Categorie
Apprendimento Comunicazione Crescita personale Mindfullness Psicologia

Il Self Talking

quando parliamo a noi stessi come e perché…

Il self-talk consiste nel parlare con se stessi e può essere utile prima di un compito o di una gara per ridurre l’ansia e aumentare la motivazione.

L’abitudine di parlare a se stessi ad alta voce viene definita dagli psicologi come Self-Talk. La ricerca ha dimostrato come questo fenomeno sia in grado di influenzare il comportamento e la cognizione. Ethan Kross, un professore di psicologia presso l’Università del Michigan, sostiene che il Self-Talk è uno strumento utilizzato dalle persone per prendere le distanze dalle esperienze nel momento in cui riflettono sulla propria vita; in più, permetterebbe di osservare gli eventi in maniera più obiettiva.

Self-talk: riduce l’ansia e aumenta la motivazione

Messaggio pubblicitarioIn particolare sono stati individuati due tipi di Self-Talk:
– Self-Talk didattico: le persone parlano a se stesse riguardo a un determinato compito.
– Self-Talk motivazionale: le persone parlano a se stesse per auto-motivarsi: “Posso fare questo”. Potrebbe essere banale, ma motivare se stessi ad alta voce può funzionare.

Una ricerca pubblicata da Procedia — Social and Behavioral Sciences ha studiato gli effetti sia del Self-Talk didattico che del Self-Talk motivazionale nel basketball. E’ stato trovato che gli studenti passano la palla più velocemente mentre giocano a basket quando motivavano se stessi attraverso il Self-Talk.

Anche il modo in cui si fa riferimento a se stessi può fare la differenza. Mr. Kross ed i suoi colleghi hanno studiato l’impatto del Self-Talk interno, attraverso cui la persona parla a se stessa nella sua testa, per vedere come questo possa influenzare atteggiamenti e sentimenti. Essi hanno scoperto che quando i soggetti parlano di se stessi in seconda o terza persona, per esempio: “Si può fare questo” o “Jane può fare questo”, invece di “io posso fare questo”, non solo si sentono meno in ansia durante l’esecuzione di un compito, ma riescono a raggiungere un livello di performance migliore. Kross sostiene che questi effetti siano dovuti all’auto-distanziamento: esso avviene attraverso un processo per cui la persona si concentra su di sé, mantenendo un punto di vista distaccato, in terza persona.

Per spiegare perché il mantenimento della distanza psicologica abbia effetti positivi, Kross riporta un esempio: “quando vi è un amico/a che rimugina su un problema, per le persone risulta particolarmente semplice fornire ottimi consigli”. Una delle ragioni principali per cui le persone sono così in grado di fornire consigli agli altri su una determinata questione, è che non sono risucchiate da questi problemi, per cui riescono a mantenere una certa distanza da tali esperienze.

Riguardo al Self-Talk didattico, parlare da soli ad alta voce può accelerare le capacità cognitive in relazione alla risoluzione dei problemi e alle proprie prestazioni. Ad esempio, quando le persone sono alla ricerca di un oggetto, parlare ad alta voce, potrebbe aiutarle a trovarlo più velocemente. Tutto ciò è spiegato dall’ipotesi di feedback, secondo la quale pronunciare e sentire il nome di un oggetto permette di immaginare come esso si presenta, e quindi di individuarlo più velocemente e in maniera più accurata in un dato contesto.

Il fenomeno cognitivo del self-talk

Messaggio pubblicitarioMr. Lupyan ha voluto verificare l’ipotesi di feedback mediante il Self-Talk. In un esperimento, i soggetti sono stati invitati a cercare una foto di un oggetto specifico, come una banana, tra le 20 immagini di oggetti casuali. In particolare, a un gruppo di soggetti venne chiesto di pronunciare il nome dell’oggetto ad alta voce, mentre all’altro non venne avanzata alcuna richiesta. L’ipotesi dello studio era che pronunciare il nome aiutasse effettivamente la ricerca visiva. Mr. Lupyan e i suoi colleghi hanno scoperto che, quando i soggetti pronunciavano la parola “banana” prima di cercarne la foto, erano in grado di trovare il quadro in maniera più rapida e precisa rispetto a chi non aveva precedentemente pronunciato la parola “banana”.

