprensibile. Quindi tornerà più debole che mai. Inoltre, se questo non accadesse, il gaslighting prevede che il manipolatore le si riavvicini e approfitti con scaltrezza dello stato di prostrazione in cui l’ha gettata sparendo improvvisamente.

Il manipolatore patologico

Svalutazione progressiva, condizionamento psicologico e silenzio inquadrano la manipolazione “maligna” nella sua forma estrema del gaslighting. Allo stesso tempo, identificano nel narcisismo patologico e nella sociopatia i tratti personologici prevalenti del persecutore.

Conoscere ed imparare a esplorare il continuum della manipolazione, compreso tra una polarità “benigna” e una “maligna” del gaslighting può aiutarci a chiarire le differenze tra le varie caratteristiche di personalità dei manipolatori. Ciò al fine di individuare prima possibile certe caratteristiche all’interno di una relazione e chiedere immediatamente aiuto.

Una più precisa comprensione delle dinamiche innescate dalle diverse tipologie di manipolazione può infatti favorire lo sviluppo di trattamenti psicoterapeutici ancora più mirati e supportare le vittime nel processo di svincolo e di ripresa da una relazione disfunzionale in tempi più brevi.

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“Il lockdown ha causato una ‘psico-pandemia’: problemi cognitivi e disagio psicologico”

I risultati di una nuova ricerca dell’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma

Il lockdown ha cambiato le nostre menti, influenzando la nostra salute mentale e le nostre abilità cognitive. In questi mesi, molti studi hanno evidenziato come le chiusure e le misure di contenimento del contagio abbiano esposto la popolazione globale a uno stress collettivo senza precedenti, dando vita a un fenomeno denominato “psico-pandemia”. Oggi ad indagare nel dettaglio gli effetti del lockdown su memoria, attenzione, concentrazione nella vita quotidiana giunge un lavoro condotto dall’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma.

Lo studio, intitolatoCognitive and mental health changes and their vulnerability factors related to COVID-19 lockdown in Italy e appena pubblicato sulla rivista scientifica Plosone, dimostra che durante la fase finale del primo blocco totale in Italia (dal 29 aprile al 17 maggio 2020), le restrizioni hanno generato un effetto sul funzionamento cognitivo percepito, oltre che sul benessere psicologico. All’indagine online hanno partecipato 1.215 soggetti. 

I risultati

“Durante il periodo di restrizioni ed isolamento le persone lamentavano maggiori difficoltà cognitive in attività della vita quotidiana che richiedevano attenzione/concentrazione. Abbiamo invece osservato un miglioramento della memoria”, spiega Giorgia Cona, coordinatrice della ricerca del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova e del Padua Neuroscience Center.

Cona prosegue: “Si è riscontrato inoltre un incremento nella severità e prevalenza di depressione, disturbi d’ansia e del sonno, ma anche alterazioni nell’appetito, libido e ansia per la salute: il 36% ha riportato sintomi ansiosi e il 32% sintomi depressivi durante il lockdown”.

La ricerca ha inoltre rivelato come “l’eccessiva esposizione ai mass-media per la ricerca di news relative al Covid-19 (la cosiddetta “infodemia”) o essere residenti in zone con alti tassi di contagio si siano rivelati fattori di rischio per disturbi depressivi e di tipo ansioso, anche con aspetti ipocondriaci. È interessante notare come le difficolta’ cognitive correlassero con i disturbi psicologici: maggiore era il disagio psicologico esperito, peggiori erano le abilita’ cognitive percepiti”, dice Eleonora Fiorenzato del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, prima autrice dello studio.

Le fasce di popolazione più colpite

Dalla ricerca condotta dall’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma emerge anche che alcune fasce della popolazione sono più vulnerabili. La dottoressa Fiorenzato sottolinea: “Le donne, i giovani (età inferiore ai 45 anni), gli individui disoccupati o chi lavorava da casa sono stati identificati come i gruppi di popolazione che più hanno risentito di questo peggioramento nelle abilita’ cognitive e nella salute mentale”.


Adalgisa Marrocco
Contributor HuffPost Italia

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Siamo pronti ad accogliere il talento? Matteo Guariso | TEDx Udine Salon

Quali sono le vostre riflessioni su questo tema cosi affascinante?

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L’effetto Pigmalione e le profezie autoavveranti

Chi era Pigmalione?

Pigmalione , secondo la mitologia e la letteratura classica, era il re di Cipro e uno scultore, che si era innamorato perdutamente.

La destinataria dei suoi sentimenti era una statua, da lui stesso scolpita, di nome Galatea, che egli considerava al di sopra di ogni donna reale e che sperava potesse animarsi.

Un giorno, dopo aver pregato Afrodite, la dea dell’amore, vide Galatea prendere vita. Poté finalmente coronare i suoi sogni al suo fianco.

Perché è chiamato “effetto Pigmalione” ?

Si tratta di un fenomeno di suggestione psicologica. Effetto per cui le persone tendono a voler soddisfare l’immagine o l’idea che gli altri hanno di loro, anche se essa è negativa. Proprio come Pigmalione che aveva riposto così tante speranze e aspettative in Galatea che ella, infine, si era conformata ai suoi desideri.

Tale processo è noto anche come effetto Rosenthal , dallo psicologo che lo ha studiato o chiamato anche “profezia autoavverante”.

