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Il Desiderio

Vorrei condividere questo interessante articolo pubblicato da Treccani.

Inteso come pulsione di natura emozionale che spinge l’essere vivente alla ricerca di quanto possa soddisfare un suo bisogno fisico o spirituale, il desiderio presenta una dimensione sfuggente, difficile da definire e misurare. La stessa etimologia del termine – dal latino de-, e sidus, “stella”, letteralmente, “cessare di contemplare le stelle a scopo augurale”, nel senso di trarne gli auspici e quindi bramare – allude più alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio, e al moto dell’animo che li lega, che alla natura dell’oggetto stesso. Vincolato al registro del piacere e del dolore, ciascun individuo tende ad appagare le esigenze primarie legate alla sopravvivenza e a costruirsi un proprio universo di significati che rimandano alla dialettica natura-cultura. Per la gamma delle configurazioni in cui si esprime, e per la sua attinenza alla sfera della soggettività, il desiderio rimane un problema aperto che investe vari campi, dalla biologia all’antropologia, alla filosofia, alla religione. Letto in chiave fisiologica, il desiderio sessuale può essere incluso tra le motivazioni omeostatiche volte a ricondurre l’organismo a uno stato di benessere; nella prospettiva psicologica, esso è attivato da stimoli di carattere affettivo che rinviano all’immaginario, ai ‘fantasmi mnestici’ della persona. Configurazioni significative nel rapporto organismo-ambiente Umano, e perciò vincolato alla coscienza di una condizione finita, precaria, e rivolto, in virtù di un’incessante ricerca dell’oggetto atto a soddisfarlo, a risolvere le tensioni e inquietudini che da quella coscienza discendono, il desiderio, relativamente alla sua base fisica, compare, nell’evoluzione animale, prima dell’uomo. Ciò avviene in parallelo con l’organizzazione strutturale del sistema ipotalamico-limbico e l’acquisizione della capacità emozionale di valutare qualitativamente lo stato dell’organismo nel suo rapporto con l’ambiente riguardo il piacere e il dolore. Nella sua accezione più generale, il desiderio rappresenta una funzione della vita emozionale, l’espressione di una tendenza a ‘significare’ le pulsioni organismiche, di origine intrinseca o estrinseca, sulla base di un codice qualitativo (e quantitativo) che riconosce il suo fondamento biologico nell’attività, filogenetica e ontogenetica, dei centri del piacere e del dolore. L’introduzione di parametri qualitativi nell’organizzazione del sistema vivente amplifica la dinamica del rapporto tra organismo e ambiente, anche se, sul piano comportamentale, esso può essere ricondotto più semplicemente a schemi di tipo ‘appetitivo’ e ‘avversativo’. Attraverso la pulsione desiderante, l’esigenza primaria di un adattamento omeostatico viene a essere finalizzata alla esplorazione e realizzazione di tutte le possibili configurazioni di rapporto significative, ossia dotate di valore emozionale, tra potenzialità del sistema nervoso e opportunità ambientali. Oltre a configurazioni omeostatiche, in grado di soddisfare bisogni primari che assicurano la sopravvivenza dell’individuo e della specie, se ne delineano altre non omeostatiche (per es., la curiosità esplorativa, il gioco, gli affetti), riconducibili all’investimento di un’eccedenza emozionale orientata verso uno stato di equilibrio che si può definire come ‘piacere di stare al mondo’. Il desiderio tende così verso un equilibrio di livello superiore: oltre al soddisfacimento dell’esigenza di cibo, alla riproduzione e alla difesa dai pericoli, funzione propria del desiderio è di promuovere una ‘collusione’ emozionale con l’ambiente, nonché l’ottimizzazione delle potenzialità specie-specifiche e individuali. Con la vita emozionale, la strutturazione e l’organizzazione funzionale del sistema nervoso dipendono, in misuracrescente lungo la scala dei Vertebrati, da meccanismi epigenetici, connessi al graduale sviluppo di strutture differenziate a partire da cellule indifferenziate e morfologicamente omogenee. Tali meccanismi determinano una varietà individuale resa poco evidente dai comportamenti specie-specifici, ma che si esprime in una gamma pressoché infinita di configurazioni significative e collusive tra organismo e ambiente. Il desiderio è la pulsione, emotivamente connotata, che sottende la realizzazione di queste configurazioni e dunque il prodursi di una soggettività integrata in un suo ambiente. Nei Vertebrati ciò avviene secondo due linee evolutive. La prima è rappresentata dagli animali solitari, che, raggiunta la maturità e fatta eccezione per le stagioni degli amori, non manifestano bisogni sociali. Per essi il piacere di stare al mondo è di tipo ‘monadico’, riferito solitamente a un territorio (fig. 1). La seconda è riferibile agli animali sociali, tra cui si instaurano vincoli affettivi (fig. 2). Questa linea raggiunge la sua espressione più compiuta nei Primati superiori. In virtù della socialità affettiva, l’individuo si pone al servizio del gruppo e dà luogo a un’organizzazione gerarchica fondata sul riconoscimento del ‘valore’ del singolo. Le due linee evolutive, che seguono l’una il potere individuante, l’altra il potere socializzante del desiderio, si ricongiungono nell’antropogenesi in forza di un programma emozionale binario (piacere-dolore), che porta all’acquisizione della coscienza di sé e dell’altro, e al dispiegamento delle potenzialità individuali attraverso le capacità dell’immaginazione e del pensiero astratto, attivate e vincolate dalla cultura. Programmato da una logica binaria, il desiderio umano si presenta dunque come pulsione tendente a realizzare la massima varietà individuale – quella per cui ogni soggetto costruisce un suo mondo di significati, manifestando una inconfondibile personalità – entro un ordine sistemico, che è proprio della cultura e dell’organizzazione sociale cui appartiene, il cui equilibrio omeostatico postula una normalizzazione, ossia una riduzione della varietà. Riduzione funzionale al bene comune, tuttavia sempre precaria, poiché l’ordine culturale, nel suo trasmettersi di generazione in generazione, rivela una tendenza inerziale che l’ordine della natura, combinando il patrimonio genetico della specie umana e attivando ‘nuove’ potenzialità, pone in tensione. La pulsione desiderante umana si oggettiva, così, attraverso un’incessante mediazione tra natura e cultura: mediazione che, nel corso della storia, appare sempre pervenire a una qualche soluzione dialettica tra le diverse valenze ‒ comunitarie e individualistiche ‒ che sottendono quella pulsione, ma che conosce anche situazioni drammaticamente conflittuali. Se si prescinde dall’assumere il desiderio umano come pulsione ciecamente egoistica e onnipotente ‒ una minaccia, insomma, da frustrare ‒ il suo significato, benché filogeneticamente comprensibile, appare nondimeno molto problematico. Occorrerebbe, forse, parlarne come di un ‘mistero’ e tener conto che l’emozionalità umana, vincolata al registro del piacere e del dolore, è però strutturata da un’intuizione affatto singolare, specie-specifica: quella dell’infinito temporale. Intuizione che impone a ogni individuo di esprimersi nell’arco di un’esperienza finita e al tempo stesso aperta su due fronti: quello di un passato irreversibile, di cui egli è erede e testimone, e quello di un futuro che gli viene, sì, incontro, ma celando, con ciò che egli diventerà, ciò che non potrà mai accadere, cioè sopravvivere ai ‘suoi’ giorni. Per questo il desiderio umano, radicando l’individuo nel suo tempo e nel suo ambiente, non è né può essere immune dall’angoscia esistenziale, che si anima comunque di una speranza di sopravvivenza riposta nella memoria dei posteri o in un essere infinito. La dimensione sessuale 