Lo studio ha rilevato che dire la parola ad alta voce rendeva i soggetti più consapevoli dei tratti fisici della banana, e ciò ha permesso che le caratteristiche del frutto spiccassero tra gli altri oggetti. Vale la pena notare, tuttavia, che questo tipo di Self-Talk non è efficace se non si conoscono i tratti dell’oggetto. In altre parole, se una persona è alla ricerca di una papaia e non ha idea delle sue caratteristiche, il Self-Talknon ha nessun effetto sui processi cognitivi.

In conclusione, dalla letteratura emerge come il Self-Talk si dimostri di grande utilità nell’aiutare le persone a concentrarsi sul loro obiettivo e a rimuovere le distrazioni.Argomento dell’articolo:PsicologiaSono citati nel testo:Kross EthanUniversità e centri di ricerca:Michigan State University

Parlare da soli non solo non è segno di follia, ma al contrario è uno strumento efficace e regala importanti benefici cognitivi: migliora le capacità di ricerca spaziale, favorisce l’autocontrollo

Bibliografia

Categorie
Apprendimento Comunicazione Emozioni Psicologia

Intelligenza emotiva? istruzioni per l’uso

L’intelligenza emotiva viene definita come la capacità di un individuo di riconoscere, di distinguere, di etichettare e di gestire le emozioni proprie e degli altri.

Il concetto d’intelligenza emotiva (IE o EI, dall’inglese Emotional Intelligence) è relativamente recente; difatti, la prima definizione risale al 1990 ed è stata proposta dagli psicologi statunitensi Peter Salovey e John D. Mayer. Nonostante ciò, il concetto d’intelligenza emotiva ha iniziato a prendere piede e a divenire “famoso” solo fra il 1995 e il 1996, in seguito alla pubblicazione del libro “Intelligenza Emotiva: Che cos’è e perché può renderci felici” da parte dell’autore e giornalista scientifico Daniel Goleman. In seguito alla pubblicazione del libro di Goleman, il concetto d’intelligenza emotiva ha preso forma ed è diventato oggetto di studio sia in ambito psicologico che nell’ambito dell’organizzazione aziendale. Come si vedrà nel corso dell’articolo, infatti, secondo la concezione di Goleman, l’intelligenza emotiva è un aspetto fondamentale per il successo nel campo del business e della leadership. Le trasformazioni subite dal concetto di intelligenza emotiva nel corso degli anni, hanno portato alla creazione da parte di psicologi e studiosi del settore di differenti modelli teorici di IE, corrispondenti a definizioni e caratteristiche altrettanto differenti. Nel corso dell’articolo si prenderanno in considerazione i modelli proposti dapprima da Salovey e Mayer e poi da Goleman, mettendone in evidenza caratteristiche e peculiarità.

Che cos’è l’Intelligenza Emotiva?

L’intelligenza emotiva può essere descritta come la capacità di un individuo di riconoscere, di discriminare e identificare, di etichettare nel modo appropriato e, conseguentemente, di gestire le proprie emozioni e quelle degli altri allo scopo di raggiungere determinati obiettivi.

In verità, la definizione d’intelligenza emotiva ha subito diverse modifiche nel corso degli anni e il suo significato può assumere sfumature differenti in funzione del tipo di concezione che si ha di questa capacità di identificare e gestire le emozioni proprie ed altrui.

L’intelligenza emotiva è anche nota come quoziente emozionale (QE, o EQ dall’inglese Emotional Quotient), quoziente di intelligenza emotiva (QIE) e leadership emotiva(LE).

Modelli Teorici di Intelligenza Emotiva

Come accennato, la concezione di intelligenza emotiva non è univoca, ma sono diversi i modelli teorici proposti che ne descrivono significato e caratteristiche. Di seguito, sono riportati due dei principali modelli d’intelligenza emotiva attualmente esistenti: quello di Salovey e Mayer e quello di Goleman.

