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Intelligenza emotiva? istruzioni per l’uso

L’intelligenza emotiva viene definita come la capacità di un individuo di riconoscere, di distinguere, di etichettare e di gestire le emozioni proprie e degli altri.

Il concetto d’intelligenza emotiva (IE o EI, dall’inglese Emotional Intelligence) è relativamente recente; difatti, la prima definizione risale al 1990 ed è stata proposta dagli psicologi statunitensi Peter Salovey e John D. Mayer. Nonostante ciò, il concetto d’intelligenza emotiva ha iniziato a prendere piede e a divenire “famoso” solo fra il 1995 e il 1996, in seguito alla pubblicazione del libro “Intelligenza Emotiva: Che cos’è e perché può renderci felici” da parte dell’autore e giornalista scientifico Daniel Goleman. In seguito alla pubblicazione del libro di Goleman, il concetto d’intelligenza emotiva ha preso forma ed è diventato oggetto di studio sia in ambito psicologico che nell’ambito dell’organizzazione aziendale. Come si vedrà nel corso dell’articolo, infatti, secondo la concezione di Goleman, l’intelligenza emotiva è un aspetto fondamentale per il successo nel campo del business e della leadership. Le trasformazioni subite dal concetto di intelligenza emotiva nel corso degli anni, hanno portato alla creazione da parte di psicologi e studiosi del settore di differenti modelli teorici di IE, corrispondenti a definizioni e caratteristiche altrettanto differenti. Nel corso dell’articolo si prenderanno in considerazione i modelli proposti dapprima da Salovey e Mayer e poi da Goleman, mettendone in evidenza caratteristiche e peculiarità.

Che cos’è l’Intelligenza Emotiva?

L’intelligenza emotiva può essere descritta come la capacità di un individuo di riconoscere, di discriminare e identificare, di etichettare nel modo appropriato e, conseguentemente, di gestire le proprie emozioni e quelle degli altri allo scopo di raggiungere determinati obiettivi.

In verità, la definizione d’intelligenza emotiva ha subito diverse modifiche nel corso degli anni e il suo significato può assumere sfumature differenti in funzione del tipo di concezione che si ha di questa capacità di identificare e gestire le emozioni proprie ed altrui.

L’intelligenza emotiva è anche nota come quoziente emozionale (QE, o EQ dall’inglese Emotional Quotient), quoziente di intelligenza emotiva (QIE) e leadership emotiva(LE).

Modelli Teorici di Intelligenza Emotiva

Come accennato, la concezione di intelligenza emotiva non è univoca, ma sono diversi i modelli teorici proposti che ne descrivono significato e caratteristiche. Di seguito, sono riportati due dei principali modelli d’intelligenza emotiva attualmente esistenti: quello di Salovey e Mayer e quello di Goleman.

Intelligenza Emotiva secondo Salovey e Mayer

La concezione d’intelligenza emotiva inizialmente elaborata dagli psicologi Salovey e Mayer la definiva come la capacità di percepire, integrare e regolare le emozioni per facilitare il pensiero e promuovere la crescita personale.

Tuttavia, dopo aver condotto diverse ricerche, tale definizione fu modificata, includendo la capacità di percepire con precisione le emozioni, di generarle e di comprenderle così da regolarle in maniera riflessiva allo scopo di promuovere la propria crescita emotiva e intellettuale.

Più nel dettaglio, secondo il modello di Salovey e Mayer, l’intelligenza emotiva include quattro diverse abilità:

  • Percezione delle emozioni: la percezione delle emozioni è un aspetto fondamentale dell’intelligenza emotiva. In questo caso, è intesa come la capacità di rilevare e decifrare non solo le proprie emozioni, ma anche quelle altrui, sui volti delle persone, nelle immagini (ad esempio, nelle fotografie), nel timbro della voce, ecc.
  • Uso delle emozioni: è inteso come la capacità dell’individuo di sfruttare le emozioni e applicarle ad attività come pensare e risolvere problemi.
  • Comprensione delle emozioni: è la capacità di capire le emozioni e di comprenderne le variazioni e l’evoluzione nel tempo.
  • Gestire le emozioni: consiste nella capacità di regolare le emozioni proprie e altrui, sia positive che negative, gestendole in maniera tale da raggiungere gli obiettivi prefissati.

Secondo Salovey e Mayer le suddette abilità sono strettamente correlate l’una all’altra.

Come si Misura l’intelligenza Emotiva secondo Salovey e Mayer?

Il grado di intelligenza emotiva secondo il modello di Salovey e Mayer viene misurato mediante il test di intelligenza emotiva Mayer-Salovey-Caruso (anche noto con l’acronimo di MSEIT). Senza entrare nei dettagli, ci limiteremo a dire che tale test mette alla prova l’individuo sulle abilità sopra citate che caratterizzano l’intelligenza emotiva. A differenza dei classici test del QI (quoziente intellettivo), nel MSEIT non ci sono risposte obiettivamente corrette; questa caratteristica, peraltro, ha largamente contribuito a mettere in discussione l’affidabilità dello stesso test.

Intelligenza Emotiva secondo Goleman

Secondo il modello introdotto da Goleman, l’intelligenza emotiva comprende una serie di capacità e competenze che guidano l’individuo soprattutto nel campo della leadership.

Nel dettaglio, secondo Goleman, l’intelligenza emotiva è caratterizzata da:

  • Consapevolezza di sé: è intesa come la capacità di riconoscere le proprie emozioni e i propri punti di forza, così come i propri limiti e le proprie debolezze; comprende, inoltre, la capacità di intuire come queste caratteristiche personali sono in grado di influenzare gli altri.
  • Autoregolazione: descrive la capacità di gestire i propri punti di forza, emozioni e debolezze, adattandoli alle diverse situazioni che possono presentarsi, allo scopo di raggiungere fini e obiettivi.
  • Abilità sociale: consiste nella capacità di gestire le relazioni con le persone allo scopo di “indirizzarle” verso il raggiungimento di un determinato obiettivo.
  • Motivazione: è la capacità di riconoscere i pensieri negativi e di trasformarli in pensieri positivi che siano in grado di motivare sé stessi e gli altri.
  • Empatia: è la capacità di comprendere appieno e addirittura percepire e sentire lo stato d’animo delle altre persone.