L. DINAMICHE FISIOLOGICHE E PSICHICHE 

Il desiderio sessuale costituisce l’aspetto più sfuggente della sessualità umana: è squisitamente soggettivo, difficile da definire e da misurare. L’intensità e la frequenza con cui il desiderio si manifesta sembrano rispondere a caratteristiche notevolmente ‘dimorfiche’, ossia differenti tra uomo e donna, dovute anzitutto a ragioni ormonali e poi a variabili socioculturali: storicamente, l’uomo è stato incoraggiato a esternare il proprio desiderio, la donna, al contrario, a reprimerne con pudore l’espressione. Questa diversità educativa e comportamentale, ora molto attenuata ma non scomparsa nelle società moderne occidentali, permane invece fortissima in altri contesti culturali. S. Freud (1923) usa il termine libido (v.) come sinonimo di desiderio sessuale per indicare l’espressione dinamica della pulsione sessuale nella vita psichica, vale a dire una sorta di energia mentale che alimenta la pulsione sessuale. In un’accezione più ampia, C.G. Jung (1928) definisce come libido l’energia psichica presente in tutto ciò che è desiderato, che è appetitus, in un senso anche, ma non necessariamente, sessuale. Dal punto di vista sessuologico, l’espressione più convincente è quella del fisiologo R.J. Levin, che definisce il desiderio sessuale come uno stato mentale insoddisfatto, di variabile intensità, creato da stimoli esterni (attraverso i sensi) o interni (fantasia, memoria, associazioni psichiche), che induce la sensazione del bisogno di condividere un’attività sessuale (usualmente con l’oggetto di desiderio) per soddisfare il bisogno stesso (Levin 1994). Tale formulazione ha il merito di dare consistenza al termine desiderio, riportandolo alle sue matrici biologiche, sensoriali, oltre che psichiche, mentali. Gli organi di senso sono fortemente implicati nel fenomeno libidico. L’odore, per es., connota l”identità olfattiva’ di una persona e ne rivela la forza d’attrazione, fatta di ‘feromoni’, sostanze di richiamo sessuale, e di secrezioni sudoripare e sebacee che ne definiscono una sottile e speciale riconoscibilità; si associa a emozioni profonde, alla memoria, alla nostalgia, all’atmosfera che cattura il soggetto nella sfera di attrazione determinata dal profumo dell’altro; esalta le caratteristiche estetiche e sensoriali della cute, concorrendo a quell”attrazione di pelle’ che rappresenta uno dei più potenti stimolatori del desiderio. A questo si aggiunge il gusto, il ‘sapore’ dell’altro, quale si esprime nel bacio, la forma più umana di intimità affettiva, oltre che sessuale. L’olfatto, il gusto e anche il tatto costituiscono il ‘canale cenestesico’, la via privilegiata per accendere il desiderio e l’affettività. Egualmente importante, e per alcuni prioritario, è l’udito: le vibrazioni della voce, la tonalità emotiva, più ancora del contenuto verbale, possono accendere il desiderio, anche a distanza. Da ultimo la vista, detonatore per eccellenza del desiderio maschile. Gli organi di senso sono quindi da ritenere tra i principali fattori che alimentano la libido, rendendola contesto-dipendente (Graziottin 1996); la loro recettività ai segnali sessuali viene biologicamente modulata dagli ormoni sessuali. Insieme, e variamente combinati secondo le inclinazioni personali, i sensi costruiscono negli anni lo scenario mentale di riferimento di ciò che è fisicamente attraente nell’altro. Uno scenario molto plastico, flessibile e mutevole, com’è la mente umana, in base alle esperienze affettive e sessuali del soggetto, le quali concorrono alla dimensione motivazionale-affettiva e cognitiva del desiderio stesso. A provocare le complesse dinamiche motivazionali contribuiscono, in modo determinante, i processi intrapsichici. L’oscillare continuo tra memoria e oblio seleziona, per es., quali e quante immagini sensoriali resteranno impresse nel cervello come attivatori erotici forti (formando il ‘fantasma erotico primario’, che si struttura in genere nella fase peripuberale o dell’adolescenza), e, viceversa, quali e quante verranno cancellate, oppure ‘sepolte’ nella parte meno accessibile della mente. Affetti, emozioni e il sentimento di amore ‘vestono’ a loro volta le immagini di significati individuali e relazionali, arricchendo ulteriormente la gamma psichica del desiderio attraverso la nostalgia, lo ‘struggimento’ e quei più sottili slanci che animano il desiderio di intimità emotiva, oltre che fisica. Fattori neuropsichici e motivazionali possono concorrere a una forma speciale di amore-passione, in cui il desiderio, nelle forme estreme, dense di illusioni e proiezioni, si avvicina al ‘delirio’ (gli ‘stati passionali’ degli psichiatri della fine del 19° secolo). In questo scenario psichico ritroviamo gli elementi che concorrono all’immaginario erotico, ossia l’insieme di immagini psichiche che più potentemente accendono il desiderio. Esse costituiscono una sorta di album, o biblioteca mentale specializzata, le cui immagini hanno la peculiare capacità di attivare, insieme al desiderio, anche i processi neuropsichici, nonché ormonali, nervosi e vascolari, che coordinano la funzione sessuale nell’uomo e nella donna. Fanno parte dell’immaginario erotico tre diverse modalità psichiche: i sogni erotici; le fantasie sessuali diurne involontarie, che affiorano alla mente mentre si è impegnati in altro; infine, le fantasie sessuali volontarie. In studi recenti (Levin 1994), la specifica attivazione dell’immaginario erotico viene definita eccitazione mentale (mental arousal) e tenuta distinta dal desiderio, che l’alimenta e la precede. 