Intelligenza Emotiva secondo Salovey e Mayer

La concezione d’intelligenza emotiva inizialmente elaborata dagli psicologi Salovey e Mayer la definiva come la capacità di percepire, integrare e regolare le emozioni per facilitare il pensiero e promuovere la crescita personale.

Tuttavia, dopo aver condotto diverse ricerche, tale definizione fu modificata, includendo la capacità di percepire con precisione le emozioni, di generarle e di comprenderle così da regolarle in maniera riflessiva allo scopo di promuovere la propria crescita emotiva e intellettuale.

Più nel dettaglio, secondo il modello di Salovey e Mayer, l’intelligenza emotiva include quattro diverse abilità:

  • Percezione delle emozioni: la percezione delle emozioni è un aspetto fondamentale dell’intelligenza emotiva. In questo caso, è intesa come la capacità di rilevare e decifrare non solo le proprie emozioni, ma anche quelle altrui, sui volti delle persone, nelle immagini (ad esempio, nelle fotografie), nel timbro della voce, ecc.
  • Uso delle emozioni: è inteso come la capacità dell’individuo di sfruttare le emozioni e applicarle ad attività come pensare e risolvere problemi.
  • Comprensione delle emozioni: è la capacità di capire le emozioni e di comprenderne le variazioni e l’evoluzione nel tempo.
  • Gestire le emozioni: consiste nella capacità di regolare le emozioni proprie e altrui, sia positive che negative, gestendole in maniera tale da raggiungere gli obiettivi prefissati.

Secondo Salovey e Mayer le suddette abilità sono strettamente correlate l’una all’altra.

Come si Misura l’intelligenza Emotiva secondo Salovey e Mayer?

Il grado di intelligenza emotiva secondo il modello di Salovey e Mayer viene misurato mediante il test di intelligenza emotiva Mayer-Salovey-Caruso (anche noto con l’acronimo di MSEIT). Senza entrare nei dettagli, ci limiteremo a dire che tale test mette alla prova l’individuo sulle abilità sopra citate che caratterizzano l’intelligenza emotiva. A differenza dei classici test del QI (quoziente intellettivo), nel MSEIT non ci sono risposte obiettivamente corrette; questa caratteristica, peraltro, ha largamente contribuito a mettere in discussione l’affidabilità dello stesso test.

Intelligenza Emotiva secondo Goleman

Secondo il modello introdotto da Goleman, l’intelligenza emotiva comprende una serie di capacità e competenze che guidano l’individuo soprattutto nel campo della leadership.

Nel dettaglio, secondo Goleman, l’intelligenza emotiva è caratterizzata da:

  • Consapevolezza di sé: è intesa come la capacità di riconoscere le proprie emozioni e i propri punti di forza, così come i propri limiti e le proprie debolezze; comprende, inoltre, la capacità di intuire come queste caratteristiche personali sono in grado di influenzare gli altri.
  • Autoregolazione: descrive la capacità di gestire i propri punti di forza, emozioni e debolezze, adattandoli alle diverse situazioni che possono presentarsi, allo scopo di raggiungere fini e obiettivi.
  • Abilità sociale: consiste nella capacità di gestire le relazioni con le persone allo scopo di “indirizzarle” verso il raggiungimento di un determinato obiettivo.
  • Motivazione: è la capacità di riconoscere i pensieri negativi e di trasformarli in pensieri positivi che siano in grado di motivare sé stessi e gli altri.
  • Empatia: è la capacità di comprendere appieno e addirittura percepire e sentire lo stato d’animo delle altre persone.

Secondo Goleman, a ciascuna delle suddette caratteristiche appartengono diverse competenze emotive, intese come le abilità pratiche dell’individuo necessarie all’instaurazione di relazioni positive con gli altri. Tali competenze, tuttavia, non sono innate, ma possono essere apprese, sviluppate e migliorate al fine di raggiungere prestazioni lavorative e di leadership importanti. Secondo Goleman, ciascun individuo è dotato di un’intelligenza emotiva “generale” fin dalla nascita e il grado di tale intelligenza determina la probabilità – più o meno elevata – di apprendere e sfruttare, in un secondo momento, le competenze emotive di cui sopra.

