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Il Self Talking

quando parliamo a noi stessi come e perché…

Il self-talk consiste nel parlare con se stessi e può essere utile prima di un compito o di una gara per ridurre l’ansia e aumentare la motivazione.

L’abitudine di parlare a se stessi ad alta voce viene definita dagli psicologi come Self-Talk. La ricerca ha dimostrato come questo fenomeno sia in grado di influenzare il comportamento e la cognizione. Ethan Kross, un professore di psicologia presso l’Università del Michigan, sostiene che il Self-Talk è uno strumento utilizzato dalle persone per prendere le distanze dalle esperienze nel momento in cui riflettono sulla propria vita; in più, permetterebbe di osservare gli eventi in maniera più obiettiva.

Self-talk: riduce l’ansia e aumenta la motivazione

Messaggio pubblicitarioIn particolare sono stati individuati due tipi di Self-Talk:
– Self-Talk didattico: le persone parlano a se stesse riguardo a un determinato compito.
– Self-Talk motivazionale: le persone parlano a se stesse per auto-motivarsi: “Posso fare questo”. Potrebbe essere banale, ma motivare se stessi ad alta voce può funzionare.

Una ricerca pubblicata da Procedia — Social and Behavioral Sciences ha studiato gli effetti sia del Self-Talk didattico che del Self-Talk motivazionale nel basketball. E’ stato trovato che gli studenti passano la palla più velocemente mentre giocano a basket quando motivavano se stessi attraverso il Self-Talk.

Anche il modo in cui si fa riferimento a se stessi può fare la differenza. Mr. Kross ed i suoi colleghi hanno studiato l’impatto del Self-Talk interno, attraverso cui la persona parla a se stessa nella sua testa, per vedere come questo possa influenzare atteggiamenti e sentimenti. Essi hanno scoperto che quando i soggetti parlano di se stessi in seconda o terza persona, per esempio: “Si può fare questo” o “Jane può fare questo”, invece di “io posso fare questo”, non solo si sentono meno in ansia durante l’esecuzione di un compito, ma riescono a raggiungere un livello di performance migliore. Kross sostiene che questi effetti siano dovuti all’auto-distanziamento: esso avviene attraverso un processo per cui la persona si concentra su di sé, mantenendo un punto di vista distaccato, in terza persona.

Per spiegare perché il mantenimento della distanza psicologica abbia effetti positivi, Kross riporta un esempio: “quando vi è un amico/a che rimugina su un problema, per le persone risulta particolarmente semplice fornire ottimi consigli”. Una delle ragioni principali per cui le persone sono così in grado di fornire consigli agli altri su una determinata questione, è che non sono risucchiate da questi problemi, per cui riescono a mantenere una certa distanza da tali esperienze.

Riguardo al Self-Talk didattico, parlare da soli ad alta voce può accelerare le capacità cognitive in relazione alla risoluzione dei problemi e alle proprie prestazioni. Ad esempio, quando le persone sono alla ricerca di un oggetto, parlare ad alta voce, potrebbe aiutarle a trovarlo più velocemente. Tutto ciò è spiegato dall’ipotesi di feedback, secondo la quale pronunciare e sentire il nome di un oggetto permette di immaginare come esso si presenta, e quindi di individuarlo più velocemente e in maniera più accurata in un dato contesto.

Il fenomeno cognitivo del self-talk

Messaggio pubblicitarioMr. Lupyan ha voluto verificare l’ipotesi di feedback mediante il Self-Talk. In un esperimento, i soggetti sono stati invitati a cercare una foto di un oggetto specifico, come una banana, tra le 20 immagini di oggetti casuali. In particolare, a un gruppo di soggetti venne chiesto di pronunciare il nome dell’oggetto ad alta voce, mentre all’altro non venne avanzata alcuna richiesta. L’ipotesi dello studio era che pronunciare il nome aiutasse effettivamente la ricerca visiva. Mr. Lupyan e i suoi colleghi hanno scoperto che, quando i soggetti pronunciavano la parola “banana” prima di cercarne la foto, erano in grado di trovare il quadro in maniera più rapida e precisa rispetto a chi non aveva precedentemente pronunciato la parola “banana”.