2. ASPETTI MOTIVAZIONALI E COMUNICATIVI 

Dal punto di vista della motivazione il desiderio sessuale può essere considerato l’espressione di tre grandi componenti: lo stimolo biologico istintuale, lo stimolo motivazionale affettivo, lo stimolo cognitivo a mettere in atto un comportamento sessuale. a) Lo stimolo biologico istintuale tende, attraverso la procreazione, al mantenimento della specie. Si tratta di un processo che viene specificamente attivato a livello cerebrale dagli ormoni sessuali, e in modo particolare dal testosterone, in entrambi i sessi. Al processo biochimico endocrino che modula il desiderio sessuale partecipa una varietà di ormoni: gli estrogeni, che nella donna agiscono come fattori neurotrofici e psicotrofici, oltre che come responsabili dei caratteri sessuali primari e secondari; il progesterone, che ha un ruolo tendenzialmente ‘sedativo’; la prolattina, che nei due sessi blocca il desiderio non appena superi i livelli normali; gli ormoni tiroidei, i quali, se sono carenti, impediscono la libido, mentre, quando sono in eccesso, si limitano a una generica accelerazione dei processi psichici, non specificamente sessuali; l’ossitocina, la quale rappresenta il mediatore biochimico più importante dei legami affettivi connessi alla sessualità oltre che il segnale di ‘sazietà’ sessuale (Pfaus-Everitt 1995). Della componente biologico-istintuale del desiderio fanno parte il livello costituzionale (aspetti neuroendocrini), i fattori stimolanti (farmaci, droghe, talune malattie psichiatriche) e, infine, i fattori inibenti (farmaci, droghe, malattie fisiche e mentali). Una completa assenza di desiderio, accompagnata da inibizione sessuale generale, con carente risonanza psichica di emozioni e situazioni potenzialmente sessuali, caratterizza la condizione comunemente nota come ‘frigidità’, che può essere dovuta a cause biologiche e psicosessuali. Nei casi di mancanza oppure di forte attenuazione di desiderio, si tende generalmente a isolare l’aspetto psicologico-relazionale, sottovalutando quello fisico, e ciò vale soprattutto per la donna; al contrario, l’aspetto biologico va sempre indagato, perché il corpo gioca un ruolo importante in tale fenomeno: alterazioni ormonali quali la carenza di estrogeni (ipoestrogenismo), presente nei blocchi mestruali ‒ da dieta, stress fisici o psichici ‒ e in menopausa, possono bloccare, o comunque frenare, sia il desiderio sia la risposta di eccitazione e lubrificazione fisica vaginale. Gli estrogeni sono i fattori ‘permittenti’ che consentono al VIP (Vasoactive intestinal peptide, il più potente mediatore chimico dell’eccitazione fisica) di tradurre il desiderio sessuale in risposta fisica genitale (Levin 1992). In quanto legato a fattori ormonali, che si riducono con l’età, il desiderio sessuale tende biologicamente a diminuire in età avanzata. b) Lo stimolo motivazionale affettivo è collegato mediante il ruolo della fantasia al bisogno di attaccamento e di amore. In tale prospettiva, B. Spinoza afferma nell’Etica (1677, 3, 36) che il desiderio è “la tristezza che riguarda la mancanza della cosa che amiamo”. Contribuisce a questo aspetto del desiderio una serie di elementi: l’identità sessuale (identità di genere, di ruolo e di meta sessuale); la qualità delle relazioni affettive precedenti, che incidono sulla capacità di fiducia, di intimità e di abbandono; le motivazioni non sessuali al comportamento sessuale (ansia, sentimento di solitudine, abitudine, esigenza di confermare la propria identità o dimostrarsi la propria normalità, bisogno di umiliare o essere umiliati, di ottenere vantaggi: sentimenti, emozioni e motivazioni che inducono un comportamento sessuale senza che vi sia un reale desiderio sessuale fisico). Queste variabili sono fondamentali nel modulare la percezione del piacere e del dolore sessuale e anche la qualità stessa della risposta fisica e della soddisfazione a essa legata (Graziottin 1996). Negli aspetti relazionali della componente motivazionale affettiva vanno incluse le dinamiche di coppia, che possono variare notevolmente l’intensità e l’espressione del desiderio, nonché la ‘reale’ desiderabilità del partner: la mancanza di igiene, di cura di sé, di attenzione al proprio essere fisicamente desiderabile, oltre a