In psicologia, una profezia che si autoadempie, si autoavvera, si ha quando un individuo, convinto o timoroso che si verifichino eventi futuri, altera il suo comportamento in modo tale da finire per causare tali eventi.

Gli studi di Rosenthal

Robert Rosenthal, professore di psicologia ad Harvard, nel 1965 in collaborazione con una maestra elementare di San Francisco, Lenore Jacobson, fu molto colpito da un caso che all’epoca fece molto scalpore: Clever Hans.

Clever Hans era un cavallo che agli inizi del secolo era noto per riuscire a comprendere e risolvere correttamente problemi matematici. In seguito fu dimostrato che, pur non possedendo tali capacità, era in grado di cogliere dei segnali corporei del suo addestratore e di provare a rispondere correttamente.

L’ipotesi formulata da Rosenthal e dalla sua collega fu che tale effetto delle aspettative avrebbe potuto essere riscontrabile nei bambini. E dove indagare ciò se non in una scuola ? Con gli insegnanti nello stesso ruolo dell’addestratore del famoso cavallo?

L’esperimento dell’effetto Pigmalione

In una scuola elementare, Rosenthal e Jacobson parlarono con gli insegnanti, informandoli dei risultati di un test svolto dai loro alunni, l’Harvard Test of Inflected Acquisition.

In realtà tale test non esisteva e i dati forniti ai docenti erano totalmente casuali.

Fu misurato il QI dei ragazzi al momento e dopo un anno, per capire se e quanto l’aspettativa degli insegnanti si fosse riversata sui bimbi.

Ottennero dei risultati salienti:

  • I bimbi indicati come più dotati avevano aumentato il punteggio del QI di 4 punti
  • Gli studenti del primo anno superavano i più grandi nei risultati

Ciò che erano andati ad esaminare era l’ipotesi che in una classe le aspettative del docente fossero molto influenti. Ed ecco che si svela l’ effetto Pigmalione. Infatti i bimbi reputati capaci e da cui si presupponeva uno sviluppo intellettuale maggiore, avevano un rendimento più alto.

In questo caso, tra il gruppo di controllo e quello sperimentale non vi era alcuna differenza di intelligenza o di prestazione. L’unica cosa che cambiava era il parere dei loro maestri, influenzati dai risultati del finto test di Rosenthal e Jacobson.

Nel caso dei bimbi più piccoli, nello specifico, probabilmente essi emergevano in quanto più plasmabili per la giovane età. Ed anche perché ancora poco conosciuti e non etichettati dai docenti. Infatti gli insegnanti, non avendo un’idea pregressa delle loro capacità, si erano fidati del test fasullo per calibrare le loro aspettative.

Ciò che si realizza è dunque una profezia che si autoavvera. Secondo questa profezia che si autodetermina, la predizione di una persona, per esempio sul comportamento di un’altra, si realizzerà.

Bibliografia

Brown, R. “Psicologia sociale dei gruppi”, Il Mulino, 2000 [ libro ]

Rosenthal, R. “Pygmalion in the Classroom. Teacher Expectation and Pupils’ Intellectual Development”, 1968 [ libro ]

Cecchi, C. “Il ruolo delle aspettative, l’Effetto Rosenthal”, per approfondire qui .

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Il Desiderio

Vorrei condividere questo interessante articolo pubblicato da Treccani.