Lo studio ha rilevato che dire la parola ad alta voce rendeva i soggetti più consapevoli dei tratti fisici della banana, e ciò ha permesso che le caratteristiche del frutto spiccassero tra gli altri oggetti. Vale la pena notare, tuttavia, che questo tipo di Self-Talk non è efficace se non si conoscono i tratti dell’oggetto. In altre parole, se una persona è alla ricerca di una papaia e non ha idea delle sue caratteristiche, il Self-Talknon ha nessun effetto sui processi cognitivi.

In conclusione, dalla letteratura emerge come il Self-Talk si dimostri di grande utilità nell’aiutare le persone a concentrarsi sul loro obiettivo e a rimuovere le distrazioni.Argomento dell’articolo:PsicologiaSono citati nel testo:Kross EthanUniversità e centri di ricerca:Michigan State University

Parlare da soli non solo non è segno di follia, ma al contrario è uno strumento efficace e regala importanti benefici cognitivi: migliora le capacità di ricerca spaziale, favorisce l’autocontrollo

Bibliografia

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Apprendimento Comportamento Psicologia

L’effetto Pigmalione e le profezie autoavveranti

Chi era Pigmalione?

Pigmalione , secondo la mitologia e la letteratura classica, era il re di Cipro e uno scultore, che si era innamorato perdutamente.

La destinataria dei suoi sentimenti era una statua, da lui stesso scolpita, di nome Galatea, che egli considerava al di sopra di ogni donna reale e che sperava potesse animarsi.

Un giorno, dopo aver pregato Afrodite, la dea dell’amore, vide Galatea prendere vita. Poté finalmente coronare i suoi sogni al suo fianco.

Perché è chiamato “effetto Pigmalione” ?

Si tratta di un fenomeno di suggestione psicologica. Effetto per cui le persone tendono a voler soddisfare l’immagine o l’idea che gli altri hanno di loro, anche se essa è negativa. Proprio come Pigmalione che aveva riposto così tante speranze e aspettative in Galatea che ella, infine, si era conformata ai suoi desideri.

Tale processo è noto anche come effetto Rosenthal , dallo psicologo che lo ha studiato o chiamato anche “profezia autoavverante”.

In psicologia, una profezia che si autoadempie, si autoavvera, si ha quando un individuo, convinto o timoroso che si verifichino eventi futuri, altera il suo comportamento in modo tale da finire per causare tali eventi.

Gli studi di Rosenthal

Robert Rosenthal, professore di psicologia ad Harvard, nel 1965 in collaborazione con una maestra elementare di San Francisco, Lenore Jacobson, fu molto colpito da un caso che all’epoca fece molto scalpore: Clever Hans.

Clever Hans era un cavallo che agli inizi del secolo era noto per riuscire a comprendere e risolvere correttamente problemi matematici. In seguito fu dimostrato che, pur non possedendo tali capacità, era in grado di cogliere dei segnali corporei del suo addestratore e di provare a rispondere correttamente.

L’ipotesi formulata da Rosenthal e dalla sua collega fu che tale effetto delle aspettative avrebbe potuto essere riscontrabile nei bambini. E dove indagare ciò se non in una scuola ? Con gli insegnanti nello stesso ruolo dell’addestratore del famoso cavallo?

L’esperimento dell’effetto Pigmalione

In una scuola elementare, Rosenthal e Jacobson parlarono con gli insegnanti, informandoli dei risultati di un test svolto dai loro alunni, l’Harvard Test of Inflected Acquisition.

In realtà tale test non esisteva e i dati forniti ai docenti erano totalmente casuali.

Fu misurato il QI dei ragazzi al momento e dopo un anno, per capire se e quanto l’aspettativa degli insegnanti si fosse riversata sui bimbi.

Ottennero dei risultati salienti:

  • I bimbi indicati come più dotati avevano aumentato il punteggio del QI di 4 punti
  • Gli studenti del primo anno superavano i più grandi nei risultati

Ciò che erano andati ad esaminare era l’ipotesi che in una classe le aspettative del docente fossero molto influenti. Ed ecco che si svela l’ effetto Pigmalione. Infatti i bimbi reputati capaci e da cui si presupponeva uno sviluppo intellettuale maggiore, avevano un rendimento più alto.