Goleman, pertanto, fa dell’intelligenza emotiva uno strumento fondamentale nell’ambito del successo lavorativo.

Come si Misura l’intelligenza Emotiva secondo Goleman?

L’intelligenza emotiva secondo Goleman può essere misurata tramite l’Emotional Competency Inventory (ECI) e l’Emotional and Social Competency Inventory (ESCI), si tratta di strumenti elaborati dallo stesso Goleman e da Richard Eleftherios Boyatzis, professore di comportamento organizzativo, psicologia e scienze cognitive.

Inoltre, è altresì possibile effettuare una misurazione dell’intelligenza emotiva attraverso l’Emotional Intelligence Appraisal. Si tratta di un tipo di autovalutazioneelaborata da Travis Bradberry e Jean Greaves.

Effetti

Effetti e Benefici dell’Intelligenza Emotiva sulla Vita Quotidiana

Indipendentemente dal tipo di modello adottato per descriverne tratti e caratteristiche, la presenza di un elevato grado d’intelligenza emotiva – intesa come la capacità di percepire, riconoscere e gestire correttamente le proprie ed altrui emozioni – dovrebbe apportare, teoricamente, effetti benefici in tutti gli aspetti della vita quotidiana dell’individuo.

Nel dettaglio, coloro che sono dotati di intelligenza emotiva dovrebbero:

  • Avere rapporti sociali migliori;
  • Avere rapporti famigliari e sentimentalimigliori;
  • Essere percepiti dagli altri in maniera più positiva rispetto ad individui con scarsa intelligenza emotiva;
  • Essere in grado di instaurare migliori rapporti in ambito lavorativo rispetto a chi non ha, o ha un basso livello, di intelligenza emotiva;
  • Avere una maggior probabilità di comprendere sé stessi e di prendere decisioni corrette basandosi sia sulla logica che sulle emozioni;
  • Avere un rendimento scolastico migliore;
  • Godere di un benessere psicologico maggiore. Chi presenta un buon livello di intelligenza emotiva, infatti, pare abbia una maggior probabilità di avere soddisfazioni dalla propria vita, di avere un elevato livello di autostima e un minor livello di insicurezza. La presenza di intelligenza emotiva, inoltre, pare che possa essere utile nel prevenire scelte e comportamenti sbagliati, anche inerenti la propria salute (ad esempio, abuso di sostanze psicoattive e dipendenze sia da droghe che da alcol).

Curiosità

Un interessante studio condotto nel 2010 ha analizzato la correlazione fra intelligenza emotiva e il grado di dipendenza da alcol e/o droghe. Da tale studio è emerso che i punteggi ottenuti dai test per la valutazione dell’intelligenza emotiva sono aumentati al diminuire del grado di dipendenza dalle suddette sostanze.

Discorso analogo per un altro studio condotto nel 2012 che ha analizzato la relazione esistente fra l’intelligenza emotiva, l’autostima e la dipendenza da marijuana: i soggetti affetti da questa dipendenza hanno ottenuto punteggi eccezionalmente bassi nei test per la valutazione sia dell’autostima che dell’intelligenza emotiva.

Critiche all’Intelligenza Emotiva

Le critiche mosse nei confronti del concetto d’intelligenza emotiva sono molte. Di seguito ne verranno riportate solo alcune.

Misurazione dell’Intelligenza Emotiva

Una delle principali critiche avanzata nei confronti dell’intelligenza emotiva riguarda l’incapacità di misurarla in maniera oggettiva. Sebbene siano disponibili test per la sua misurazione sia secondo il modello di Salovey e Mayer, sia secondo il modello di Goleman, in molti dubitano della loro attendibilità, poiché non esattamente obiettivi dal momento che non sono previste risposte obiettivamente corrette o sbagliate.