problemi di salute o sessuali del partner, possono annullare il desiderio del soggetto, anche in presenza di un buon legame affettivo. c) Lo stimolo cognitivo a mettere in atto un comportamento sessuale si fonda sul concetto che un individuo ha di ciò che ci si aspetta da lui e dei rischi connessi allo stesso comportamento sessuale. Si tratta di un meccanismo basato sull’analisi e sul controllo dei fattori che inducono il comportamento sessuale e di quelli che lo sconsigliano. Proprio perché evolutivamente tardivo, quest’ultimo aspetto è il più vulnerabile all’irrompere (acting-out) dei fattori istintuali e affettivi. Costituiscono un esempio gli incontri ad alto rischio di trasmissione di malattie indotte per via sessuale, in cui l’irruzione istintuale scardina il comportamento di evitamento, e quindi protettivo, coerente con la valutazione cognitiva del rischio. Di conseguenza il soggetto assume comportamenti obiettivamente pericolosi, dei quali è consapevole ma che, tuttavia, è incapace di modificare. Si deve tener conto anche del fatto che rischio e trasgressione sono tra i più potenti afrodisiaci di tipo cognitivo-motivazionale dell’eros umano: essi attivano, infatti, le motivazioni antiomeostatiche del desiderio e del comportamento sessuale, caratterizzate dalla rottura degli equilibri precedenti e tipiche degli atteggiamenti ‘esplorativi’, che sono volti alla ricerca di stimoli nuovi, di piacere, di una diversa conoscenza di sé. Oltre che nelle sue valenze motivazionali, il desiderio sessuale può essere analizzato nelle sue dimensioni comunicative. Esso definisce infatti la dinamica appetitiva che idealmente unisce il soggetto all’oggetto di desiderio. L’atto di desiderare può avere molteplici significati per il suo oggetto: può essere una conferma di identità e di valore per l’altro; può connotarsi con invasività simbolica, emotiva o fisica, alimentando comportamenti socialmente ed eticamente inaccettabili, quali molestie o abusi di tipo corporale e psicologico; può negare il valore dell’altro, privando la relazione di un segnale forte di coesione. La natura dell’oggetto di desiderio e i modi con cui l’immaginario erotico ‘veste’ il desiderio stesso ci danno ulteriori informazioni su eventuali patologie del desiderio, quali per es. le perversioni sessuali. La valutazione del desiderio sessuale, e dei disturbi relativi alle sue variazioni in eccesso o in difetto, deve quindi tener conto di tutte le componenti. La prospettiva psicoanalitica lacaniana e socioanalitica Partendo dall’ipotesi freudiana e dalla sua abbondanza semantica, J. Lacan (1966) coglie la dimensione desiderante nella mancanza che il bambino prova una volta separato dalla madre, e colloca tale dimensione tra il bisogno e la domanda. Mentre il bisogno mira a un oggetto specifico e si soddisfa con esso, e la domanda esige anche un riconoscimento di ‘direzione’, rivolgendosi sempre all’altro, il desiderio cerca di imporsi senza tenere conto dell’altro. È proprio la nozione di altro che consente a Lacan la riformulazione della nozione di desiderio, chiaramente mediata dalla dialettica hegeliana servo-padrone. Il desiderio dell’uno, dice Lacan, trova il suo senso nel desiderio dell’altro; ciò permette di mantenere la distinzione tra il bisogno che è conscio, e il desiderio, enunciato nel sogno e nel sintomo, che è inconscio, per cui il bisogno si ‘soddisfa’ mentre il desiderio si ‘realizza’ compatibilmente con le difese dell’Io (spostamento, condensazione, sostituzione), che tendono a renderlo irriconoscibile. La dialettica lacaniana del desiderio trova la sua espressione nel linguaggio, la cui prima manifestazione è nel desiderio di sapere: l’altro, non è l’altro in carne ed ossa, ma è l’Altro, l’universo linguistico in cui il desiderio, per esprimersi, si deve inserire. In un diverso ordine di prospettive, W. Reich (1933) e H. Marcuse (1955) sviluppano un’analisi sociale del desiderio in chiave pseudomarxista, mentre G. Deleuze insieme a F. Guattari (1972), in polemica con l’analisi di Reich e Marcuse, e con Freud stesso, concepiscono il desiderio come una ‘macchina desiderante’, analoga alla macchina del lavoro, rimossa dalla repressione sociale per il timore del carattere rivoluzionario e sovversivo del desiderio. 

