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Manipolazione maligna

La manipolazione psicologica, intesa come strumento per sfruttare l’altro al fine di ottenere da lui una serie di vantaggi per lo più relazionali, può avere infinite sfumature.

Talvolta, le conseguenze sono gravi o gravissime per chi subisce la manipolazione, tanto da minarne l’identità e l’equilibrio emotivo. Altre volte, invece, la manipolazione affettiva all’interno di una relazione può rivelarsi addirittura funzionale al benessere degli individui o della relazione stessa.

Non sempre, infatti, chi manipola lo fa con la consapevolezza di compromettere la relazione. Può anche reagire con sorpresa o sofferenza se messo davanti alle conseguenze disastrose delle sue azioni.

Allo stesso modo, non sempre chi manipola è un narcisista perverso. Spesso è una persona fragile e angosciata dall’idea che debba mentire e alterare la realtà pur di essere voluta da qualcuno. Interiormente coltiva invece la convinzione che nessuno potrà amarla per quel che è realmente.

Come e dove si manifesta la manipolazione psicologica

La manipolazione psicologica può manifestarsi come modalità transitoria in contesti relazionali ambigui, sospesi o in evoluzione. Il corteggiamento tra due persone  può esserne l’esempio eclatante. La fase del corteggiamento è quella in cui solitamente viene utilizzata una sorta di manipolazione strategica, sana entro certi limiti. Cioè la capacità di mostrare all’altro le parti migliori di sé, allo scopo di colpirlo e conquistarlo.

Ancorala manipolazione psicologica può presentarsi in tutte quelle relazioni in cui si assiste ad un disequilibrio tra le parti. Come per esempio nel rapporto tra genitori e figli. In particolare, vi si assiste quando gli adulti sentono la necessità di proteggere i bambini da situazioni che non potrebbero comprendere e che turberebbero il loro equilibrio.

Forse (perché certamente non sempre è vero!) certe omissioni o distorsioni della realtà possono essere interpretate dai genitori come “il male minore”, rispetto ai danni che secondo loro alcune verità potrebbero causare se non attutite da benevoli inganni.

La manipolazione benigna e maligna

La manipolazione, però, può anche avere caratteristiche più “maligne”. Potremmo descrivere le diverse tipologie di manipolazione affettiva come se si collocassero su una sorta di continuum.

Per comprendere la manipolazione psicologica e i suoi effetti può essere infatti utile immaginare una linea continua, compresa tra due estremi. Tra questi si declinano le diverse forme di manipolazione relazionale, da quelle innocue o addirittura benevole (“benigne”) a quelle, invece, perverse (“maligne”).

Manipolazioni benigne

La polarità delle “manipolazioni benigne” include tutti quei comportamenti, atteggiamenti e comunicazioni che, pur distorcendo realtà e informazioni, hanno lo scopo di suscitare nell’altro emozioni positive, o di proteggerlo in una situazione di fragilità.

Per fare un esempio pratico e molto comune, l’organizzazione di una festa di compleanno a sorpresa necessiterà che il festeggiato ignori sino al giorno prestabilito che tutti gli invitati si riuniranno in segreto per festeggiarlo. Tecnicamente, si tratta di una grande manipolazione, ma è senza dubbio benigna e orchestrata collettivamente e a fin di bene.

Sappiamo tutti bene come anche l’affettività sana sia caratterizzata da piccoli inganni, per lo più motivati dal bisogno di tutelare l’altro, accudirlo e creare un clima relazionale stabile e piacevole.

Un elemento distintivo della manipolazione “benigna”, quindi, è che non lede in nessun caso i valori della fiducia e del rispetto verso l’altro. In questi casi, il manipolatore vuole fornire qualcosa di buono all’altro e, allo stesso tempo, desidera condividere il suo benessere e la sua felicità.

Si può affermare che l’estremo positivo del continuum della manipolazione include tutti i “giochi di relazione” in cui entrambi i partecipanti in qualche modo vincono.

Manipolazioni maligne

La polarità opposta, ovvero la manipolazione “maligna”, è rappresentata dal cosiddetto gaslighting. Neologismo introdotto dagli psicologi americani per designare la più alta gradazione di crudeltà, machiavellismo patologico, ricatto emotivo e violenza relazionale.

Il termine è ispirato al film Gas Light del 1944, in cui il protagonista adultero persuade la moglie di essere pazza per nasconderle il tradimento.