Secondo Goleman, a ciascuna delle suddette caratteristiche appartengono diverse competenze emotive, intese come le abilità pratiche dell’individuo necessarie all’instaurazione di relazioni positive con gli altri. Tali competenze, tuttavia, non sono innate, ma possono essere apprese, sviluppate e migliorate al fine di raggiungere prestazioni lavorative e di leadership importanti. Secondo Goleman, ciascun individuo è dotato di un’intelligenza emotiva “generale” fin dalla nascita e il grado di tale intelligenza determina la probabilità – più o meno elevata – di apprendere e sfruttare, in un secondo momento, le competenze emotive di cui sopra.

Goleman, pertanto, fa dell’intelligenza emotiva uno strumento fondamentale nell’ambito del successo lavorativo.

Come si Misura l’intelligenza Emotiva secondo Goleman?

L’intelligenza emotiva secondo Goleman può essere misurata tramite l’Emotional Competency Inventory (ECI) e l’Emotional and Social Competency Inventory (ESCI), si tratta di strumenti elaborati dallo stesso Goleman e da Richard Eleftherios Boyatzis, professore di comportamento organizzativo, psicologia e scienze cognitive.

Inoltre, è altresì possibile effettuare una misurazione dell’intelligenza emotiva attraverso l’Emotional Intelligence Appraisal. Si tratta di un tipo di autovalutazioneelaborata da Travis Bradberry e Jean Greaves.

Effetti

Effetti e Benefici dell’Intelligenza Emotiva sulla Vita Quotidiana

Indipendentemente dal tipo di modello adottato per descriverne tratti e caratteristiche, la presenza di un elevato grado d’intelligenza emotiva – intesa come la capacità di percepire, riconoscere e gestire correttamente le proprie ed altrui emozioni – dovrebbe apportare, teoricamente, effetti benefici in tutti gli aspetti della vita quotidiana dell’individuo.

Nel dettaglio, coloro che sono dotati di intelligenza emotiva dovrebbero:

  • Avere rapporti sociali migliori;
  • Avere rapporti famigliari e sentimentalimigliori;
  • Essere percepiti dagli altri in maniera più positiva rispetto ad individui con scarsa intelligenza emotiva;
  • Essere in grado di instaurare migliori rapporti in ambito lavorativo rispetto a chi non ha, o ha un basso livello, di intelligenza emotiva;
  • Avere una maggior probabilità di comprendere sé stessi e di prendere decisioni corrette basandosi sia sulla logica che sulle emozioni;
  • Avere un rendimento scolastico migliore;
  • Godere di un benessere psicologico maggiore. Chi presenta un buon livello di intelligenza emotiva, infatti, pare abbia una maggior probabilità di avere soddisfazioni dalla propria vita, di avere un elevato livello di autostima e un minor livello di insicurezza. La presenza di intelligenza emotiva, inoltre, pare che possa essere utile nel prevenire scelte e comportamenti sbagliati, anche inerenti la propria salute (ad esempio, abuso di sostanze psicoattive e dipendenze sia da droghe che da alcol).

Curiosità

Un interessante studio condotto nel 2010 ha analizzato la correlazione fra intelligenza emotiva e il grado di dipendenza da alcol e/o droghe. Da tale studio è emerso che i punteggi ottenuti dai test per la valutazione dell’intelligenza emotiva sono aumentati al diminuire del grado di dipendenza dalle suddette sostanze.

Discorso analogo per un altro studio condotto nel 2012 che ha analizzato la relazione esistente fra l’intelligenza emotiva, l’autostima e la dipendenza da marijuana: i soggetti affetti da questa dipendenza hanno ottenuto punteggi eccezionalmente bassi nei test per la valutazione sia dell’autostima che dell’intelligenza emotiva.

Critiche all’Intelligenza Emotiva

Le critiche mosse nei confronti del concetto d’intelligenza emotiva sono molte. Di seguito ne verranno riportate solo alcune.

Misurazione dell’Intelligenza Emotiva

Una delle principali critiche avanzata nei confronti dell’intelligenza emotiva riguarda l’incapacità di misurarla in maniera oggettiva. Sebbene siano disponibili test per la sua misurazione sia secondo il modello di Salovey e Mayer, sia secondo il modello di Goleman, in molti dubitano della loro attendibilità, poiché non esattamente obiettivi dal momento che non sono previste risposte obiettivamente corrette o sbagliate.

Tra il Dire e il Fare

Restando nell’ambito dei metodi impiegati per la misurazione dell’intelligenza emotiva e ai dubbi sull’attendibilità dei test utilizzati per determinarne il grado, emerge una nuova critica, ossia che non sempre ciò che da essi emerge è veritiero.

Difatti, il fatto che dall’esecuzione dei suddetti test emerga che una persona sappia come gestire le emozioni e come comportarsi di conseguenza in una determinata situazione, anche critica, non significa necessariamente che quella persona reagisca in quel modo (emerso dal test) quando quella determinata situazione si presenta.

Utilità dell’Intelligenza Emotiva

Un’altra critica – mossa soprattutto nei confronti dell’interpretazione di Goleman – riguarda la reale utilità di possedere un’elevata intelligenza emotiva in campo lavorativo. Secondo Goleman, infatti, un’alta intelligenza emotiva aumenta la probabilità di successo lavorativo, soprattutto a livello dirigenziale. Le critiche mosse a questo proposito affermano che una maggior capacità di riconoscimento e individuazione delle emozioni proprie ed altrui non sempre porta al successo, ma anzi può mettere in difficoltà il leader che deve prendere decisioni importanti. Gli studi condotti in merito, non smentiscono ma nemmeno confermano questa critica. Difatti, dagli studi finora pubblicati in merito è emerso che in alcune situazioni un’alta intelligenza emotiva è d’aiuto nel raggiungimento del successo lavorativo, in altre è neutra e in altre ancora può essere controproducente. Questo perché, la capacità di successo non dipende solo dal grado di intelligenza emotiva, ma anche dal QI (quoziente intellettivo), dalla personalità dell’individuo e dal ruolo lavorativo che esso ricopre.