Tra il Dire e il Fare

Restando nell’ambito dei metodi impiegati per la misurazione dell’intelligenza emotiva e ai dubbi sull’attendibilità dei test utilizzati per determinarne il grado, emerge una nuova critica, ossia che non sempre ciò che da essi emerge è veritiero.

Difatti, il fatto che dall’esecuzione dei suddetti test emerga che una persona sappia come gestire le emozioni e come comportarsi di conseguenza in una determinata situazione, anche critica, non significa necessariamente che quella persona reagisca in quel modo (emerso dal test) quando quella determinata situazione si presenta.

Utilità dell’Intelligenza Emotiva

Un’altra critica – mossa soprattutto nei confronti dell’interpretazione di Goleman – riguarda la reale utilità di possedere un’elevata intelligenza emotiva in campo lavorativo. Secondo Goleman, infatti, un’alta intelligenza emotiva aumenta la probabilità di successo lavorativo, soprattutto a livello dirigenziale. Le critiche mosse a questo proposito affermano che una maggior capacità di riconoscimento e individuazione delle emozioni proprie ed altrui non sempre porta al successo, ma anzi può mettere in difficoltà il leader che deve prendere decisioni importanti. Gli studi condotti in merito, non smentiscono ma nemmeno confermano questa critica. Difatti, dagli studi finora pubblicati in merito è emerso che in alcune situazioni un’alta intelligenza emotiva è d’aiuto nel raggiungimento del successo lavorativo, in altre è neutra e in altre ancora può essere controproducente. Questo perché, la capacità di successo non dipende solo dal grado di intelligenza emotiva, ma anche dal QI (quoziente intellettivo), dalla personalità dell’individuo e dal ruolo lavorativo che esso ricopre.

Strumento per Raggiungere Obiettivi o Arma di Manipolazione?

Riportiamo, infine, un’ultima critica riguardante il fatto che l’intelligenza emotiva viene considerata da quasi tutti come una caratteristica desiderabile.

In questo senso, è stato avanzata l’idea che non sempre la capacità di gestire le emozioni altrui per raggiungere determinati obiettivi può essere considerato come un aspetto positivo, poiché tale capacità potrebbe essere utilizzata in maniera impropria come “arma” per manipolare il pensiero e l’azione degli altri a proprio favore.

Lo sapevi che…

Indipendentemente dal modello preso in considerazione, la definizione d’intelligenza emotiva, i metodi e i test con cui viene misurata e, addirittura, la sua stessa esistenza vengono ancora messi in dubbio. Secondo alcuni, infatti, non esisterebbe un’intelligenza emotiva intesa come una tipologia d’intelligenza a sé stante, ma la capacità di riconoscere, individuare, etichettare e gestire le proprie emozioni e quelle altrui non sarebbe altro che l’intelligenza applicata a un particolare dominio della vita, ossia quello delle emozioni.

Il concetto d’intelligenza emotiva, pertanto, rimane ancora oggetto di svariati dibattiti.

Cosa NON è l’Intelligenza Emotiva

Alla luce di quanto finora detto appare chiaro come non esista un’unica definizione di intelligenza emotiva e come il suo significato e le sue applicazioni possano cambiare in funzione dei modelli teorici presi in considerazione. Non sorprende, perciò, che il concetto d’intelligenza emotiva venga spesso stravolto e/o frainteso e che ad esso vengano attribuiti significati non pertinenti. A questo proposito, lo stesso psicologo John D. Mayer ha voluto spendere qualche parola in un articolo pubblicato su una rivista americana di settore per specificare che – al contrario di quello che si può leggere in numerosi articoli e riviste – l’intelligenza emotiva NON è sinonimo di felicitàottimismocalma e autocontrollo, poiché questi sono tratti che possono appartenere o meno alla personalità dell’individuo e non devono essere “mescolati” con le caratteristiche e le capacità attribuite all’intelligenza emotiva.

Categorie
Comunicazione

Cos’è davvero l’ascolto attivo?