In questo caso, tra il gruppo di controllo e quello sperimentale non vi era alcuna differenza di intelligenza o di prestazione. L’unica cosa che cambiava era il parere dei loro maestri, influenzati dai risultati del finto test di Rosenthal e Jacobson.

Nel caso dei bimbi più piccoli, nello specifico, probabilmente essi emergevano in quanto più plasmabili per la giovane età. Ed anche perché ancora poco conosciuti e non etichettati dai docenti. Infatti gli insegnanti, non avendo un’idea pregressa delle loro capacità, si erano fidati del test fasullo per calibrare le loro aspettative.

Ciò che si realizza è dunque una profezia che si autoavvera. Secondo questa profezia che si autodetermina, la predizione di una persona, per esempio sul comportamento di un’altra, si realizzerà.

Bibliografia

Brown, R. “Psicologia sociale dei gruppi”, Il Mulino, 2000 [ libro ]

Rosenthal, R. “Pygmalion in the Classroom. Teacher Expectation and Pupils’ Intellectual Development”, 1968 [ libro ]

Cecchi, C. “Il ruolo delle aspettative, l’Effetto Rosenthal”, per approfondire qui .

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Apprendimento Comunicazione Emozioni Psicologia

Intelligenza emotiva? istruzioni per l’uso

L’intelligenza emotiva viene definita come la capacità di un individuo di riconoscere, di distinguere, di etichettare e di gestire le emozioni proprie e degli altri.

Il concetto d’intelligenza emotiva (IE o EI, dall’inglese Emotional Intelligence) è relativamente recente; difatti, la prima definizione risale al 1990 ed è stata proposta dagli psicologi statunitensi Peter Salovey e John D. Mayer. Nonostante ciò, il concetto d’intelligenza emotiva ha iniziato a prendere piede e a divenire “famoso” solo fra il 1995 e il 1996, in seguito alla pubblicazione del libro “Intelligenza Emotiva: Che cos’è e perché può renderci felici” da parte dell’autore e giornalista scientifico Daniel Goleman. In seguito alla pubblicazione del libro di Goleman, il concetto d’intelligenza emotiva ha preso forma ed è diventato oggetto di studio sia in ambito psicologico che nell’ambito dell’organizzazione aziendale. Come si vedrà nel corso dell’articolo, infatti, secondo la concezione di Goleman, l’intelligenza emotiva è un aspetto fondamentale per il successo nel campo del business e della leadership. Le trasformazioni subite dal concetto di intelligenza emotiva nel corso degli anni, hanno portato alla creazione da parte di psicologi e studiosi del settore di differenti modelli teorici di IE, corrispondenti a definizioni e caratteristiche altrettanto differenti. Nel corso dell’articolo si prenderanno in considerazione i modelli proposti dapprima da Salovey e Mayer e poi da Goleman, mettendone in evidenza caratteristiche e peculiarità.

Che cos’è l’Intelligenza Emotiva?

L’intelligenza emotiva può essere descritta come la capacità di un individuo di riconoscere, di discriminare e identificare, di etichettare nel modo appropriato e, conseguentemente, di gestire le proprie emozioni e quelle degli altri allo scopo di raggiungere determinati obiettivi.

In verità, la definizione d’intelligenza emotiva ha subito diverse modifiche nel corso degli anni e il suo significato può assumere sfumature differenti in funzione del tipo di concezione che si ha di questa capacità di identificare e gestire le emozioni proprie ed altrui.

L’intelligenza emotiva è anche nota come quoziente emozionale (QE, o EQ dall’inglese Emotional Quotient), quoziente di intelligenza emotiva (QIE) e leadership emotiva(LE).

Modelli Teorici di Intelligenza Emotiva

Come accennato, la concezione di intelligenza emotiva non è univoca, ma sono diversi i modelli teorici proposti che ne descrivono significato e caratteristiche. Di seguito, sono riportati due dei principali modelli d’intelligenza emotiva attualmente esistenti: quello di Salovey e Mayer e quello di Goleman.