Strumento per Raggiungere Obiettivi o Arma di Manipolazione?

Riportiamo, infine, un’ultima critica riguardante il fatto che l’intelligenza emotiva viene considerata da quasi tutti come una caratteristica desiderabile.

In questo senso, è stato avanzata l’idea che non sempre la capacità di gestire le emozioni altrui per raggiungere determinati obiettivi può essere considerato come un aspetto positivo, poiché tale capacità potrebbe essere utilizzata in maniera impropria come “arma” per manipolare il pensiero e l’azione degli altri a proprio favore.

Lo sapevi che…

Indipendentemente dal modello preso in considerazione, la definizione d’intelligenza emotiva, i metodi e i test con cui viene misurata e, addirittura, la sua stessa esistenza vengono ancora messi in dubbio. Secondo alcuni, infatti, non esisterebbe un’intelligenza emotiva intesa come una tipologia d’intelligenza a sé stante, ma la capacità di riconoscere, individuare, etichettare e gestire le proprie emozioni e quelle altrui non sarebbe altro che l’intelligenza applicata a un particolare dominio della vita, ossia quello delle emozioni.

Il concetto d’intelligenza emotiva, pertanto, rimane ancora oggetto di svariati dibattiti.

Cosa NON è l’Intelligenza Emotiva

Alla luce di quanto finora detto appare chiaro come non esista un’unica definizione di intelligenza emotiva e come il suo significato e le sue applicazioni possano cambiare in funzione dei modelli teorici presi in considerazione. Non sorprende, perciò, che il concetto d’intelligenza emotiva venga spesso stravolto e/o frainteso e che ad esso vengano attribuiti significati non pertinenti. A questo proposito, lo stesso psicologo John D. Mayer ha voluto spendere qualche parola in un articolo pubblicato su una rivista americana di settore per specificare che – al contrario di quello che si può leggere in numerosi articoli e riviste – l’intelligenza emotiva NON è sinonimo di felicitàottimismocalma e autocontrollo, poiché questi sono tratti che possono appartenere o meno alla personalità dell’individuo e non devono essere “mescolati” con le caratteristiche e le capacità attribuite all’intelligenza emotiva.

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Il Desiderio

Vorrei condividere questo interessante articolo pubblicato da Treccani.