Inteso come pulsione di natura emozionale che spinge l’essere vivente alla ricerca di quanto possa soddisfare un suo bisogno fisico o spirituale, il desiderio presenta una dimensione sfuggente, difficile da definire e misurare. La stessa etimologia del termine – dal latino de-, e sidus, “stella”, letteralmente, “cessare di contemplare le stelle a scopo augurale”, nel senso di trarne gli auspici e quindi bramare – allude più alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio, e al moto dell’animo che li lega, che alla natura dell’oggetto stesso. Vincolato al registro del piacere e del dolore, ciascun individuo tende ad appagare le esigenze primarie legate alla sopravvivenza e a costruirsi un proprio universo di significati che rimandano alla dialettica natura-cultura. Per la gamma delle configurazioni in cui si esprime, e per la sua attinenza alla sfera della soggettività, il desiderio rimane un problema aperto che investe vari campi, dalla biologia all’antropologia, alla filosofia, alla religione. Letto in chiave fisiologica, il desiderio sessuale può essere incluso tra le motivazioni omeostatiche volte a ricondurre l’organismo a uno stato di benessere; nella prospettiva psicologica, esso è attivato da stimoli di carattere affettivo che rinviano all’immaginario, ai ‘fantasmi mnestici’ della persona. Configurazioni significative nel rapporto organismo-ambiente Umano, e perciò vincolato alla coscienza di una condizione finita, precaria, e rivolto, in virtù di un’incessante ricerca dell’oggetto atto a soddisfarlo, a risolvere le tensioni e inquietudini che da quella coscienza discendono, il desiderio, relativamente alla sua base fisica, compare, nell’evoluzione animale, prima dell’uomo. Ciò avviene in parallelo con l’organizzazione strutturale del sistema ipotalamico-limbico e l’acquisizione della capacità emozionale di valutare qualitativamente lo stato dell’organismo nel suo rapporto con l’ambiente riguardo il piacere e il dolore. Nella sua accezione più generale, il desiderio rappresenta una funzione della vita emozionale, l’espressione di una tendenza a ‘significare’ le pulsioni organismiche, di origine intrinseca o estrinseca, sulla base di un codice qualitativo (e quantitativo) che riconosce il suo fondamento biologico nell’attività, filogenetica e ontogenetica, dei centri del piacere e del dolore. L’introduzione di parametri qualitativi nell’organizzazione del sistema vivente amplifica la dinamica del rapporto tra organismo e ambiente, anche se, sul piano comportamentale, esso può essere ricondotto più semplicemente a schemi di tipo ‘appetitivo’ e ‘avversativo’. Attraverso la pulsione desiderante, l’esigenza primaria di un adattamento omeostatico viene a essere finalizzata alla esplorazione e realizzazione di tutte le possibili configurazioni di rapporto significative, ossia dotate di valore emozionale, tra potenzialità del sistema nervoso e opportunità ambientali. Oltre a configurazioni omeostatiche, in grado di soddisfare bisogni primari che assicurano la sopravvivenza dell’individuo e della specie, se ne delineano altre non omeostatiche (per es., la curiosità esplorativa, il gioco, gli affetti), riconducibili all’investimento di un’eccedenza emozionale orientata verso uno stato di equilibrio che si può definire come ‘piacere di stare al mondo’. Il desiderio tende così verso un equilibrio di livello superiore: oltre al soddisfacimento dell’esigenza di cibo, alla riproduzione e alla difesa dai pericoli, funzione propria del desiderio è di promuovere una ‘collusione’ emozionale con l’ambiente, nonché l’ottimizzazione delle potenzialità specie-specifiche e individuali. Con la vita emozionale, la strutturazione e l’organizzazione funzionale del sistema nervoso dipendono, in misuracrescente lungo la scala dei Vertebrati, da meccanismi epigenetici, connessi al graduale sviluppo di strutture differenziate a partire da cellule indifferenziate e morfologicamente omogenee. Tali meccanismi determinano una varietà individuale resa poco evidente dai comportamenti specie-specifici, ma che si esprime in una gamma pressoché infinita di configurazioni significative e collusive tra organismo e ambiente. Il desiderio è la pulsione, emotivamente connotata, che sottende la realizzazione di queste configurazioni e dunque il prodursi di una soggettività integrata in un suo ambiente. Nei Vertebrati ciò avviene secondo due linee evolutive. La prima è rappresentata dagli animali solitari, che, raggiunta la maturità e fatta eccezione per le stagioni degli amori, non manifestano bisogni sociali. Per essi il piacere di stare al mondo è di tipo ‘monadico’, riferito solitamente a un territorio (fig. 1). La seconda è riferibile agli animali sociali, tra cui si instaurano vincoli affettivi (fig. 2). Questa linea raggiunge la sua espressione più compiuta nei Primati superiori. In virtù della socialità affettiva, l’individuo si pone al servizio del gruppo e dà luogo a un’organizzazione gerarchica fondata sul riconoscimento del ‘valore’ del singolo. Le due linee evolutive, che seguono l’una il potere individuante, l’altra il potere socializzante del desiderio, si ricongiungono nell’antropogenesi in forza di un programma emozionale binario (piacere-dolore), che porta all’acquisizione della coscienza di sé e dell’altro, e al dispiegamento delle potenzialità individuali attraverso le capacità dell’immaginazione e del pensiero astratto, attivate e vincolate dalla cultura. Programmato da una logica binaria, il desiderio umano si presenta dunque come pulsione tendente a realizzare la massima varietà individuale – quella per cui ogni soggetto costruisce un suo mondo di significati, manifestando una inconfondibile personalità – entro un ordine sistemico, che è proprio della cultura e dell’organizzazione sociale cui appartiene, il cui equilibrio omeostatico postula una normalizzazione, ossia una riduzione della varietà. Riduzione funzionale al bene comune, tuttavia sempre precaria, poiché l’ordine culturale, nel suo trasmettersi di generazione in generazione, rivela una tendenza inerziale che l’ordine della natura, combinando il patrimonio genetico della specie umana e attivando ‘nuove’ potenzialità, pone in tensione. La pulsione desiderante umana si oggettiva, così, attraverso un’incessante mediazione tra natura e cultura: mediazione che, nel corso della storia, appare sempre pervenire a una qualche soluzione dialettica tra le diverse valenze ‒ comunitarie e individualistiche ‒ che sottendono quella pulsione, ma che conosce anche situazioni drammaticamente conflittuali. Se si prescinde dall’assumere il desiderio umano come pulsione ciecamente egoistica e onnipotente ‒ una minaccia, insomma, da frustrare ‒ il suo significato, benché filogeneticamente comprensibile, appare nondimeno molto problematico. Occorrerebbe, forse, parlarne come di un ‘mistero’ e tener conto che l’emozionalità umana, vincolata al registro del piacere e del dolore, è però strutturata da un’intuizione affatto singolare, specie-specifica: quella dell’infinito temporale. Intuizione che impone a ogni individuo di esprimersi nell’arco di un’esperienza finita e al tempo stesso aperta su due fronti: quello di un passato irreversibile, di cui egli è erede e testimone, e quello di un futuro che gli viene, sì, incontro, ma celando, con ciò che egli diventerà, ciò che non potrà mai accadere, cioè sopravvivere ai ‘suoi’ giorni. Per questo il desiderio umano, radicando l’individuo nel suo tempo e nel suo ambiente, non è né può essere immune dall’angoscia esistenziale, che si anima comunque di una speranza di sopravvivenza riposta nella memoria dei posteri o in un essere infinito. La dimensione sessuale 