Ascoltare Attivamente. Detto cosi sembra intuitivo, suggerisce l’idea di un ascolto attento. Sicuramente è cosi ma non solo. Significa ascoltare con l’intenzione di capire cosa il nostro interlocutore ci sta comunicando. Anche questo puo’ sembrare una operazione ovvia o banale ma non lo è. Ascoltare per capire significa sospendere il giudizio sull’interlocutore e su quel che ci sta dicendo. Ne siamo capaci? In potenza si, ma l’ascolto attivo prevede un profondo lavoro su se stessi per predisporsi alla comprensione del messaggio del nostro interlocutore e di esso stesso. La maggior parte delle volte la nostra mente vola alla ricerca del “punto” prima ancora che ci sia stato detto. Mentre il nostro partner, collega, amico, genitore, o cliente o estraneo ci parla, Il nostro “Sistema 1” ovvero quella parte del nostro sistema cognitivo che si occupa automaticamente, istantaneamente ed indipendentemente dalla nostra volontà, galoppa alla ricerca di una spiegazione veloce, facile e congruente, riconducendo l’oggetto della comunicazione in entrata alla cosa piu simile che abbiamo esperito direttamente o indirettamente nella nostra vita. Poco importa se nel nostro archivio non c’è una risposta pertinente. il nostro sistema cognitivo involontario ne trova una, e la fa andare bene. Quindi cosa possiamo fare per ascoltare per capire? per ascoltare davvero? Provo a sintetizzare in pochi punti alcuni suggerimenti:

  • Sospendere l’affermazione del proprio Ego. “Si ma io…, Anche Io ho fatto questo… Io pero’… etc”. Mettiamolo a riposo il nostro Ego che scalpita ad ogni affermazione del nostro interlocutore
  • Spegniamo il Giudizio sul nostro interlocutore dice e su di lui. Anche se non la pensiamo come lui, anche se non si veste come piace a noi o come noi pensiamo che sarebbe giusto in quell’occasione. Mettiamo da parte la classifica che facciamo quasi senza accorgercene tra noi e gli altri. Per ascoltare e capire davvero dobbiamo togliere ogni ostacolo e barriera tra noi e la persona con la quale dialoghiamo. Chiunque esso sia.
  • Ci vuole Pazienza. Con la P maiuscola. Lasciamo il tempo necessario alla persona che ci sta di fronte di esprimersi. Anche quando non è rapido e preciso. Non dobbiamo simulare pazienza scalpitando ad ogni pausa o ticchettio del nostro orologio. Per ascoltare e capire dobbiamo spalancare le porte della nostra mente e della nostra attenzione per ricevere un messaggio. Non solo per questo. Ma anche per sintonizzarci sulla lunghezza d’onda di chi ci parla.
  • Empatia. Assumiamo il punto emotivo di chi ci parla. Gioiamo con lui. Soffriamo con lui. Autenticamente. Empatia significa comprensione. Lasciamo che i nostri neuroni specchio risplendano delle emozioni che il nostro interlocutore sta provando. Saranno una chiave di decodifica della complessità del messaggio che stiamo ricevendo.
  • La macchina del tempo. Lasciamo perdere il passato e il futuro. Concentriamoci sul presente e solo sul presente. Pensare a cosa è accaduto e a cosa potrebbe accadere ci distrae e ci impone di attivare il blocco dei giudizi. Qui ed Ora. Non serve altro.
  • Generosità. Per ascoltare e capire dobbiamo essere generosi, donare tempo, con interesse e pazienza. Non dobbiamo risparmiarci.
  • Gentilezza. A volte associamo la gentilezza alla debolezza. Nulla di più fuorviante. Un atteggiamento gentile ci pone nel giusto stato d’animo per l’ascolto attivo. Comunica al nostro interlocutore che gli dedicheremo la nostra attenzione ed il nostro tempo valorizzando quello che ha da dirci.

Sembra difficilissimo vero? forse all’inizio. Ma come in ogni attività importante è necessario avere la mentalità del principiante. Mettersi nella condizione di cominciare con curiosità ed entusiasmo. I risultati non tarderanno ad arrivare.