BIBL.: s. abraham et al., Psiconeuroendocrinologia del piacere, Milano, Masson, 1986; g. deleuze, f. guattari, L’anti-Oedipe, Paris, Éditions de Minuit, 1972 (trad. it. Torino, Einaudi, 1975); f. dolto, Au jeu du désir, Paris, Éditions du Seuil, 1981 (trad. it. Milano, Mondadori, 1994); s. freud, Psychoanalyse und Libidotheorie [1923], in id., Gesammelte Werke, 13° vol., London, Imago, 1940, pp. 211-33 (trad. it. in id., Opere, 9° vol., Torino, Boringhieri, 1977, pp. 439-62); g.o. gabbard, Psychodynamic psychiatry in clinical practice, Washington, American Psychiatric Press, 1990 (trad. it. Milano, Cortina, 1995); a. graziottin, Libido, in The yearbook of the Royal college of obstetrics and gynecologists 1996, ed. J. Studd, London, RGOC Press, Parthenon Publishing, 1996, pp. 235-41; c.g. jung, Über die Energetik der Seele [1928], in id., Gesammelte Werke, Olten und Freiburg im Breisgau, Walter, 1971, pp. 1-75 (trad. it. in id., Opere, 8° vol., Torino, Boringhieri, 1976, pp. 11-77); h.s. kaplan, Disorders of sexual desire, New York, Simon & Schuster, 1979 (trad. it. Milano, Mondadori, 1981); j. lacan, Écrits, Paris, Éditions du Seuil, 1966 (trad. it. Torino, Einaudi, 1974); r.j. levin, The mechanisms of human female sexual arousal, “Annual Review of Sexuological Re-search”, 1992, 3, pp. 1-48; id., Human male sexuality: appetite and arousal, desire and drive, in Human appetite: neural and behavioural bases, ed. C. Legg, D. Boott, Oxford, Oxford University Press, 1994, pp. 127-64; a. lowen, Pleasure, a creative approach to life, New York, Coward-McCann, 1970 (trad. it. Roma, Astrolabio, 1984); h. marcuse, Eros and civilization, Boston, Beacon, 1955 (trad. it. Torino, Einaudi, 1968); j. mcdougall, The many faces of eros, New York, Norton, 1995 (trad. it. Milano, Cortina, 1997); j.g. pfaus, b.j. everitt, The psychopharmacology of sexual behaviour, in F.E. Bloom, D.J. Kupfer, Psychopharmacology, New York, Raven Press, 1995, pp. 743-58; w. reich, Die Massenpsychologie des Faschismus, manoscritto, 1933 (trad. it. Milano, SugarCo, 1974).

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Comportamento Crescita personale Gestione dello stress Psicologia

COVID-19: far fronte allo stress in casa e in famiglia

In un’emergenza come quella che stiamo vivendo in seguito alla pandemia di COVID-19, la paura della situazione nuova, inattesa e potenzialmente dannosa per la salute nostra e per quella dei nostri famigliari e la necessità di una condizione di isolamento sociale comportano una inevitabile sensazione di perdita di controllo, innescando reazioni di stress. D’altra parte ottenere informazioni chiare e seguire le raccomandazioni può aiutare a recuperare il controllo sulle circostanze della nostra vita, aumentando la nostra capacità di reagire positivamente, e riducendo l’ansia e l’angoscia che si accompagnano all’incertezza di una situazione in continua evoluzione.

Il 6 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha divulgato alcuni consigli da seguire per gestire lo stress associato alla emergenza sanitaria globale del COVID-19 che ha sintetizzato in due infografiche. A partire da quei documenti ecco un approfondimento sui comportamenti consigliati per gestire lo stress e mitigare l’ansia, rivolto alle persone confinate in casa e in particolare ai genitori di bambini da zero a tre anni.