L. DINAMICHE FISIOLOGICHE E PSICHICHE 

Il desiderio sessuale costituisce l’aspetto più sfuggente della sessualità umana: è squisitamente soggettivo, difficile da definire e da misurare. L’intensità e la frequenza con cui il desiderio si manifesta sembrano rispondere a caratteristiche notevolmente ‘dimorfiche’, ossia differenti tra uomo e donna, dovute anzitutto a ragioni ormonali e poi a variabili socioculturali: storicamente, l’uomo è stato incoraggiato a esternare il proprio desiderio, la donna, al contrario, a reprimerne con pudore l’espressione. Questa diversità educativa e comportamentale, ora molto attenuata ma non scomparsa nelle società moderne occidentali, permane invece fortissima in altri contesti culturali. S. Freud (1923) usa il termine libido (v.) come sinonimo di desiderio sessuale per indicare l’espressione dinamica della pulsione sessuale nella vita psichica, vale a dire una sorta di energia mentale che alimenta la pulsione sessuale. In un’accezione più ampia, C.G. Jung (1928) definisce come libido l’energia psichica presente in tutto ciò che è desiderato, che è appetitus, in un senso anche, ma non necessariamente, sessuale. Dal punto di vista sessuologico, l’espressione più convincente è quella del fisiologo R.J. Levin, che definisce il desiderio sessuale come uno stato mentale insoddisfatto, di variabile intensità, creato da stimoli esterni (attraverso i sensi) o interni (fantasia, memoria, associazioni psichiche), che induce la sensazione del bisogno di condividere un’attività sessuale (usualmente con l’oggetto di desiderio) per soddisfare il bisogno stesso (Levin 1994). Tale formulazione ha il merito di dare consistenza al termine desiderio, riportandolo alle sue matrici biologiche, sensoriali, oltre che psichiche, mentali. Gli organi di senso sono fortemente implicati nel fenomeno libidico. L’odore, per es., connota l”identità olfattiva’ di una persona e ne rivela la forza d’attrazione, fatta di ‘feromoni’, sostanze di richiamo sessuale, e di secrezioni sudoripare e sebacee che ne definiscono una sottile e speciale riconoscibilità; si associa a emozioni profonde, alla memoria, alla nostalgia, all’atmosfera che cattura il soggetto nella sfera di attrazione determinata dal profumo dell’altro; esalta le caratteristiche estetiche e sensoriali della cute, concorrendo a quell”attrazione di pelle’ che rappresenta uno dei più potenti stimolatori del desiderio. A questo si aggiunge il gusto, il ‘sapore’ dell’altro, quale si esprime nel bacio, la forma più umana di intimità affettiva, oltre che sessuale. L’olfatto, il gusto e anche il tatto costituiscono il ‘canale cenestesico’, la via privilegiata per accendere il desiderio e l’affettività. Egualmente importante, e per alcuni prioritario, è l’udito: le vibrazioni della voce, la tonalità emotiva, più ancora del contenuto verbale, possono accendere il desiderio, anche a distanza. Da ultimo la vista, detonatore per eccellenza del desiderio maschile. Gli organi di senso sono quindi da ritenere tra i principali fattori che alimentano la libido, rendendola contesto-dipendente (Graziottin 1996); la loro recettività ai segnali sessuali viene biologicamente modulata dagli ormoni sessuali. Insieme, e variamente combinati secondo le inclinazioni personali, i sensi costruiscono negli anni lo scenario mentale di riferimento di ciò che è fisicamente attraente nell’altro. Uno scenario molto plastico, flessibile e mutevole, com’è la mente umana, in base alle esperienze affettive e sessuali del soggetto, le quali concorrono alla dimensione motivazionale-affettiva e cognitiva del desiderio stesso. A provocare le complesse dinamiche motivazionali contribuiscono, in modo determinante, i processi intrapsichici. L’oscillare continuo tra memoria e oblio seleziona, per es., quali e quante immagini sensoriali resteranno impresse nel cervello come attivatori erotici forti (formando il ‘fantasma erotico primario’, che si struttura in genere nella fase peripuberale o dell’adolescenza), e, viceversa, quali e quante verranno cancellate, oppure ‘sepolte’ nella parte meno accessibile della mente. Affetti, emozioni e il sentimento di amore ‘vestono’ a loro volta le immagini di significati individuali e relazionali, arricchendo ulteriormente la gamma psichica del desiderio attraverso la nostalgia, lo ‘struggimento’ e quei più sottili slanci che animano il desiderio di intimità emotiva, oltre che fisica. Fattori neuropsichici e motivazionali possono concorrere a una forma speciale di amore-passione, in cui il desiderio, nelle forme estreme, dense di illusioni e proiezioni, si avvicina al ‘delirio’ (gli ‘stati passionali’ degli psichiatri della fine del 19° secolo). In questo scenario psichico ritroviamo gli elementi che concorrono all’immaginario erotico, ossia l’insieme di immagini psichiche che più potentemente accendono il desiderio. Esse costituiscono una sorta di album, o biblioteca mentale specializzata, le cui immagini hanno la peculiare capacità di attivare, insieme al desiderio, anche i processi neuropsichici, nonché ormonali, nervosi e vascolari, che coordinano la funzione sessuale nell’uomo e nella donna. Fanno parte dell’immaginario erotico tre diverse modalità psichiche: i sogni erotici; le fantasie sessuali diurne involontarie, che affiorano alla mente mentre si è impegnati in altro; infine, le fantasie sessuali volontarie. In studi recenti (Levin 1994), la specifica attivazione dell’immaginario erotico viene definita eccitazione mentale (mental arousal) e tenuta distinta dal desiderio, che l’alimenta e la precede. 