Inteso come pulsione di natura emozionale che spinge l’essere vivente alla ricerca di quanto possa soddisfare un suo bisogno fisico o spirituale, il desiderio presenta una dimensione sfuggente, difficile da definire e misurare. La stessa etimologia del termine – dal latino de-, e sidus, “stella”, letteralmente, “cessare di contemplare le stelle a scopo augurale”, nel senso di trarne gli auspici e quindi bramare – allude più alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio, e al moto dell’animo che li lega, che alla natura dell’oggetto stesso. Vincolato al registro del piacere e del dolore, ciascun individuo tende ad appagare le esigenze primarie legate alla sopravvivenza e a costruirsi un proprio universo di significati che rimandano alla dialettica natura-cultura. Per la gamma delle configurazioni in cui si esprime, e per la sua attinenza alla sfera della soggettività, il desiderio rimane un problema aperto che investe vari campi, dalla biologia all’antropologia, alla filosofia, alla religione. Letto in chiave fisiologica, il desiderio sessuale può essere incluso tra le motivazioni omeostatiche volte a ricondurre l’organismo a uno stato di benessere; nella prospettiva psicologica, esso è attivato da stimoli di carattere affettivo che rinviano all’immaginario, ai ‘fantasmi mnestici’ della persona. Configurazioni significative nel rapporto organismo-ambiente Umano, e perciò vincolato alla coscienza di una condizione finita, precaria, e rivolto, in virtù di un’incessante ricerca dell’oggetto atto a soddisfarlo, a risolvere le tensioni e inquietudini che da quella coscienza discendono, il desiderio, relativamente alla sua base fisica, compare, nell’evoluzione animale, prima dell’uomo. Ciò avviene in parallelo con l’organizzazione strutturale del sistema ipotalamico-limbico e l’acquisizione della capacità emozionale di valutare qualitativamente lo stato dell’organismo nel suo rapporto con l’ambiente riguardo il piacere e il dolore. Nella sua accezione più generale, il desiderio rappresenta una funzione della vita emozionale, l’espressione di una tendenza a ‘significare’ le pulsioni organismiche, di origine intrinseca o estrinseca, sulla base di un codice qualitativo (e quantitativo) che riconosce il suo fondamento biologico nell’attività, filogenetica e ontogenetica, dei centri del piacere e del dolore. L’introduzione di parametri qualitativi nell’organizzazione del sistema vivente amplifica la dinamica del rapporto tra organismo e ambiente, anche se, sul piano comportamentale, esso può essere ricondotto più semplicemente a schemi di tipo ‘appetitivo’ e ‘avversativo’. Attraverso la pulsione desiderante, l’esigenza primaria di un adattamento omeostatico viene a essere finalizzata alla esplorazione e realizzazione di tutte le possibili configurazioni di rapporto significative, ossia dotate di valore emozionale, tra potenzialità del sistema nervoso e opportunità ambientali. Oltre a configurazioni omeostatiche, in grado di soddisfare bisogni primari che assicurano la sopravvivenza dell’individuo e della specie, se ne delineano altre non omeostatiche (per es., la curiosità esplorativa, il gioco, gli affetti), riconducibili all’investimento di un’eccedenza emozionale orientata verso uno stato di equilibrio che si può definire come ‘piacere di stare al mondo’. Il desiderio tende così verso un equilibrio di livello superiore: oltre al soddisfacimento dell’esigenza di cibo, alla riproduzione e alla difesa dai pericoli, funzione propria del desiderio è di promuovere una ‘collusione’ emozionale con l’ambiente, nonché l’ottimizzazione delle potenzialità specie-specifiche e individuali. Con la vita emozionale, la strutturazione e l’organizzazione funzionale del sistema nervoso dipendono, in misuracrescente lungo la scala dei Vertebrati, da meccanismi epigenetici, connessi al graduale sviluppo di strutture differenziate a partire da cellule indifferenziate e morfologicamente omogenee. Tali meccanismi determinano una varietà individuale resa poco evidente dai comportamenti specie-specifici, ma che si esprime in una gamma pressoché infinita di configurazioni significative e collusive tra organismo e ambiente. Il desiderio è la pulsione, emotivamente connotata, che sottende la realizzazione di queste configurazioni e dunque il prodursi di una soggettività integrata in un suo ambiente. Nei Vertebrati ciò avviene secondo due linee evolutive. La prima è rappresentata dagli animali solitari, che, raggiunta la maturità e fatta eccezione per le stagioni degli amori, non manifestano bisogni sociali. Per essi il piacere di stare al mondo è di tipo ‘monadico’, riferito solitamente a un territorio (fig. 1). La seconda è riferibile agli animali sociali, tra cui si instaurano vincoli affettivi (fig. 2). Questa linea raggiunge la sua espressione più compiuta nei Primati superiori. In virtù della socialità affettiva, l’individuo si pone al servizio del gruppo e dà luogo a un’organizzazione gerarchica fondata sul riconoscimento del ‘valore’ del singolo. Le due linee evolutive, che seguono l’una il potere individuante, l’altra il potere socializzante del desiderio, si ricongiungono nell’antropogenesi in forza di un programma emozionale binario (piacere-dolore), che porta all’acquisizione della coscienza di sé e dell’altro, e al dispiegamento delle potenzialità individuali attraverso le capacità dell’immaginazione e del pensiero astratto, attivate e vincolate dalla cultura. Programmato da una logica binaria, il desiderio umano si presenta dunque come pulsione tendente a realizzare la massima varietà individuale – quella per cui ogni soggetto costruisce un suo mondo di significati, manifestando una inconfondibile personalità – entro un ordine sistemico, che è proprio della cultura e dell’organizzazione sociale cui appartiene, il cui equilibrio omeostatico postula una normalizzazione, ossia una riduzione della varietà. Riduzione funzionale al bene comune, tuttavia sempre precaria, poiché l’ordine culturale, nel suo trasmettersi di generazione in generazione, rivela una tendenza inerziale che l’ordine della natura, combinando il patrimonio genetico della specie umana e attivando ‘nuove’ potenzialità, pone in tensione. La pulsione desiderante umana si oggettiva, così, attraverso un’incessante mediazione tra natura e cultura: mediazione che, nel corso della storia, appare sempre pervenire a una qualche soluzione dialettica tra le diverse valenze ‒ comunitarie e individualistiche ‒ che sottendono quella pulsione, ma che conosce anche situazioni drammaticamente conflittuali. Se si prescinde dall’assumere il desiderio umano come pulsione ciecamente egoistica e onnipotente ‒ una minaccia, insomma, da frustrare ‒ il suo significato, benché filogeneticamente comprensibile, appare nondimeno molto problematico. Occorrerebbe, forse, parlarne come di un ‘mistero’ e tener conto che l’emozionalità umana, vincolata al registro del piacere e del dolore, è però strutturata da un’intuizione affatto singolare, specie-specifica: quella dell’infinito temporale. Intuizione che impone a ogni individuo di esprimersi nell’arco di un’esperienza finita e al tempo stesso aperta su due fronti: quello di un passato irreversibile, di cui egli è erede e testimone, e quello di un futuro che gli viene, sì, incontro, ma celando, con ciò che egli diventerà, ciò che non potrà mai accadere, cioè sopravvivere ai ‘suoi’ giorni. Per questo il desiderio umano, radicando l’individuo nel suo tempo e nel suo ambiente, non è né può essere immune dall’angoscia esistenziale, che si anima comunque di una speranza di sopravvivenza riposta nella memoria dei posteri o in un essere infinito. La dimensione sessuale 

