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The Nightmare, Henry Fuseli, 1781 — dipinto che raffigura il demone del sogno
The Nightmare, Henry Fuseli, 1781 — Detroit Institute of Arts · Pubblico Dominio. Freud ne aveva una copia nel suo studio di Vienna.

C'è un dipinto del 1781 che raffigura con straordinaria precisione visiva ciò che la psicoanalisi tenterà di mettere in parole: che la notte non è un vuoto, che nel sonno qualcosa continua a lavorare, che ciò che non riesce a emergere di giorno trova un modo per bussare di notte.

Chi non riesce a dormire conosce bene quella qualità particolare del buio. Non è il buio come assenza — è il buio come presenza. I pensieri che girano, le preoccupazioni che si amplificano, il corpo che non si lascia andare. Ma la domanda più interessante, clinicamente, non è «cosa ti tiene sveglio». È «perché il sonno fa paura».

Il sonno come resa

Freud aveva una visione del sonno che va molto al di là della biologia. Nel sonno, scriveva, l'io si ritira dal mondo: la libido si concentra su se stessa, le difese si allentano, il contatto con la realtà esterna si sospende. Il sonno è, in questo senso, una regressione — un momentaneo ritorno a uno stato di dipendenza e passività che ricorda, lontanamente, le condizioni originarie della vita psichica. Ferenczi aveva spinto questa idea ancora oltre: dormire è tornare, simbolicamente, allo stato fetale — la grande regressione verso il narcisismo primario, il momento in cui il sé non era ancora separato dal mondo.

Questa prospettiva illumina qualcosa che la medicina del sonno fatica a spiegare: perché alcune persone, nonostante la stanchezza, nonostante ogni condizione esterna favorevole, semplicemente non riescono ad abbandonarsi al sonno. La risposta psicoanalitica è che l'io deve cedere il controllo. E per alcune persone, cedere il controllo — anche per poche ore, anche nell'intimità della propria camera — è pericoloso.

L'io che non si fida

Chi soffre di insonnia cronica spesso presenta, nella storia di vita, esperienze di ambiente precoce inaffidabile. Non necessariamente traumi clamorosi: a volte basta un ambiente emotivamente imprevedibile, un genitore presente ma non sintonizzato, una forma di cura che non ha offerto la certezza silenziosa che «puoi lasciarti andare, ci sono io». Winnicott chiamava questo holding — la capacità dell'ambiente di contenere il bambino così completamente da permettergli di sperimentare la discontinuità del sé senza esserne annientato.

Chi non ha avuto un holding sufficientemente buono sviluppa un io abitudinario alla veglia, alla guardia, al monitoraggio. Nell'adulto, questo si traduce in un sistema nervoso autonomo cronicamente attivato — ma anche in una struttura psichica che ha imparato a non fidarsi del riposo. Il sonno richiede una fiducia di fondo: nel corpo, nell'ambiente, nel fatto che il mondo ci sarà ancora al risveglio. Chi ha imparato presto che quella fiducia è fragile, spesso non riesce a ritrovarla la notte.

Il rimuginio come difesa

Il pensiero ruminativo notturno — quella cascata di preoccupazioni, scenari, autoprocesse mentali che tengono svegli — non è un malfunzionamento. È, psicanaliticamente parlando, una difesa. L'io che rumina è un io che tenta di padroneggiare ciò che, se lo lasciasse andare, potrebbe risultare intollerabile.

Cosa intollerabile? Il silenzio, forse. La solitudine psichica. O qualcosa di più specifico: un dolore che di giorno riesce a tenersi a distanza attraverso l'attività, e che di notte — quando l'attività cessa — si avvicina. Il rimuginio è rumoroso per una ragione: fa da schermo. Finché la mente è occupata a preoccuparsi del colloquio di domani o della bolletta da pagare, non deve stare con qualcosa di più profondo e meno articolabile. In questo senso, l'insonnia non è solo un disturbo del sonno. È spesso il sintomo di qualcosa che il giorno non ha ancora avuto spazio di dirsi.

Una domanda utile da porsi. Quando ti svegli nel cuore della notte con la mente che gira, prova a chiederti: di cosa non riesci a non pensare? E poi: da quanto tempo? L'insonnia raramente è casuale — quasi sempre ha una storia.