2. ASPETTI MOTIVAZIONALI E COMUNICATIVI 

Dal punto di vista della motivazione il desiderio sessuale può essere considerato l’espressione di tre grandi componenti: lo stimolo biologico istintuale, lo stimolo motivazionale affettivo, lo stimolo cognitivo a mettere in atto un comportamento sessuale. a) Lo stimolo biologico istintuale tende, attraverso la procreazione, al mantenimento della specie. Si tratta di un processo che viene specificamente attivato a livello cerebrale dagli ormoni sessuali, e in modo particolare dal testosterone, in entrambi i sessi. Al processo biochimico endocrino che modula il desiderio sessuale partecipa una varietà di ormoni: gli estrogeni, che nella donna agiscono come fattori neurotrofici e psicotrofici, oltre che come responsabili dei caratteri sessuali primari e secondari; il progesterone, che ha un ruolo tendenzialmente ‘sedativo’; la prolattina, che nei due sessi blocca il desiderio non appena superi i livelli normali; gli ormoni tiroidei, i quali, se sono carenti, impediscono la libido, mentre, quando sono in eccesso, si limitano a una generica accelerazione dei processi psichici, non specificamente sessuali; l’ossitocina, la quale rappresenta il mediatore biochimico più importante dei legami affettivi connessi alla sessualità oltre che il segnale di ‘sazietà’ sessuale (Pfaus-Everitt 1995). Della componente biologico-istintuale del desiderio fanno parte il livello costituzionale (aspetti neuroendocrini), i fattori stimolanti (farmaci, droghe, talune malattie psichiatriche) e, infine, i fattori inibenti (farmaci, droghe, malattie fisiche e mentali). Una completa assenza di desiderio, accompagnata da inibizione sessuale generale, con carente risonanza psichica di emozioni e situazioni potenzialmente sessuali, caratterizza la condizione comunemente nota come ‘frigidità’, che può essere dovuta a cause biologiche e psicosessuali. Nei casi di mancanza oppure di forte attenuazione di desiderio, si tende generalmente a isolare l’aspetto psicologico-relazionale, sottovalutando quello fisico, e ciò vale soprattutto per la donna; al contrario, l’aspetto biologico va sempre indagato, perché il corpo gioca un ruolo importante in tale fenomeno: alterazioni ormonali quali la carenza di estrogeni (ipoestrogenismo), presente nei blocchi mestruali ‒ da dieta, stress fisici o psichici ‒ e in menopausa, possono bloccare, o comunque frenare, sia il desiderio sia la risposta di eccitazione e lubrificazione fisica vaginale. Gli estrogeni sono i fattori ‘permittenti’ che consentono al VIP (Vasoactive intestinal peptide, il più potente mediatore chimico dell’eccitazione fisica) di tradurre il desiderio sessuale in risposta fisica genitale (Levin 1992). In quanto legato a fattori ormonali, che si riducono con l’età, il desiderio sessuale tende biologicamente a diminuire in età avanzata. b) Lo stimolo motivazionale affettivo è collegato mediante il ruolo della fantasia al bisogno di attaccamento e di amore. In tale prospettiva, B. Spinoza afferma nell’Etica (1677, 3, 36) che il desiderio è “la tristezza che riguarda la mancanza della cosa che amiamo”. Contribuisce a questo aspetto del desiderio una serie di elementi: l’identità sessuale (identità di genere, di ruolo e di meta sessuale); la qualità delle relazioni affettive precedenti, che incidono sulla capacità di fiducia, di intimità e di abbandono; le motivazioni non sessuali al comportamento sessuale (ansia, sentimento di solitudine, abitudine, esigenza di confermare la propria identità o dimostrarsi la propria normalità, bisogno di umiliare o essere umiliati, di ottenere vantaggi: sentimenti, emozioni e motivazioni che inducono un comportamento sessuale senza che vi sia un reale desiderio sessuale fisico). Queste variabili sono fondamentali nel modulare la percezione del piacere e del dolore sessuale e anche la qualità stessa della risposta fisica e della soddisfazione a essa legata (Graziottin 1996). Negli aspetti relazionali della componente motivazionale affettiva vanno incluse le dinamiche di coppia, che possono variare notevolmente l’intensità e l’espressione del desiderio, nonché la ‘reale’ desiderabilità del partner: la mancanza di igiene, di cura di sé, di attenzione al proprio essere fisicamente desiderabile, oltre a problemi di salute o sessuali del partner, possono annullare il desiderio del soggetto, anche in presenza di un buon legame affettivo. c) Lo stimolo cognitivo a mettere in atto un comportamento sessuale si fonda sul concetto che un individuo ha di ciò che ci si aspetta da lui e dei rischi connessi allo stesso comportamento sessuale. Si tratta di un meccanismo basato sull’analisi e sul controllo dei fattori che inducono il comportamento sessuale e di quelli che lo sconsigliano. Proprio perché evolutivamente tardivo, quest’ultimo aspetto è il più vulnerabile all’irrompere (acting-out) dei fattori istintuali e affettivi. Costituiscono un esempio gli incontri ad alto rischio di trasmissione di malattie indotte per via sessuale, in cui l’irruzione istintuale scardina il comportamento di evitamento, e quindi protettivo, coerente con la valutazione cognitiva del rischio. Di conseguenza il soggetto assume comportamenti obiettivamente pericolosi, dei quali è consapevole ma che, tuttavia, è incapace di modificare. Si deve tener conto anche del fatto che rischio e trasgressione sono tra i più potenti afrodisiaci di tipo cognitivo-motivazionale dell’eros umano: essi attivano, infatti, le motivazioni antiomeostatiche del desiderio e del comportamento sessuale, caratterizzate dalla rottura degli equilibri precedenti e tipiche degli atteggiamenti ‘esplorativi’, che sono volti alla ricerca di stimoli nuovi, di piacere, di una diversa conoscenza di sé. Oltre che nelle sue valenze motivazionali, il desiderio sessuale può essere analizzato nelle sue dimensioni comunicative. Esso definisce infatti la dinamica appetitiva che idealmente unisce il soggetto all’oggetto di desiderio. L’atto di desiderare può avere molteplici significati per il suo oggetto: può essere una conferma di identità e di valore per l’altro; può connotarsi con invasività simbolica, emotiva o fisica, alimentando comportamenti socialmente ed eticamente inaccettabili, quali molestie o abusi di tipo corporale e psicologico; può negare il valore dell’altro, privando la relazione di un segnale forte di coesione. La natura dell’oggetto di desiderio e i modi con cui l’immaginario erotico ‘veste’ il desiderio stesso ci danno ulteriori informazioni su eventuali patologie del desiderio, quali per es. le perversioni sessuali. La valutazione del desiderio sessuale, e dei disturbi relativi alle sue variazioni in eccesso o in difetto, deve quindi tener conto di tutte le componenti. La prospettiva psicoanalitica lacaniana e socioanalitica Partendo dall’ipotesi freudiana e dalla sua abbondanza semantica, J. Lacan (1966) coglie la dimensione desiderante nella mancanza che il bambino prova una volta separato dalla madre, e colloca tale dimensione tra il bisogno e la domanda. Mentre il bisogno mira a un oggetto specifico e si soddisfa con esso, e la domanda esige anche un riconoscimento di ‘direzione’, rivolgendosi sempre all’altro, il desiderio cerca di imporsi senza tenere conto dell’altro. È proprio la nozione di altro che consente a Lacan la riformulazione della nozione di desiderio, chiaramente mediata dalla dialettica hegeliana servo-padrone. Il desiderio dell’uno, dice Lacan, trova il suo senso nel desiderio dell’altro; ciò permette di mantenere la distinzione tra il bisogno che è conscio, e il desiderio, enunciato nel sogno e nel sintomo, che è inconscio, per cui il bisogno si ‘soddisfa’ mentre il desiderio si ‘realizza’ compatibilmente con le difese dell’Io (spostamento, condensazione, sostituzione), che tendono a renderlo irriconoscibile. La dialettica lacaniana del desiderio trova la sua espressione nel linguaggio, la cui prima manifestazione è nel desiderio di sapere: l’altro, non è l’altro in carne ed ossa, ma è l’Altro, l’universo linguistico in cui il desiderio, per esprimersi, si deve inserire. In un diverso ordine di prospettive, W. Reich (1933) e H. Marcuse (1955) sviluppano un’analisi sociale del desiderio in chiave pseudomarxista, mentre G. Deleuze insieme a F. Guattari (1972), in polemica con l’analisi di Reich e Marcuse, e con Freud stesso, concepiscono il desiderio come una ‘macchina desiderante’, analoga alla macchina del lavoro, rimossa dalla repressione sociale per il timore del carattere rivoluzionario e sovversivo del desiderio. 