Che cosa possiamo fare per evitare che la paura si trasformi in angoscia?

Di fronte al pericolo la paura è nostra amica: nel corso della propria storia, senza la paura la specie umana probabilmente si sarebbe estinta, sopraffatta dal pericolo. Ma se la paura diventa eccessiva ci rende vulnerabili. Seguire i consigli che ci vengono dati è un modo per riconoscere il ruolo della paura, senza farsi sopraffare. Tristezza, angoscia, perfino panico, sono risposte emotive comprensibili, ma che scaturiscono da valutazioni poco realistiche. I pensieri catastrofici spesso ci assalgono quando siamo più vulnerabili, come nei momenti di inattività o durante la notte. Possiamo considerarli una sorta di “bugie” prodotte dal nostro cervello, di fronte alle quali non sempre la nostra ragione riesce ad avere la meglio. Quando una minaccia è visibile, d’istinto siamo portati a scappare, e più ci allontaniamo più la paura diminuisce. In questo caso la minaccia è invisibile e dunque fuggire è impossibile: non sapremmo in quale direzione andare. Non ci rimane che allontanare il più possibile la minaccia da noi. In che modo? Mettendo in atto quei comportamenti virtuosi che sentiamo ripetere ogni giorno: stare il più possibile in casa, mantenere una distanza di sicurezza dagli altri, lavarsi spesso le mani senza temere di esagerare, limitare i contatti fisici anche tra familiari. Più mettiamo in atto comportamenti di questo tipo, più ci sentiamo protetti, rassicurati, meno ansiosi.

Noi siamo quello che pensiamo. Le nostre reazioni emotive, e quindi il nostro stato di benessere o malessere, dipendono anche dalla nostra percezione e immaginazione. È facile capire quindi che, per stare bene, dobbiamo dirottare il pensiero su cose che ci diano piacere, distrarre la mente impegnandoci in attività concrete che ci appassionano: leggere, parlare, cucinare, curare le piante, occuparci degli animali domestici, videochiamare parenti e amici.

Attenzione all’autosuggestione

Quando si è in uno stato di allerta e magari anche in una condizione di deprivazione sensoriale per noia o mancanza di idee, potremmo essere più soggetti a ingigantire le normali sensazioni e a metter in atto reazioni sproporzionate e inopportune. La difficoltà è capire se stiamo esagerando. Proviamo allora a chiederci che cosa penseremmo se quella sensazione o quel comportamento venisse espresso da un nostro famigliare (moglie, marito, figlio). Di solito questo re-indirizzamento ci pone in una posizione di maggiore obiettività e maggiore razionalità. In questa posizione, potremo immaginare quale nostro intervento sarebbe efficace nel rassicurare la persona cara. E questo potrebbe aiutarci a trovare una strada per auto-rassicurarci e abbassare i livelli di ansia. 

Devo stare in casa, come faccio a far passare il tempo?

Riflettiamo che oggi dobbiamo restare in casa, ma avendo comunque il mondo di fuori a portata di mano, con la possibilità di parlare con chi vogliamo, di leggere ciò che ci interessa, di guardare ciò che ci piace, persino andare per negozi virtuali a fare shopping. Insomma, tutte le numerose opzioni messe a disposizione dalla nostra tecnologia. Ma ci sono anche altre possibilità: riscoprire il piacere del clima familiare, reimpostare la routine quotidiana su ritmi più lenti e piacevoli, condividere attività, rispolverare giochi di quando eravamo più poveri di tecnologia. 

Per chi ha la fortuna di possedere un giardino o un terrazzo con piante, fare giardinaggio o ridisegnare lo spazio ha un forte potere rilassante. Può bastare anche il davanzale di una finestra per rilassarsi coltivando piante aromatiche da usare in cucina. Anche avere animali domestici a cui dedicarsi, può essere d’aiuto: la relazione con un animale è spesso appagante tanto quanto la relazione con altri esseri umani. Infine, continuare a svolgere attività motoria anche in casa è importante per mantenere la salute, sia fisica, sia mentale. 

Suggerimenti per mamma e papà con neonati e bimbi piccoli

“Se hai cura del tuo benessere psico-fisico, hai contemporaneamente cura del tuo bambino”

In questo periodo di isolamento forzato, anche alle mamme e ai papà che hanno neonati e bambini molto piccoli è stato chiesto di cambiare il proprio stile di vita e di restare a casa insieme ai più piccoli. È un tempo che viene regalato, del quale si può approfittare per godere della presenza dei nostri cari e scoprirli in una quotidianità inusuale. 