Il gaslighting è caratterizzato da azioni consapevoli e calcolate, mirate a confondere la percezione della vittima e a demolire la sua autostima. Ciò in modo da imporre una sudditanza psicologica, con lo scopo primario di ricavare vantaggi a suo discapito.

Il manipolatore “maligno”, o gaslighter, non manifesta empatia per la propria vittima, né si ferma davanti alle drammatiche conseguenze delle proprie azioni. Talvolta neppure quando l’altro perde il controllo, fino a credersi pazzo, fino a percepire come disintegrata la propria identità.

L’obiettivo principale del gaslighting, infatti,  è proprio quello di minare l’autonomia e la capacità valutativa dell’altro; per acquisire il pieno controllo sulla sua vita.

Gli attacchi molto spesso sono subdoli, sotto-traccia, non palesemente riconoscibili né dalla vittima, né tantomeno da chi le sta intorno. Altre volte sono esplosivi e aggressivi e si servono della svalutazione progressiva, del condizionamento e del silenzio. Un’alternanza martellante, tale da destabilizzare anche le identità più strutturate.

Le strategie del gaslighter

La svalutazione progressiva

Per raggiungere l’obiettivo di svalutare progressivamente la propria vittima, inizialmente il manipolatore  “maligno” utilizza una leggera ironia (ad es., sulla forma fisica o sul modo di vestire, di parlare, ecc.).

Poi mira a criticare sempre meno velatamente abitudini, preferenze, tratti del carattere, amici e familiari della vittima.

Infine, si dedica accuratamente e impietosamente all’insinuare dubbi sulla moralità dell’altro, sulla sua lealtà, intelligenza, onestà. Colpisce uno a uno, come birilli umani, tutti i suoi punti di riferimento affettivi per condurla progressivamente all’isolamento, talvolta totale.

La vittima del gaslighter, spesso, non lascerà che lui/lei scenda in campo, e devasterà da sola i legami residui. Questi infatti, per via della manipolazione mentale, le appariranno come ostacoli da rimuovere per conquistare la “terra promessa” dal suo carnefice.

Il condizionamento

Il condizionamento, invece consiste nella somministrazione controllata di piccoli premi ogni volta che la vittima appare esausta e sul punto di crollare. O, meglio ancora, quando si uniforma alle richieste maligne del gasligther (ad es., una cena, qualche parola d’affetto, un impercettibile cenno di stima, ma soprattutto il sesso).

Nelle relazioni sentimentali, che sono il luogo privilegiato di questa manipolazione estrema, la sessualità è somministrata come un narcotico. Con una sorta di attenzione minuziosa e strategica. Quello che la vittima percepisce come passione, come totale fusione con l’altro, dal gaslighter viene invece utilizzato per definire ancora di più il senso di possesso verso l’altro.

Il silenzio manipolatorio

Il silenzio, invece, è la punizione estrema, la strategia preferita per eccellenza del manipolatore “maligno”. Essa consiste nel disconoscimento totale dell’altro, in seguito a quelle che il carnefice definisce come lievissime incongruenze alle proprie pretese.

Il persecutore rifiuta di colpo ogni comunicazione, riesce a dileguarsi e, a differenza della preda, può tollerare lunghi periodi di distacco. Questo perché è cosciente di dover solo aspettare che la punizione abbia il suo effetto.

Nel silenzio, la vittima tenderà a colpevolizzarsi e a commiserarsi per aver causato una rottura così netta ed incomprensibile. Quindi tornerà più debole che mai. Inoltre, se questo non accadesse, il gaslighting prevede che il manipolatore le si riavvicini e approfitti con scaltrezza dello stato di prostrazione in cui l’ha gettata sparendo improvvisamente.

Il manipolatore patologico

Svalutazione progressiva, condizionamento psicologico e silenzio inquadrano la manipolazione “maligna” nella sua forma estrema del gaslighting. Allo stesso tempo, identificano nel narcisismo patologico e nella sociopatia i tratti personologici prevalenti del persecutore.

Conoscere ed imparare a esplorare il continuum della manipolazione, compreso tra una polarità “benigna” e una “maligna” del gaslighting può aiutarci a chiarire le differenze tra le varie caratteristiche di personalità dei manipolatori. Ciò al fine di individuare prima possibile certe caratteristiche all’interno di una relazione e chiedere immediatamente aiuto.