BIBL.: s. abraham et al., Psiconeuroendocrinologia del piacere, Milano, Masson, 1986; g. deleuze, f. guattari, L’anti-Oedipe, Paris, Éditions de Minuit, 1972 (trad. it. Torino, Einaudi, 1975); f. dolto, Au jeu du désir, Paris, Éditions du Seuil, 1981 (trad. it. Milano, Mondadori, 1994); s. freud, Psychoanalyse und Libidotheorie [1923], in id., Gesammelte Werke, 13° vol., London, Imago, 1940, pp. 211-33 (trad. it. in id., Opere, 9° vol., Torino, Boringhieri, 1977, pp. 439-62); g.o. gabbard, Psychodynamic psychiatry in clinical practice, Washington, American Psychiatric Press, 1990 (trad. it. Milano, Cortina, 1995); a. graziottin, Libido, in The yearbook of the Royal college of obstetrics and gynecologists 1996, ed. J. Studd, London, RGOC Press, Parthenon Publishing, 1996, pp. 235-41; c.g. jung, Über die Energetik der Seele [1928], in id., Gesammelte Werke, Olten und Freiburg im Breisgau, Walter, 1971, pp. 1-75 (trad. it. in id., Opere, 8° vol., Torino, Boringhieri, 1976, pp. 11-77); h.s. kaplan, Disorders of sexual desire, New York, Simon & Schuster, 1979 (trad. it. Milano, Mondadori, 1981); j. lacan, Écrits, Paris, Éditions du Seuil, 1966 (trad. it. Torino, Einaudi, 1974); r.j. levin, The mechanisms of human female sexual arousal, “Annual Review of Sexuological Re-search”, 1992, 3, pp. 1-48; id., Human male sexuality: appetite and arousal, desire and drive, in Human appetite: neural and behavioural bases, ed. C. Legg, D. Boott, Oxford, Oxford University Press, 1994, pp. 127-64; a. lowen, Pleasure, a creative approach to life, New York, Coward-McCann, 1970 (trad. it. Roma, Astrolabio, 1984); h. marcuse, Eros and civilization, Boston, Beacon, 1955 (trad. it. Torino, Einaudi, 1968); j. mcdougall, The many faces of eros, New York, Norton, 1995 (trad. it. Milano, Cortina, 1997); j.g. pfaus, b.j. everitt, The psychopharmacology of sexual behaviour, in F.E. Bloom, D.J. Kupfer, Psychopharmacology, New York, Raven Press, 1995, pp. 743-58; w. reich, Die Massenpsychologie des Faschismus, manoscritto, 1933 (trad. it. Milano, SugarCo, 1974).