La notte e l'inconscio

C'è un motivo per cui il terrore notturno è diverso da qualsiasi altra forma di paura. La notte dissolve i confini — tra sé e il mondo, tra ciò che è controllato e ciò che non lo è, tra la veglia razionale e qualcosa di più arcaico. È il momento in cui le difese dell'io si abbassano, e ciò che stava sotto — emozioni non elaborate, conflitti non risolti, immagini che il giorno non si è permesso — trova la strada verso la coscienza.

Klein descriveva come nelle prime settimane di vita il bambino viva in uno stato di angoscia persecutoria: l'oggetto assente è vissuto come minaccioso, il buio è abitato da presenze ostili. In molti adulti con insonnia si ritrova qualcosa di analogo: non il terrore infantile nella sua forma cruda, ma la sua eco — quella qualità di all'erta, di non-sicurezza, di attesa vigilante che caratterizza le notti di chi non riesce a dormire.

Il trattamento

La psicoterapia psicodinamica lavora sull'insonnia nel modo più naturale: creando uno spazio in cui ciò che la notte porta alla superficie possa essere detto ad alta voce. Portare in parole i contenuti che tengono svegli — anche solo nella forma del racconto, anche senza una comprensione immediata — riduce la loro carica perturbante. Il sogno raccontato in seduta perde qualcosa della sua potenza angosciosa: da presenza che opprime diventa testo che può essere letto.

L'ipnosi clinica ericksoniana ha un ruolo specifico nel trattamento dell'insonnia: non come tecnica di induzione meccanica del sonno, ma come strumento per lavorare direttamente con quella parte della psiche che resiste alla resa. In uno stato ipnotico, l'io impara gradualmente a sperimentare la dissolvenza dei confini senza che sia catastrofica — allena, in un contesto sicuro e relazionale, quella capacità di lasciarsi andare che il sonno richiede. È un apprendimento che avviene a un livello diverso da quello cognitivo.

Quando chiedere aiuto

Vale la pena parlarne con uno psicologo o psicoterapeuta quando le difficoltà di sonno durano da più di un mese, quando condizionano il funzionamento diurno, quando si è già provato tutto — igiene del sonno, tisane, melatonina — senza risultato stabile. Vale la pena farlo soprattutto quando si sente che la notte porta qualcosa di più di una semplice difficoltà a dormire: un'agitazione, un'ansia, una tristezza che arriva puntuale al momento di spegnere la luce.

La mia prospettiva

Le persone che arrivano in studio per l'insonnia ci arrivano spesso dopo anni di tentativi falliti — medici, farmaci, app, podcast di meditazione. Quello che quasi sempre manca è qualcuno che abbia chiesto non «come dormi» ma «cosa ti succede quando sei solo nel buio».

In molti casi, la risposta a questa domanda apre qualcosa. Non sull'insonnia — ma su una storia di vita in cui essere soli, non essere visti, non avere un posto sicuro in cui appoggiarsi ha avuto un peso che ancora si porta. Il sonno ritorna non perché si impara una tecnica, ma perché si trova — anche solo nella relazione terapeutica — qualcosa che assomiglia a quel holding di cui Winnicott parlava. Qualcosa che dica, in modo silenzioso: puoi lasciarti andare. Ci sono io.

Riferimenti bibliografici

  1. Freud, S. (1917). Metapsicologia: Complemento metapsicologico alla teoria del sogno. In Opere, vol. VIII. Bollati Boringhieri.
  2. Ferenczi, S. (1913). Stages in the development of the sense of reality. In Contributions to Psycho-Analysis. Badger Press.
  3. Winnicott, D. W. (1965). The Maturational Processes and the Facilitating Environment. Hogarth Press.
  4. Klein, M. (1952). Some theoretical conclusions regarding the emotional life of the infant. In Envy and Gratitude and Other Works 1946–1963. Hogarth Press.
  5. Morin, C. M., & Espie, C. A. (2003). Insomnia: A Clinical Guide to Assessment and Treatment. Springer.
  6. Elkins, G. R., et al. (2015). Advancing research and practice: The revised APA Division 30 definition of hypnosis. International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 63(1), 1–9.
Dott. Matteo Guariso

Dott. Matteo Guariso

Psicologo Clinico e Psicoterapeuta Psicodinamico a Udine. Studio in Via del Gelso 15. Approccio integrato: psicoterapia psicodinamica, ipnosi clinica ericksoniana, mindfulness. Iscritto all'Albo degli Psicologi FVG n. 2348.