Intelligenza Emotiva secondo Salovey e Mayer

La concezione d’intelligenza emotiva inizialmente elaborata dagli psicologi Salovey e Mayer la definiva come la capacità di percepire, integrare e regolare le emozioni per facilitare il pensiero e promuovere la crescita personale.

Tuttavia, dopo aver condotto diverse ricerche, tale definizione fu modificata, includendo la capacità di percepire con precisione le emozioni, di generarle e di comprenderle così da regolarle in maniera riflessiva allo scopo di promuovere la propria crescita emotiva e intellettuale.

Più nel dettaglio, secondo il modello di Salovey e Mayer, l’intelligenza emotiva include quattro diverse abilità:

  • Percezione delle emozioni: la percezione delle emozioni è un aspetto fondamentale dell’intelligenza emotiva. In questo caso, è intesa come la capacità di rilevare e decifrare non solo le proprie emozioni, ma anche quelle altrui, sui volti delle persone, nelle immagini (ad esempio, nelle fotografie), nel timbro della voce, ecc.
  • Uso delle emozioni: è inteso come la capacità dell’individuo di sfruttare le emozioni e applicarle ad attività come pensare e risolvere problemi.
  • Comprensione delle emozioni: è la capacità di capire le emozioni e di comprenderne le variazioni e l’evoluzione nel tempo.
  • Gestire le emozioni: consiste nella capacità di regolare le emozioni proprie e altrui, sia positive che negative, gestendole in maniera tale da raggiungere gli obiettivi prefissati.

Secondo Salovey e Mayer le suddette abilità sono strettamente correlate l’una all’altra.

Come si Misura l’intelligenza Emotiva secondo Salovey e Mayer?

Il grado di intelligenza emotiva secondo il modello di Salovey e Mayer viene misurato mediante il test di intelligenza emotiva Mayer-Salovey-Caruso (anche noto con l’acronimo di MSEIT). Senza entrare nei dettagli, ci limiteremo a dire che tale test mette alla prova l’individuo sulle abilità sopra citate che caratterizzano l’intelligenza emotiva. A differenza dei classici test del QI (quoziente intellettivo), nel MSEIT non ci sono risposte obiettivamente corrette; questa caratteristica, peraltro, ha largamente contribuito a mettere in discussione l’affidabilità dello stesso test.

Intelligenza Emotiva secondo Goleman

Secondo il modello introdotto da Goleman, l’intelligenza emotiva comprende una serie di capacità e competenze che guidano l’individuo soprattutto nel campo della leadership.

Nel dettaglio, secondo Goleman, l’intelligenza emotiva è caratterizzata da:

  • Consapevolezza di sé: è intesa come la capacità di riconoscere le proprie emozioni e i propri punti di forza, così come i propri limiti e le proprie debolezze; comprende, inoltre, la capacità di intuire come queste caratteristiche personali sono in grado di influenzare gli altri.
  • Autoregolazione: descrive la capacità di gestire i propri punti di forza, emozioni e debolezze, adattandoli alle diverse situazioni che possono presentarsi, allo scopo di raggiungere fini e obiettivi.
  • Abilità sociale: consiste nella capacità di gestire le relazioni con le persone allo scopo di “indirizzarle” verso il raggiungimento di un determinato obiettivo.
  • Motivazione: è la capacità di riconoscere i pensieri negativi e di trasformarli in pensieri positivi che siano in grado di motivare sé stessi e gli altri.
  • Empatia: è la capacità di comprendere appieno e addirittura percepire e sentire lo stato d’animo delle altre persone.

Secondo Goleman, a ciascuna delle suddette caratteristiche appartengono diverse competenze emotive, intese come le abilità pratiche dell’individuo necessarie all’instaurazione di relazioni positive con gli altri. Tali competenze, tuttavia, non sono innate, ma possono essere apprese, sviluppate e migliorate al fine di raggiungere prestazioni lavorative e di leadership importanti. Secondo Goleman, ciascun individuo è dotato di un’intelligenza emotiva “generale” fin dalla nascita e il grado di tale intelligenza determina la probabilità – più o meno elevata – di apprendere e sfruttare, in un secondo momento, le competenze emotive di cui sopra.