L. DINAMICHE FISIOLOGICHE E PSICHICHE 

Il desiderio sessuale costituisce l’aspetto più sfuggente della sessualità umana: è squisitamente soggettivo, difficile da definire e da misurare. L’intensità e la frequenza con cui il desiderio si manifesta sembrano rispondere a caratteristiche notevolmente ‘dimorfiche’, ossia differenti tra uomo e donna, dovute anzitutto a ragioni ormonali e poi a variabili socioculturali: storicamente, l’uomo è stato incoraggiato a esternare il proprio desiderio, la donna, al contrario, a reprimerne con pudore l’espressione. Questa diversità educativa e comportamentale, ora molto attenuata ma non scomparsa nelle società moderne occidentali, permane invece fortissima in altri contesti culturali. S. Freud (1923) usa il termine libido (v.) come sinonimo di desiderio sessuale per indicare l’espressione dinamica della pulsione sessuale nella vita psichica, vale a dire una sorta di energia mentale che alimenta la pulsione sessuale. In un’accezione più ampia, C.G. Jung (1928) definisce come libido l’energia psichica presente in tutto ciò che è desiderato, che è appetitus, in un senso anche, ma non necessariamente, sessuale. Dal punto di vista sessuologico, l’espressione più convincente è quella del fisiologo R.J. Levin, che definisce il desiderio sessuale come uno stato mentale insoddisfatto, di variabile intensità, creato da stimoli esterni (attraverso i sensi) o interni (fantasia, memoria, associazioni psichiche), che induce la sensazione del bisogno di condividere un’attività sessuale (usualmente con l’oggetto di desiderio) per soddisfare il bisogno stesso (Levin 1994). Tale formulazione ha il merito di dare consistenza al termine desiderio, riportandolo alle sue matrici biologiche, sensoriali, oltre che psichiche, mentali. Gli organi di senso sono fortemente implicati nel fenomeno libidico. L’odore, per es., connota l”identità olfattiva’ di una persona e ne rivela la forza d’attrazione, fatta di ‘feromoni’, sostanze di richiamo sessuale, e di secrezioni sudoripare e sebacee che ne definiscono una sottile e speciale riconoscibilità; si associa a emozioni profonde, alla memoria, alla nostalgia, all’atmosfera che cattura il soggetto nella sfera di attrazione determinata dal profumo dell’altro; esalta le caratteristiche estetiche e sensoriali della cute, concorrendo a quell”attrazione di pelle’ che rappresenta uno dei più potenti stimolatori del desiderio. A questo si aggiunge il gusto, il ‘sapore’ dell’altro, quale si esprime nel bacio, la forma più umana di intimità affettiva, oltre che sessuale. L’olfatto, il gusto e anche il tatto costituiscono il ‘canale cenestesico’, la via privilegiata per accendere il desiderio e l’affettività. Egualmente importante, e per alcuni prioritario, è l’udito: le vibrazioni della voce, la tonalità emotiva, più ancora del contenuto verbale, possono accendere il desiderio, anche a distanza. Da ultimo la vista, detonatore per eccellenza del desiderio maschile. Gli organi di senso sono quindi da ritenere tra i principali fattori che alimentano la libido, rendendola contesto-dipendente (Graziottin 1996); la loro recettività ai segnali sessuali viene biologicamente modulata dagli ormoni sessuali. Insieme, e variamente combinati secondo le inclinazioni personali, i sensi costruiscono negli anni lo scenario mentale di riferimento di ciò che è fisicamente attraente nell’altro. Uno scenario molto plastico, flessibile e mutevole, com’è la mente umana, in base alle esperienze affettive e sessuali del soggetto, le quali concorrono alla dimensione motivazionale-affettiva e cognitiva del desiderio stesso. A provocare le complesse dinamiche motivazionali contribuiscono, in modo determinante, i processi intrapsichici. L’oscillare continuo tra memoria e oblio seleziona, per es., quali e quante immagini sensoriali resteranno impresse nel cervello come attivatori erotici forti (formando il ‘fantasma erotico primario’, che si struttura in genere nella fase peripuberale o dell’adolescenza), e, viceversa, quali e quante verranno cancellate, oppure ‘sepolte’ nella parte meno accessibile della mente. Affetti, emozioni e il sentimento di amore ‘vestono’ a loro volta le immagini di significati individuali e relazionali, arricchendo ulteriormente la gamma psichica del desiderio attraverso la nostalgia, lo ‘struggimento’ e quei più sottili slanci che animano il desiderio di intimità emotiva, oltre che fisica. Fattori neuropsichici e motivazionali possono concorrere a una forma speciale di amore-passione, in cui il desiderio, nelle forme estreme, dense di illusioni e proiezioni, si avvicina al ‘delirio’ (gli ‘stati passionali’ degli psichiatri della fine del 19° secolo). In questo scenario psichico ritroviamo gli elementi che concorrono all’immaginario erotico, ossia l’insieme di immagini psichiche che più potentemente accendono il desiderio. Esse costituiscono una sorta di album, o biblioteca mentale specializzata, le cui immagini hanno la peculiare capacità di attivare, insieme al desiderio, anche i processi neuropsichici, nonché ormonali, nervosi e vascolari, che coordinano la funzione sessuale nell’uomo e nella donna. Fanno parte dell’immaginario erotico tre diverse modalità psichiche: i sogni erotici; le fantasie sessuali diurne involontarie, che affiorano alla mente mentre si è impegnati in altro; infine, le fantasie sessuali volontarie. In studi recenti (Levin 1994), la specifica attivazione dell’immaginario erotico viene definita eccitazione mentale (mental arousal) e tenuta distinta dal desiderio, che l’alimenta e la precede. 