Può accadere anche che questo periodo riveli la nostra vulnerabilità e tante paure e ansie che sono tipiche di una neo mamma o neo papà emergano in modo esagerato e incontrollato. Potrebbe capitare di sentirsi tristi, stressati o confusi o potrebbe capitare di avere paura di non riuscire a proteggere i propri piccoli. Ecco allora qualche suggerimento per le mamme e i papà con un neonato:

  • mettiamo il bambino sulla pancia e ascoltiamo una bella musica rilassante e mentre coccoliamo il nostro bimbo cerchiamo di respirare lentamente: ci rilasseremo entrambi 
  • cerchiamo di fare lunghe docce rilassanti ed esercizi di respirazione, soprattutto la sera prima di andare a dormire 
  • prendiamoci cinque minuti, chiudiamo gli occhi e concediamoci una vacanza mentale dove vogliamo 
  • se possibile trascorriamo qualche momento all’aria aperta con il bimbo
  • prolunghiamo il momento del cambio pannolino con un piacevole massaggio al nostro bambino 
  • non abbiamo paura di non trovare attività stimolanti per i nostri figli: la relazione con noi è ciò che li appaga di più
  • cerchiamo di prenderci piccoli spazi per noi quando il bambino dorme: leggiamo un buon libro, occupiamoci di noi, cerchiamo di dormire a nostra volta o anche solo di riposare 
  • abbiamo cura del nostro aspetto: vestiamoci bene, dedichiamo del tempo al trucco
  • ascoltiamo buona musica
  • balliamo con in braccio il nostro bimbo
  • cerchiamo di seguire una corretta alimentazione, con cibi naturali e freschi
  • non trascuriamo le nostre esigenze: nostro figlio è importante, ma prima ci siamo noi. Se non stiamo bene, il piccolo potrebbe soffrirne e noi sentirci peggio
  • utilizziamo registrazioni con i suoni della natura, da ascoltare mentre facciamo addormentare il bambino
  • non sentiamoci colpevoli dei sentimenti di inadeguatezza che potremmo provare, i pensieri negativi si possono cambiare e non ci impediranno di essere una brava madre o un bravo papà 
  • lasciamo al nostro partner momenti esclusivi col bimbo
  • se abbiamo delle preoccupazioni cerchiamo di limitarle a un solo momento nell’arco della giornata: quindici minuti quando il bimbo dorme. Può aiutare prenderne nota per iscritto.
  • ricordiamoci che questa situazione d’emergenza è passeggera 
  • manteniamo un pensiero basato sulla realtà 
  • non prendiamo qualsiasi sintomo fisico come un segnale di una malattia più grave 
  • asserviamo i nostri bimbi per scoprire quali progressi stanno facendo.

Ed ecco qualche suggerimento per mamme e papà con un bimbo di 1-3 anni:

  • cerchiamo di dare una struttura regolare alla giornata
  • se il bimbo gattona o ha iniziato a camminare favoriamo queste attività estremamente gratificanti per lui 
  • se possibile, passiamo del tempo insieme all’aria aperta 
  • alterniamo attività movimentate (come lotta con i cuscini, ginnastica per terra, ballare insieme) ad attività più rilassanti (un disegno, le costruzioni, la lettura di fiabe), a momenti in cui non offriamo alcuna stimolazione ma incoraggiamo la sua autonomia
  • facciamo insieme biscotti e torte o un lavoretto: lasciamo che ci aiuti in semplici attività 
  • osserviamo il nostro piccolo, cercando di capire quale attività predilige
  • pargliamogli tanto, insegnandogli nuove parole 
  • coinvolgiamo il nostro partner in attività col bimbo
  • facciamo chiamate e videochiamate con parenti e amici.

Se ci sentiamo comunque tristi e scoraggiati e pensiamo di avere bisogno di aiuto, non esitiamo a chiederlo, rivolgendoci al medico curante e al pediatra.

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Apprendimento Crescita personale Meditazione Psicologia

Le meditazione può influire sul rendimento scolastico: bastano pochi minuti per vedere i primi risultati

Studiare è una delle attività più amate e odiate: per molti, soprattutto i più giovani, è per lo più inutile e noiosa, per altri è il sale dell’esistenza intellettuale di un individuo.

Per entrambe queste categorie di persone esiste uno strumento efficacissimo che aiuterà i primi a ottimizzare gli sforzi e i secondi ad avere una mente sempre pronta e attiva: la meditazione.

Fare meditazione dà una marcia in più: è dimostrato!

Come sempre, oltreoceano, da questo punto di vista si è assai più avanti: la meditazione, come lo yoga, è un’attività estremamente diffusa e apprezzata e le ricerche in merito a queste discipline sono molto elaborate.

Eppure la seguente notizia ha trovato ampio spazio sui maggiori giornali mondiali: dal Telegraph all’Huffigton Post (e, per amor del vero, anche sull’italianissima La Stampa) è stato lungamente commentato uno studio della George Mason University e della University of Illinois in merito agli effetti della meditazione su una classe di studenti del college iscritti alla facoltà di psicologia.

Sottoposti a un esame, la differenza di rendimento tra dei ragazzi che avevano praticato qualche minuto di meditazione e i loro colleghi è stata portentosa, tanto da poter stabilire ex ante chi potesse superare il test. Tali benefici sarebbero addirittura più importanti per gli studenti del primo anno che probabilmente hanno qualche difficoltà di concentrazione in più rispetto ai senior.

Spiega Jared Ramsborg, uno dei ricercatori dell’Università dell’Illinois che ha contribuito alla sperimentazione: “Personalmente ho trovato la meditazione in grado di garantirmi maggiore lucidità, concentrazione e autodisciplina. Sono stati sufficienti sei minuti di test per avere dei risultati assai migliori rispetto a chi non aveva praticato la meditazione”.