Goleman, pertanto, fa dell’intelligenza emotiva uno strumento fondamentale nell’ambito del successo lavorativo.

Come si Misura l’intelligenza Emotiva secondo Goleman?

L’intelligenza emotiva secondo Goleman può essere misurata tramite l’Emotional Competency Inventory (ECI) e l’Emotional and Social Competency Inventory (ESCI), si tratta di strumenti elaborati dallo stesso Goleman e da Richard Eleftherios Boyatzis, professore di comportamento organizzativo, psicologia e scienze cognitive.

Inoltre, è altresì possibile effettuare una misurazione dell’intelligenza emotiva attraverso l’Emotional Intelligence Appraisal. Si tratta di un tipo di autovalutazioneelaborata da Travis Bradberry e Jean Greaves.

Effetti

Effetti e Benefici dell’Intelligenza Emotiva sulla Vita Quotidiana

Indipendentemente dal tipo di modello adottato per descriverne tratti e caratteristiche, la presenza di un elevato grado d’intelligenza emotiva – intesa come la capacità di percepire, riconoscere e gestire correttamente le proprie ed altrui emozioni – dovrebbe apportare, teoricamente, effetti benefici in tutti gli aspetti della vita quotidiana dell’individuo.

Nel dettaglio, coloro che sono dotati di intelligenza emotiva dovrebbero:

  • Avere rapporti sociali migliori;
  • Avere rapporti famigliari e sentimentalimigliori;
  • Essere percepiti dagli altri in maniera più positiva rispetto ad individui con scarsa intelligenza emotiva;
  • Essere in grado di instaurare migliori rapporti in ambito lavorativo rispetto a chi non ha, o ha un basso livello, di intelligenza emotiva;
  • Avere una maggior probabilità di comprendere sé stessi e di prendere decisioni corrette basandosi sia sulla logica che sulle emozioni;
  • Avere un rendimento scolastico migliore;
  • Godere di un benessere psicologico maggiore. Chi presenta un buon livello di intelligenza emotiva, infatti, pare abbia una maggior probabilità di avere soddisfazioni dalla propria vita, di avere un elevato livello di autostima e un minor livello di insicurezza. La presenza di intelligenza emotiva, inoltre, pare che possa essere utile nel prevenire scelte e comportamenti sbagliati, anche inerenti la propria salute (ad esempio, abuso di sostanze psicoattive e dipendenze sia da droghe che da alcol).

Curiosità

Un interessante studio condotto nel 2010 ha analizzato la correlazione fra intelligenza emotiva e il grado di dipendenza da alcol e/o droghe. Da tale studio è emerso che i punteggi ottenuti dai test per la valutazione dell’intelligenza emotiva sono aumentati al diminuire del grado di dipendenza dalle suddette sostanze.

Discorso analogo per un altro studio condotto nel 2012 che ha analizzato la relazione esistente fra l’intelligenza emotiva, l’autostima e la dipendenza da marijuana: i soggetti affetti da questa dipendenza hanno ottenuto punteggi eccezionalmente bassi nei test per la valutazione sia dell’autostima che dell’intelligenza emotiva.

Critiche all’Intelligenza Emotiva

Le critiche mosse nei confronti del concetto d’intelligenza emotiva sono molte. Di seguito ne verranno riportate solo alcune.

Misurazione dell’Intelligenza Emotiva

Una delle principali critiche avanzata nei confronti dell’intelligenza emotiva riguarda l’incapacità di misurarla in maniera oggettiva. Sebbene siano disponibili test per la sua misurazione sia secondo il modello di Salovey e Mayer, sia secondo il modello di Goleman, in molti dubitano della loro attendibilità, poiché non esattamente obiettivi dal momento che non sono previste risposte obiettivamente corrette o sbagliate.

Tra il Dire e il Fare

Restando nell’ambito dei metodi impiegati per la misurazione dell’intelligenza emotiva e ai dubbi sull’attendibilità dei test utilizzati per determinarne il grado, emerge una nuova critica, ossia che non sempre ciò che da essi emerge è veritiero.