2. ASPETTI MOTIVAZIONALI E COMUNICATIVI 

Dal punto di vista della motivazione il desiderio sessuale può essere considerato l’espressione di tre grandi componenti: lo stimolo biologico istintuale, lo stimolo motivazionale affettivo, lo stimolo cognitivo a mettere in atto un comportamento sessuale. a) Lo stimolo biologico istintuale tende, attraverso la procreazione, al mantenimento della specie. Si tratta di un processo che viene specificamente attivato a livello cerebrale dagli ormoni sessuali, e in modo particolare dal testosterone, in entrambi i sessi. Al processo biochimico endocrino che modula il desiderio sessuale partecipa una varietà di ormoni: gli estrogeni, che nella donna agiscono come fattori neurotrofici e psicotrofici, oltre che come responsabili dei caratteri sessuali primari e secondari; il progesterone, che ha un ruolo tendenzialmente ‘sedativo’; la prolattina, che nei due sessi blocca il desiderio non appena superi i livelli normali; gli ormoni tiroidei, i quali, se sono carenti, impediscono la libido, mentre, quando sono in eccesso, si limitano a una generica accelerazione dei processi psichici, non specificamente sessuali; l’ossitocina, la quale rappresenta il mediatore biochimico più importante dei legami affettivi connessi alla sessualità oltre che il segnale di ‘sazietà’ sessuale (Pfaus-Everitt 1995). Della componente biologico-istintuale del desiderio fanno parte il livello costituzionale (aspetti neuroendocrini), i fattori stimolanti (farmaci, droghe, talune malattie psichiatriche) e, infine, i fattori inibenti (farmaci, droghe, malattie fisiche e mentali). Una completa assenza di desiderio, accompagnata da inibizione sessuale generale, con carente risonanza psichica di emozioni e situazioni potenzialmente sessuali, caratterizza la condizione comunemente nota come ‘frigidità’, che può essere dovuta a cause biologiche e psicosessuali. Nei casi di mancanza oppure di forte attenuazione di desiderio, si tende generalmente a isolare l’aspetto psicologico-relazionale, sottovalutando quello fisico, e ciò vale soprattutto per la donna; al contrario, l’aspetto biologico va sempre indagato, perché il corpo gioca un ruolo importante in tale fenomeno: alterazioni ormonali quali la carenza di estrogeni (ipoestrogenismo), presente nei blocchi mestruali ‒ da dieta, stress fisici o psichici ‒ e in menopausa, possono bloccare, o comunque frenare, sia il desiderio sia la risposta di eccitazione e lubrificazione fisica vaginale. Gli estrogeni sono i fattori ‘permittenti’ che consentono al VIP (Vasoactive intestinal peptide, il più potente mediatore chimico dell’eccitazione fisica) di tradurre il desiderio sessuale in risposta fisica genitale (Levin 1992). In quanto legato a fattori ormonali, che si riducono con l’età, il desiderio sessuale tende biologicamente a diminuire in età avanzata. b) Lo stimolo motivazionale affettivo è collegato mediante il ruolo della fantasia al bisogno di attaccamento e di amore. In tale prospettiva, B. Spinoza afferma nell’Etica (1677, 3, 36) che il desiderio è “la tristezza che riguarda la mancanza della cosa che amiamo”. Contribuisce a questo aspetto del desiderio una serie di elementi: l’identità sessuale (identità di genere, di ruolo e di meta sessuale); la qualità delle relazioni affettive precedenti, che incidono sulla capacità di fiducia, di intimità e di abbandono; le motivazioni non sessuali al comportamento sessuale (ansia, sentimento di solitudine, abitudine, esigenza di confermare la propria identità o dimostrarsi la propria normalità, bisogno di umiliare o essere umiliati, di ottenere vantaggi: sentimenti, emozioni e motivazioni che inducono un comportamento sessuale senza che vi sia un reale desiderio sessuale fisico). Queste variabili sono fondamentali nel modulare la percezione del piacere e del dolore sessuale e anche la qualità stessa della risposta fisica e della soddisfazione a essa legata (Graziottin 1996). Negli aspetti relazionali della componente motivazionale affettiva vanno incluse le dinamiche di coppia, che possono variare notevolmente l’intensità e l’espressione del desiderio, nonché la ‘reale’ desiderabilità del partner: la mancanza di igiene, di cura di sé, di attenzione al proprio essere fisicamente desiderabile, oltre a problemi di salute o sessuali del partner, possono annullare il desiderio del soggetto, anche in presenza di un buon legame affettivo. c) Lo stimolo cognitivo a mettere in atto un comportamento sessuale si fonda sul concetto che un individuo ha di ciò che ci si aspetta da lui e dei rischi connessi allo stesso comportamento sessuale. Si tratta di un meccanismo basato sull’analisi e sul controllo dei fattori che inducono il comportamento sessuale e di quelli che lo sconsigliano. Proprio perché evolutivamente tardivo, quest’ultimo aspetto è il più vulnerabile all’irrompere (acting-out) dei fattori istintuali e affettivi. Costituiscono un esempio gli incontri ad alto rischio di trasmissione di malattie indotte per via sessuale, in cui l’irruzione istintuale scardina il comportamento di evitamento, e quindi protettivo, coerente con la valutazione cognitiva del rischio. Di conseguenza il soggetto assume comportamenti obiettivamente pericolosi, dei quali è consapevole ma che, tuttavia, è incapace di modificare. Si deve tener conto anche del fatto che rischio e trasgressione sono tra i più potenti afrodisiaci di tipo cognitivo-motivazionale dell’eros umano: essi attivano, infatti, le motivazioni antiomeostatiche del desiderio e del comportamento sessuale, caratterizzate dalla rottura degli equilibri precedenti e tipiche degli atteggiamenti ‘esplorativi’, che sono volti alla ricerca di stimoli nuovi, di piacere, di una diversa conoscenza di sé. Oltre che nelle sue valenze motivazionali, il desiderio sessuale può essere analizzato nelle sue dimensioni comunicative. Esso definisce infatti la dinamica appetitiva che idealmente unisce il soggetto all’oggetto di desiderio. L’atto di desiderare può avere molteplici significati per il suo oggetto: può essere una conferma di identità e di valore per l’altro; può connotarsi con invasività simbolica, emotiva o fisica, alimentando comportamenti socialmente ed eticamente inaccettabili, quali molestie o abusi di tipo corporale e psicologico; può negare il valore dell’altro, privando la relazione di un segnale forte di coesione. La natura dell’oggetto di desiderio e i modi con cui l’immaginario erotico ‘veste’ il desiderio stesso ci danno ulteriori informazioni su eventuali patologie del desiderio, quali per es. le perversioni sessuali. La valutazione del desiderio sessuale, e dei disturbi relativi alle sue variazioni in eccesso o in difetto, deve quindi tener conto di tutte le componenti. La prospettiva psicoanalitica lacaniana e socioanalitica Partendo dall’ipotesi freudiana e dalla sua abbondanza semantica, J. Lacan (1966) coglie la dimensione desiderante nella mancanza che il bambino prova una volta separato dalla madre, e colloca tale dimensione tra il bisogno e la domanda. Mentre il bisogno mira a un oggetto specifico e si soddisfa con esso, e la domanda esige anche un riconoscimento di ‘direzione’, rivolgendosi sempre all’altro, il desiderio cerca di imporsi senza tenere conto dell’altro. È proprio la nozione di altro che consente a Lacan la riformulazione della nozione di desiderio, chiaramente mediata dalla dialettica hegeliana servo-padrone. Il desiderio dell’uno, dice Lacan, trova il suo senso nel desiderio dell’altro; ciò permette di mantenere la distinzione tra il bisogno che è conscio, e il desiderio, enunciato nel sogno e nel sintomo, che è inconscio, per cui il bisogno si ‘soddisfa’ mentre il desiderio si ‘realizza’ compatibilmente con le difese dell’Io (spostamento, condensazione, sostituzione), che tendono a renderlo irriconoscibile. La dialettica lacaniana del desiderio trova la sua espressione nel linguaggio, la cui prima manifestazione è nel desiderio di sapere: l’altro, non è l’altro in carne ed ossa, ma è l’Altro, l’universo linguistico in cui il desiderio, per esprimersi, si deve inserire. In un diverso ordine di prospettive, W. Reich (1933) e H. Marcuse (1955) sviluppano un’analisi sociale del desiderio in chiave pseudomarxista, mentre G. Deleuze insieme a F. Guattari (1972), in polemica con l’analisi di Reich e Marcuse, e con Freud stesso, concepiscono il desiderio come una ‘macchina desiderante’, analoga alla macchina del lavoro, rimossa dalla repressione sociale per il timore del carattere rivoluzionario e sovversivo del desiderio. 