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Comportamento Crescita personale Gestione dello stress Psicologia

COVID-19: far fronte allo stress in casa e in famiglia

In un’emergenza come quella che stiamo vivendo in seguito alla pandemia di COVID-19, la paura della situazione nuova, inattesa e potenzialmente dannosa per la salute nostra e per quella dei nostri famigliari e la necessità di una condizione di isolamento sociale comportano una inevitabile sensazione di perdita di controllo, innescando reazioni di stress. D’altra parte ottenere informazioni chiare e seguire le raccomandazioni può aiutare a recuperare il controllo sulle circostanze della nostra vita, aumentando la nostra capacità di reagire positivamente, e riducendo l’ansia e l’angoscia che si accompagnano all’incertezza di una situazione in continua evoluzione.

Il 6 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha divulgato alcuni consigli da seguire per gestire lo stress associato alla emergenza sanitaria globale del COVID-19 che ha sintetizzato in due infografiche. A partire da quei documenti ecco un approfondimento sui comportamenti consigliati per gestire lo stress e mitigare l’ansia, rivolto alle persone confinate in casa e in particolare ai genitori di bambini da zero a tre anni.

Che cosa possiamo fare per evitare che la paura si trasformi in angoscia?

Di fronte al pericolo la paura è nostra amica: nel corso della propria storia, senza la paura la specie umana probabilmente si sarebbe estinta, sopraffatta dal pericolo. Ma se la paura diventa eccessiva ci rende vulnerabili. Seguire i consigli che ci vengono dati è un modo per riconoscere il ruolo della paura, senza farsi sopraffare. Tristezza, angoscia, perfino panico, sono risposte emotive comprensibili, ma che scaturiscono da valutazioni poco realistiche. I pensieri catastrofici spesso ci assalgono quando siamo più vulnerabili, come nei momenti di inattività o durante la notte. Possiamo considerarli una sorta di “bugie” prodotte dal nostro cervello, di fronte alle quali non sempre la nostra ragione riesce ad avere la meglio. Quando una minaccia è visibile, d’istinto siamo portati a scappare, e più ci allontaniamo più la paura diminuisce. In questo caso la minaccia è invisibile e dunque fuggire è impossibile: non sapremmo in quale direzione andare. Non ci rimane che allontanare il più possibile la minaccia da noi. In che modo? Mettendo in atto quei comportamenti virtuosi che sentiamo ripetere ogni giorno: stare il più possibile in casa, mantenere una distanza di sicurezza dagli altri, lavarsi spesso le mani senza temere di esagerare, limitare i contatti fisici anche tra familiari. Più mettiamo in atto comportamenti di questo tipo, più ci sentiamo protetti, rassicurati, meno ansiosi.

Noi siamo quello che pensiamo. Le nostre reazioni emotive, e quindi il nostro stato di benessere o malessere, dipendono anche dalla nostra percezione e immaginazione. È facile capire quindi che, per stare bene, dobbiamo dirottare il pensiero su cose che ci diano piacere, distrarre la mente impegnandoci in attività concrete che ci appassionano: leggere, parlare, cucinare, curare le piante, occuparci degli animali domestici, videochiamare parenti e amici.

Attenzione all’autosuggestione

Quando si è in uno stato di allerta e magari anche in una condizione di deprivazione sensoriale per noia o mancanza di idee, potremmo essere più soggetti a ingigantire le normali sensazioni e a metter in atto reazioni sproporzionate e inopportune. La difficoltà è capire se stiamo esagerando. Proviamo allora a chiederci che cosa penseremmo se quella sensazione o quel comportamento venisse espresso da un nostro famigliare (moglie, marito, figlio). Di solito questo re-indirizzamento ci pone in una posizione di maggiore obiettività e maggiore razionalità. In questa posizione, potremo immaginare quale nostro intervento sarebbe efficace nel rassicurare la persona cara. E questo potrebbe aiutarci a trovare una strada per auto-rassicurarci e abbassare i livelli di ansia. 

Devo stare in casa, come faccio a far passare il tempo?