Difatti, il fatto che dall’esecuzione dei suddetti test emerga che una persona sappia come gestire le emozioni e come comportarsi di conseguenza in una determinata situazione, anche critica, non significa necessariamente che quella persona reagisca in quel modo (emerso dal test) quando quella determinata situazione si presenta.

Utilità dell’Intelligenza Emotiva

Un’altra critica – mossa soprattutto nei confronti dell’interpretazione di Goleman – riguarda la reale utilità di possedere un’elevata intelligenza emotiva in campo lavorativo. Secondo Goleman, infatti, un’alta intelligenza emotiva aumenta la probabilità di successo lavorativo, soprattutto a livello dirigenziale. Le critiche mosse a questo proposito affermano che una maggior capacità di riconoscimento e individuazione delle emozioni proprie ed altrui non sempre porta al successo, ma anzi può mettere in difficoltà il leader che deve prendere decisioni importanti. Gli studi condotti in merito, non smentiscono ma nemmeno confermano questa critica. Difatti, dagli studi finora pubblicati in merito è emerso che in alcune situazioni un’alta intelligenza emotiva è d’aiuto nel raggiungimento del successo lavorativo, in altre è neutra e in altre ancora può essere controproducente. Questo perché, la capacità di successo non dipende solo dal grado di intelligenza emotiva, ma anche dal QI (quoziente intellettivo), dalla personalità dell’individuo e dal ruolo lavorativo che esso ricopre.

Strumento per Raggiungere Obiettivi o Arma di Manipolazione?

Riportiamo, infine, un’ultima critica riguardante il fatto che l’intelligenza emotiva viene considerata da quasi tutti come una caratteristica desiderabile.

In questo senso, è stato avanzata l’idea che non sempre la capacità di gestire le emozioni altrui per raggiungere determinati obiettivi può essere considerato come un aspetto positivo, poiché tale capacità potrebbe essere utilizzata in maniera impropria come “arma” per manipolare il pensiero e l’azione degli altri a proprio favore.

Lo sapevi che…

Indipendentemente dal modello preso in considerazione, la definizione d’intelligenza emotiva, i metodi e i test con cui viene misurata e, addirittura, la sua stessa esistenza vengono ancora messi in dubbio. Secondo alcuni, infatti, non esisterebbe un’intelligenza emotiva intesa come una tipologia d’intelligenza a sé stante, ma la capacità di riconoscere, individuare, etichettare e gestire le proprie emozioni e quelle altrui non sarebbe altro che l’intelligenza applicata a un particolare dominio della vita, ossia quello delle emozioni.

Il concetto d’intelligenza emotiva, pertanto, rimane ancora oggetto di svariati dibattiti.

Cosa NON è l’Intelligenza Emotiva

Alla luce di quanto finora detto appare chiaro come non esista un’unica definizione di intelligenza emotiva e come il suo significato e le sue applicazioni possano cambiare in funzione dei modelli teorici presi in considerazione. Non sorprende, perciò, che il concetto d’intelligenza emotiva venga spesso stravolto e/o frainteso e che ad esso vengano attribuiti significati non pertinenti. A questo proposito, lo stesso psicologo John D. Mayer ha voluto spendere qualche parola in un articolo pubblicato su una rivista americana di settore per specificare che – al contrario di quello che si può leggere in numerosi articoli e riviste – l’intelligenza emotiva NON è sinonimo di felicitàottimismocalma e autocontrollo, poiché questi sono tratti che possono appartenere o meno alla personalità dell’individuo e non devono essere “mescolati” con le caratteristiche e le capacità attribuite all’intelligenza emotiva.

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Apprendimento Crescita personale Meditazione Psicologia

Le meditazione può influire sul rendimento scolastico: bastano pochi minuti per vedere i primi risultati

Studiare è una delle attività più amate e odiate: per molti, soprattutto i più giovani, è per lo più inutile e noiosa, per altri è il sale dell’esistenza intellettuale di un individuo.

Per entrambe queste categorie di persone esiste uno strumento efficacissimo che aiuterà i primi a ottimizzare gli sforzi e i secondi ad avere una mente sempre pronta e attiva: la meditazione.

Fare meditazione dà una marcia in più: è dimostrato!