Una più precisa comprensione delle dinamiche innescate dalle diverse tipologie di manipolazione può infatti favorire lo sviluppo di trattamenti psicoterapeutici ancora più mirati e supportare le vittime nel processo di svincolo e di ripresa da una relazione disfunzionale in tempi più brevi.

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Psicologia

Cos’è la dissonanza cognitiva?

Vi è mai capitato di pensare una cosa e poi farne un’altra senza rendervi conto di avere due idee incompatibili? Situazioni di questo tipo vi causano tensione o malessere? Si chiama dissonanza cognitiva. 

Che cos’è la dissonanza cognitiva?

In psicologia la dissonanza cognitiva è definita come la tensione o il disagio che proviamo quando abbiamo due idee opposte e incompatibili o quando le nostre credenze non corrispondono a quello che facciamo.

Cosa facciamo di fronte alla dissonanza cognitiva?

Quando proviamo tensione o disagio di fronte all’esistenza di due idee incompatibili, cerchiamo di eliminare o di evitare la situazione scomoda e le informazioni che possono alimentarla. Cerchiamo, quindi, di ridurre la dissonanza. Per fare questo, ci sono diversi modi, come cambiare comportamento o atteggiamento, cambiare l’ambiente o aggiungere nuove informazioni e conoscenze. Così, scopriremo che tutti siamo caduti nella dissonanza cognitiva. Ad esempio, quando non andate in palestra anche se è un impegno settimanale, quando mangiate cioccolato anche se state seguendo una dieta, quando desiderate qualcosa e non potete ottenerla, allora la criticate, sottovalutandola, quando fumate una sigaretta anche se il vostro medico l’ha proibito o quando avete comprato qualcosa che non risponde alle vostre aspettative. Il fatto di non andare in palestra va contro il desiderio di “perdere i chili di troppo” o quello di “condurre una vita sana”. Ormai non siete andati in palestra, quindi cos’è più semplice, cambiare qualcosa che avete fatto in passato, cambiare un’abitudine o cambiare ciò in cui credete?

L’opzione più semplice è l’ultima. Aggiungete nuove credenze, cambiando quelle che già avete o togliendo loro importanza per eliminare l’incoerenza. “Se uno va in palestra, si nota dopo un po’ di tempo, non succede nulla se non sono andato una volta”, “Per una volta, non cambia niente”, “Andrò la settimana prossima”. Potete cambiare le vostre credenze in molti modi, mantenendo il vostro obiettivo finale, ovvero quello di dare valore all’opzione scelta rispetto all’alternativa scartata. Lo stesso discorso vale per gli altri esempi.

Prima agisco, poi mi giustifico

Come potete vedere, la dissonanza cognitiva spiega la tendenza all’autogiustificazione. L’ansia e la tensione legate alla possibilità di aver preso una decisione sbagliata o di aver fatto qualcosa nel modo scorretto possono portarci ad inventare nuovi motivi o giustificazioni per appoggiare la nostra decisione o azione. Allo stesso tempo non sopportiamo due pensieri contraddittori o incompatibili, quindi giustifichiamo la contraddizione anche con nuove idee assurde. Bisogna sottolineare che la dissonanza cognitiva si verifica quando abbiamo libertà di scelta per quanto riguarda il modo di agire. Se ci obbligano a fare qualcosa contro la nostra volontà, non c’è questa tensione. Anche se convincerci che siamo stati obbligati può servire da autogiustificazione per ridurre il malessere.

Ma è un male ridurre la dissonanza?

All’inizio no, perché è un meccanismo che inneschiamo per il nostro benessere. L’importante è essere consapevoli che lo si sta utilizzando per non cadere nell’autoinganno. Ad esempio, nel caso di una rottura con il partner o di un amore non corrisposto, ci giustifichiamo dicendo “Sapevo che non avrebbe funzionato”, “Non ne valeva la pena”, “Non era come pensavo”, quando dentro di noi proviamo dolore ed è difficile ammetterlo. Questo meccanismo si osserva anche nelle persone con poca autostima, sono infatti persone che non si amano molto e mentono a se stesse per nascondere quelle che considerano debolezze, creando così delle corazze e maschere che non fanno trasparire quello che provano davvero. E cosa succede? Succede che gli altri le trattano come pensano che siano, in base, cioè, alla maschera che indossano. Di conseguenza, si sentiranno incomprese. Per questo è molto importante sapere che si sta utilizzando il meccanismo della dissonanza cognitiva, per non arrivare all’autoinganno, alle critiche e alle bugie.