Riflettiamo che oggi dobbiamo restare in casa, ma avendo comunque il mondo di fuori a portata di mano, con la possibilità di parlare con chi vogliamo, di leggere ciò che ci interessa, di guardare ciò che ci piace, persino andare per negozi virtuali a fare shopping. Insomma, tutte le numerose opzioni messe a disposizione dalla nostra tecnologia. Ma ci sono anche altre possibilità: riscoprire il piacere del clima familiare, reimpostare la routine quotidiana su ritmi più lenti e piacevoli, condividere attività, rispolverare giochi di quando eravamo più poveri di tecnologia. 

Per chi ha la fortuna di possedere un giardino o un terrazzo con piante, fare giardinaggio o ridisegnare lo spazio ha un forte potere rilassante. Può bastare anche il davanzale di una finestra per rilassarsi coltivando piante aromatiche da usare in cucina. Anche avere animali domestici a cui dedicarsi, può essere d’aiuto: la relazione con un animale è spesso appagante tanto quanto la relazione con altri esseri umani. Infine, continuare a svolgere attività motoria anche in casa è importante per mantenere la salute, sia fisica, sia mentale. 

Suggerimenti per mamma e papà con neonati e bimbi piccoli

“Se hai cura del tuo benessere psico-fisico, hai contemporaneamente cura del tuo bambino”

In questo periodo di isolamento forzato, anche alle mamme e ai papà che hanno neonati e bambini molto piccoli è stato chiesto di cambiare il proprio stile di vita e di restare a casa insieme ai più piccoli. È un tempo che viene regalato, del quale si può approfittare per godere della presenza dei nostri cari e scoprirli in una quotidianità inusuale. 

Può accadere anche che questo periodo riveli la nostra vulnerabilità e tante paure e ansie che sono tipiche di una neo mamma o neo papà emergano in modo esagerato e incontrollato. Potrebbe capitare di sentirsi tristi, stressati o confusi o potrebbe capitare di avere paura di non riuscire a proteggere i propri piccoli. Ecco allora qualche suggerimento per le mamme e i papà con un neonato:

  • mettiamo il bambino sulla pancia e ascoltiamo una bella musica rilassante e mentre coccoliamo il nostro bimbo cerchiamo di respirare lentamente: ci rilasseremo entrambi 
  • cerchiamo di fare lunghe docce rilassanti ed esercizi di respirazione, soprattutto la sera prima di andare a dormire 
  • prendiamoci cinque minuti, chiudiamo gli occhi e concediamoci una vacanza mentale dove vogliamo 
  • se possibile trascorriamo qualche momento all’aria aperta con il bimbo
  • prolunghiamo il momento del cambio pannolino con un piacevole massaggio al nostro bambino 
  • non abbiamo paura di non trovare attività stimolanti per i nostri figli: la relazione con noi è ciò che li appaga di più
  • cerchiamo di prenderci piccoli spazi per noi quando il bambino dorme: leggiamo un buon libro, occupiamoci di noi, cerchiamo di dormire a nostra volta o anche solo di riposare 
  • abbiamo cura del nostro aspetto: vestiamoci bene, dedichiamo del tempo al trucco
  • ascoltiamo buona musica
  • balliamo con in braccio il nostro bimbo
  • cerchiamo di seguire una corretta alimentazione, con cibi naturali e freschi
  • non trascuriamo le nostre esigenze: nostro figlio è importante, ma prima ci siamo noi. Se non stiamo bene, il piccolo potrebbe soffrirne e noi sentirci peggio
  • utilizziamo registrazioni con i suoni della natura, da ascoltare mentre facciamo addormentare il bambino
  • non sentiamoci colpevoli dei sentimenti di inadeguatezza che potremmo provare, i pensieri negativi si possono cambiare e non ci impediranno di essere una brava madre o un bravo papà 
  • lasciamo al nostro partner momenti esclusivi col bimbo
  • se abbiamo delle preoccupazioni cerchiamo di limitarle a un solo momento nell’arco della giornata: quindici minuti quando il bimbo dorme. Può aiutare prenderne nota per iscritto.
  • ricordiamoci che questa situazione d’emergenza è passeggera 
  • manteniamo un pensiero basato sulla realtà 
  • non prendiamo qualsiasi sintomo fisico come un segnale di una malattia più grave 
  • asserviamo i nostri bimbi per scoprire quali progressi stanno facendo.

Ed ecco qualche suggerimento per mamme e papà con un bimbo di 1-3 anni:

  • cerchiamo di dare una struttura regolare alla giornata
  • se il bimbo gattona o ha iniziato a camminare favoriamo queste attività estremamente gratificanti per lui 
  • se possibile, passiamo del tempo insieme all’aria aperta 
  • alterniamo attività movimentate (come lotta con i cuscini, ginnastica per terra, ballare insieme) ad attività più rilassanti (un disegno, le costruzioni, la lettura di fiabe), a momenti in cui non offriamo alcuna stimolazione ma incoraggiamo la sua autonomia
  • facciamo insieme biscotti e torte o un lavoretto: lasciamo che ci aiuti in semplici attività 
  • osserviamo il nostro piccolo, cercando di capire quale attività predilige
  • pargliamogli tanto, insegnandogli nuove parole 
  • coinvolgiamo il nostro partner in attività col bimbo
  • facciamo chiamate e videochiamate con parenti e amici.

Se ci sentiamo comunque tristi e scoraggiati e pensiamo di avere bisogno di aiuto, non esitiamo a chiederlo, rivolgendoci al medico curante e al pediatra.