BIBL.: s. abraham et al., Psiconeuroendocrinologia del piacere, Milano, Masson, 1986; g. deleuze, f. guattari, L’anti-Oedipe, Paris, Éditions de Minuit, 1972 (trad. it. Torino, Einaudi, 1975); f. dolto, Au jeu du désir, Paris, Éditions du Seuil, 1981 (trad. it. Milano, Mondadori, 1994); s. freud, Psychoanalyse und Libidotheorie [1923], in id., Gesammelte Werke, 13° vol., London, Imago, 1940, pp. 211-33 (trad. it. in id., Opere, 9° vol., Torino, Boringhieri, 1977, pp. 439-62); g.o. gabbard, Psychodynamic psychiatry in clinical practice, Washington, American Psychiatric Press, 1990 (trad. it. Milano, Cortina, 1995); a. graziottin, Libido, in The yearbook of the Royal college of obstetrics and gynecologists 1996, ed. J. Studd, London, RGOC Press, Parthenon Publishing, 1996, pp. 235-41; c.g. jung, Über die Energetik der Seele [1928], in id., Gesammelte Werke, Olten und Freiburg im Breisgau, Walter, 1971, pp. 1-75 (trad. it. in id., Opere, 8° vol., Torino, Boringhieri, 1976, pp. 11-77); h.s. kaplan, Disorders of sexual desire, New York, Simon & Schuster, 1979 (trad. it. Milano, Mondadori, 1981); j. lacan, Écrits, Paris, Éditions du Seuil, 1966 (trad. it. Torino, Einaudi, 1974); r.j. levin, The mechanisms of human female sexual arousal, “Annual Review of Sexuological Re-search”, 1992, 3, pp. 1-48; id., Human male sexuality: appetite and arousal, desire and drive, in Human appetite: neural and behavioural bases, ed. C. Legg, D. Boott, Oxford, Oxford University Press, 1994, pp. 127-64; a. lowen, Pleasure, a creative approach to life, New York, Coward-McCann, 1970 (trad. it. Roma, Astrolabio, 1984); h. marcuse, Eros and civilization, Boston, Beacon, 1955 (trad. it. Torino, Einaudi, 1968); j. mcdougall, The many faces of eros, New York, Norton, 1995 (trad. it. Milano, Cortina, 1997); j.g. pfaus, b.j. everitt, The psychopharmacology of sexual behaviour, in F.E. Bloom, D.J. Kupfer, Psychopharmacology, New York, Raven Press, 1995, pp. 743-58; w. reich, Die Massenpsychologie des Faschismus, manoscritto, 1933 (trad. it. Milano, SugarCo, 1974).

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Comunicazione

Cos’è davvero l’ascolto attivo?

Ascoltare Attivamente. Detto cosi sembra intuitivo, suggerisce l’idea di un ascolto attento. Sicuramente è cosi ma non solo. Significa ascoltare con l’intenzione di capire cosa il nostro interlocutore ci sta comunicando. Anche questo puo’ sembrare una operazione ovvia o banale ma non lo è. Ascoltare per capire significa sospendere il giudizio sull’interlocutore e su quel che ci sta dicendo. Ne siamo capaci? In potenza si, ma l’ascolto attivo prevede un profondo lavoro su se stessi per predisporsi alla comprensione del messaggio del nostro interlocutore e di esso stesso. La maggior parte delle volte la nostra mente vola alla ricerca del “punto” prima ancora che ci sia stato detto. Mentre il nostro partner, collega, amico, genitore, o cliente o estraneo ci parla, Il nostro “Sistema 1” ovvero quella parte del nostro sistema cognitivo che si occupa automaticamente, istantaneamente ed indipendentemente dalla nostra volontà, galoppa alla ricerca di una spiegazione veloce, facile e congruente, riconducendo l’oggetto della comunicazione in entrata alla cosa piu simile che abbiamo esperito direttamente o indirettamente nella nostra vita. Poco importa se nel nostro archivio non c’è una risposta pertinente. il nostro sistema cognitivo involontario ne trova una, e la fa andare bene. Quindi cosa possiamo fare per ascoltare per capire? per ascoltare davvero? Provo a sintetizzare in pochi punti alcuni suggerimenti:

  • Sospendere l’affermazione del proprio Ego. “Si ma io…, Anche Io ho fatto questo… Io pero’… etc”. Mettiamolo a riposo il nostro Ego che scalpita ad ogni affermazione del nostro interlocutore
  • Spegniamo il Giudizio sul nostro interlocutore dice e su di lui. Anche se non la pensiamo come lui, anche se non si veste come piace a noi o come noi pensiamo che sarebbe giusto in quell’occasione. Mettiamo da parte la classifica che facciamo quasi senza accorgercene tra noi e gli altri. Per ascoltare e capire davvero dobbiamo togliere ogni ostacolo e barriera tra noi e la persona con la quale dialoghiamo. Chiunque esso sia.
  • Ci vuole Pazienza. Con la P maiuscola. Lasciamo il tempo necessario alla persona che ci sta di fronte di esprimersi. Anche quando non è rapido e preciso. Non dobbiamo simulare pazienza scalpitando ad ogni pausa o ticchettio del nostro orologio. Per ascoltare e capire dobbiamo spalancare le porte della nostra mente e della nostra attenzione per ricevere un messaggio. Non solo per questo. Ma anche per sintonizzarci sulla lunghezza d’onda di chi ci parla.
  • Empatia. Assumiamo il punto emotivo di chi ci parla. Gioiamo con lui. Soffriamo con lui. Autenticamente. Empatia significa comprensione. Lasciamo che i nostri neuroni specchio risplendano delle emozioni che il nostro interlocutore sta provando. Saranno una chiave di decodifica della complessità del messaggio che stiamo ricevendo.
  • La macchina del tempo. Lasciamo perdere il passato e il futuro. Concentriamoci sul presente e solo sul presente. Pensare a cosa è accaduto e a cosa potrebbe accadere ci distrae e ci impone di attivare il blocco dei giudizi. Qui ed Ora. Non serve altro.
  • Generosità. Per ascoltare e capire dobbiamo essere generosi, donare tempo, con interesse e pazienza. Non dobbiamo risparmiarci.
  • Gentilezza. A volte associamo la gentilezza alla debolezza. Nulla di più fuorviante. Un atteggiamento gentile ci pone nel giusto stato d’animo per l’ascolto attivo. Comunica al nostro interlocutore che gli dedicheremo la nostra attenzione ed il nostro tempo valorizzando quello che ha da dirci.

Sembra difficilissimo vero? forse all’inizio. Ma come in ogni attività importante è necessario avere la mentalità del principiante. Mettersi nella condizione di cominciare con curiosità ed entusiasmo. I risultati non tarderanno ad arrivare.

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Psicologia

Cos’è la dissonanza cognitiva?

Vi è mai capitato di pensare una cosa e poi farne un’altra senza rendervi conto di avere due idee incompatibili? Situazioni di questo tipo vi causano tensione o malessere? Si chiama dissonanza cognitiva. 

Che cos’è la dissonanza cognitiva?

In psicologia la dissonanza cognitiva è definita come la tensione o il disagio che proviamo quando abbiamo due idee opposte e incompatibili o quando le nostre credenze non corrispondono a quello che facciamo.

Cosa facciamo di fronte alla dissonanza cognitiva?

Quando proviamo tensione o disagio di fronte all’esistenza di due idee incompatibili, cerchiamo di eliminare o di evitare la situazione scomoda e le informazioni che possono alimentarla. Cerchiamo, quindi, di ridurre la dissonanza. Per fare questo, ci sono diversi modi, come cambiare comportamento o atteggiamento, cambiare l’ambiente o aggiungere nuove informazioni e conoscenze. Così, scopriremo che tutti siamo caduti nella dissonanza cognitiva. Ad esempio, quando non andate in palestra anche se è un impegno settimanale, quando mangiate cioccolato anche se state seguendo una dieta, quando desiderate qualcosa e non potete ottenerla, allora la criticate, sottovalutandola, quando fumate una sigaretta anche se il vostro medico l’ha proibito o quando avete comprato qualcosa che non risponde alle vostre aspettative. Il fatto di non andare in palestra va contro il desiderio di “perdere i chili di troppo” o quello di “condurre una vita sana”. Ormai non siete andati in palestra, quindi cos’è più semplice, cambiare qualcosa che avete fatto in passato, cambiare un’abitudine o cambiare ciò in cui credete?

L’opzione più semplice è l’ultima. Aggiungete nuove credenze, cambiando quelle che già avete o togliendo loro importanza per eliminare l’incoerenza. “Se uno va in palestra, si nota dopo un po’ di tempo, non succede nulla se non sono andato una volta”, “Per una volta, non cambia niente”, “Andrò la settimana prossima”. Potete cambiare le vostre credenze in molti modi, mantenendo il vostro obiettivo finale, ovvero quello di dare valore all’opzione scelta rispetto all’alternativa scartata. Lo stesso discorso vale per gli altri esempi.

Prima agisco, poi mi giustifico

Come potete vedere, la dissonanza cognitiva spiega la tendenza all’autogiustificazione. L’ansia e la tensione legate alla possibilità di aver preso una decisione sbagliata o di aver fatto qualcosa nel modo scorretto possono portarci ad inventare nuovi motivi o giustificazioni per appoggiare la nostra decisione o azione. Allo stesso tempo non sopportiamo due pensieri contraddittori o incompatibili, quindi giustifichiamo la contraddizione anche con nuove idee assurde. Bisogna sottolineare che la dissonanza cognitiva si verifica quando abbiamo libertà di scelta per quanto riguarda il modo di agire. Se ci obbligano a fare qualcosa contro la nostra volontà, non c’è questa tensione. Anche se convincerci che siamo stati obbligati può servire da autogiustificazione per ridurre il malessere.

Ma è un male ridurre la dissonanza?

All’inizio no, perché è un meccanismo che inneschiamo per il nostro benessere. L’importante è essere consapevoli che lo si sta utilizzando per non cadere nell’autoinganno. Ad esempio, nel caso di una rottura con il partner o di un amore non corrisposto, ci giustifichiamo dicendo “Sapevo che non avrebbe funzionato”, “Non ne valeva la pena”, “Non era come pensavo”, quando dentro di noi proviamo dolore ed è difficile ammetterlo. Questo meccanismo si osserva anche nelle persone con poca autostima, sono infatti persone che non si amano molto e mentono a se stesse per nascondere quelle che considerano debolezze, creando così delle corazze e maschere che non fanno trasparire quello che provano davvero. E cosa succede? Succede che gli altri le trattano come pensano che siano, in base, cioè, alla maschera che indossano. Di conseguenza, si sentiranno incomprese. Per questo è molto importante sapere che si sta utilizzando il meccanismo della dissonanza cognitiva, per non arrivare all’autoinganno, alle critiche e alle bugie.