Come sempre, oltreoceano, da questo punto di vista si è assai più avanti: la meditazione, come lo yoga, è un’attività estremamente diffusa e apprezzata e le ricerche in merito a queste discipline sono molto elaborate.

Eppure la seguente notizia ha trovato ampio spazio sui maggiori giornali mondiali: dal Telegraph all’Huffigton Post (e, per amor del vero, anche sull’italianissima La Stampa) è stato lungamente commentato uno studio della George Mason University e della University of Illinois in merito agli effetti della meditazione su una classe di studenti del college iscritti alla facoltà di psicologia.

Sottoposti a un esame, la differenza di rendimento tra dei ragazzi che avevano praticato qualche minuto di meditazione e i loro colleghi è stata portentosa, tanto da poter stabilire ex ante chi potesse superare il test. Tali benefici sarebbero addirittura più importanti per gli studenti del primo anno che probabilmente hanno qualche difficoltà di concentrazione in più rispetto ai senior.

Spiega Jared Ramsborg, uno dei ricercatori dell’Università dell’Illinois che ha contribuito alla sperimentazione: “Personalmente ho trovato la meditazione in grado di garantirmi maggiore lucidità, concentrazione e autodisciplina. Sono stati sufficienti sei minuti di test per avere dei risultati assai migliori rispetto a chi non aveva praticato la meditazione”.

Gli fa eco Youmans, professore di psicologia: “I risultati di questo test suggeriscono che la meditazione può aiutare coloro che hanno difficoltà nel mantenere l’attenzione”. Almeno teoricamente gli stessi benefici possono avere luogo anche grazie ad altri tipi di auto-riflessione consapevole come la preghiera, una camminata, o il semplice fermarsi a pianificare la propria giornata, eppure gli effetti della meditazione non possono essere trascurati.

Altri studi sui benefici della meditazione per gli studenti

La ricerca di cui sopra è solo l’ultima di una serie di approfondimenti in merito ai benefici di tale pratica. Uno studio dell’Università di Santa Barbara pubblicato a Marzo 2013 sul Journal Psychological Science rendeva noti i benefici della meditazione prima dell’esame orale del GRE, il test cui devono sottoporsi gli studenti per entrare al college. I ricercatori coinvolti nell’esperimento hanno commentato: “Lo studio dimostra che la meditazione è un’efficace tecnica per migliorare le capacità cognitive”.

Spostiamoci un poco e passiamo al mondo dell’arte. È nota la passione per la meditazione trascendentale da parte del famoso regista David Lych: egli ha dato vita a una fondazione no-profit – la David Lynch Foundation For Consciousness – Based Education and Peace – per mezzo della quale ha investito un milione di dollari nell’organizzazione dei corsi di meditazione rivolti agli studenti alla Maharishi University of Management, nello Stato americano dello Iowa.

Proprio da questo centro di studio, ecco l’interessante contributo del professor Fred Travis che da anni conduce delle ricerche in merito ai benefici della meditazione trascendentale.

Un filone di indagine che il professore ha battuto è quello riguardante cambiamenti del cervello durante la meditazione ma, per rimanere fedeli al nostro tema, ha condotto anche degli studi che dimostrano un sensibile miglioramento dell’attività cerebrale e delle capacità linguistiche negli studenti con disturbo dell’attenzionepraticanti la meditazione, tanto a livello di prestazioni scolastiche che di benessere personale in termini di minore ansia e stress.

Ormai le ricerche e i dati che la comunità accademica ha in mano dimostrano che dubitare degli effetti positivi della meditazione non è che un’oziosa chiusura dato che quello di cui in oriente si è consci da millenni ha trovato una sua validità scientifica.

Non importa il tipo di meditazione scelta – ce ne sono moltissimi- perché ognuna porta alla stessa meta: riuscire ad acquietare il chiacchiericcio della mente per trovare il proprio tempio interiore. Un luogo dove regna il silenzio e la pace la cui ricerca è un affascinante viaggio che dura una vita intera.

Meditare, sì, ma come?

Di seguito, vedi anche il video dell’intervista dove il prof. Travis spiega cosa avviene al cervello durante la meditazione