Gli fa eco Youmans, professore di psicologia: “I risultati di questo test suggeriscono che la meditazione può aiutare coloro che hanno difficoltà nel mantenere l’attenzione”. Almeno teoricamente gli stessi benefici possono avere luogo anche grazie ad altri tipi di auto-riflessione consapevole come la preghiera, una camminata, o il semplice fermarsi a pianificare la propria giornata, eppure gli effetti della meditazione non possono essere trascurati.

Altri studi sui benefici della meditazione per gli studenti

La ricerca di cui sopra è solo l’ultima di una serie di approfondimenti in merito ai benefici di tale pratica. Uno studio dell’Università di Santa Barbara pubblicato a Marzo 2013 sul Journal Psychological Science rendeva noti i benefici della meditazione prima dell’esame orale del GRE, il test cui devono sottoporsi gli studenti per entrare al college. I ricercatori coinvolti nell’esperimento hanno commentato: “Lo studio dimostra che la meditazione è un’efficace tecnica per migliorare le capacità cognitive”.

Spostiamoci un poco e passiamo al mondo dell’arte. È nota la passione per la meditazione trascendentale da parte del famoso regista David Lych: egli ha dato vita a una fondazione no-profit – la David Lynch Foundation For Consciousness – Based Education and Peace – per mezzo della quale ha investito un milione di dollari nell’organizzazione dei corsi di meditazione rivolti agli studenti alla Maharishi University of Management, nello Stato americano dello Iowa.

Proprio da questo centro di studio, ecco l’interessante contributo del professor Fred Travis che da anni conduce delle ricerche in merito ai benefici della meditazione trascendentale.

Un filone di indagine che il professore ha battuto è quello riguardante cambiamenti del cervello durante la meditazione ma, per rimanere fedeli al nostro tema, ha condotto anche degli studi che dimostrano un sensibile miglioramento dell’attività cerebrale e delle capacità linguistiche negli studenti con disturbo dell’attenzionepraticanti la meditazione, tanto a livello di prestazioni scolastiche che di benessere personale in termini di minore ansia e stress.

Ormai le ricerche e i dati che la comunità accademica ha in mano dimostrano che dubitare degli effetti positivi della meditazione non è che un’oziosa chiusura dato che quello di cui in oriente si è consci da millenni ha trovato una sua validità scientifica.

Non importa il tipo di meditazione scelta – ce ne sono moltissimi- perché ognuna porta alla stessa meta: riuscire ad acquietare il chiacchiericcio della mente per trovare il proprio tempio interiore. Un luogo dove regna il silenzio e la pace la cui ricerca è un affascinante viaggio che dura una vita intera.

Meditare, sì, ma come?

Di seguito, vedi anche il video dell’intervista dove il prof. Travis spiega cosa avviene al cervello durante la meditazione

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Comunicazione

Cos’è davvero l’ascolto attivo?

Ascoltare Attivamente. Detto cosi sembra intuitivo, suggerisce l’idea di un ascolto attento. Sicuramente è cosi ma non solo. Significa ascoltare con l’intenzione di capire cosa il nostro interlocutore ci sta comunicando. Anche questo puo’ sembrare una operazione ovvia o banale ma non lo è. Ascoltare per capire significa sospendere il giudizio sull’interlocutore e su quel che ci sta dicendo. Ne siamo capaci? In potenza si, ma l’ascolto attivo prevede un profondo lavoro su se stessi per predisporsi alla comprensione del messaggio del nostro interlocutore e di esso stesso. La maggior parte delle volte la nostra mente vola alla ricerca del “punto” prima ancora che ci sia stato detto. Mentre il nostro partner, collega, amico, genitore, o cliente o estraneo ci parla, Il nostro “Sistema 1” ovvero quella parte del nostro sistema cognitivo che si occupa automaticamente, istantaneamente ed indipendentemente dalla nostra volontà, galoppa alla ricerca di una spiegazione veloce, facile e congruente, riconducendo l’oggetto della comunicazione in entrata alla cosa piu simile che abbiamo esperito direttamente o indirettamente nella nostra vita. Poco importa se nel nostro archivio non c’è una risposta pertinente. il nostro sistema cognitivo involontario ne trova una, e la fa andare bene. Quindi cosa possiamo fare per ascoltare per capire? per ascoltare davvero? Provo a sintetizzare in pochi punti alcuni suggerimenti:

  • Sospendere l’affermazione del proprio Ego. “Si ma io…, Anche Io ho fatto questo… Io pero’… etc”. Mettiamolo a riposo il nostro Ego che scalpita ad ogni affermazione del nostro interlocutore
  • Spegniamo il Giudizio sul nostro interlocutore dice e su di lui. Anche se non la pensiamo come lui, anche se non si veste come piace a noi o come noi pensiamo che sarebbe giusto in quell’occasione. Mettiamo da parte la classifica che facciamo quasi senza accorgercene tra noi e gli altri. Per ascoltare e capire davvero dobbiamo togliere ogni ostacolo e barriera tra noi e la persona con la quale dialoghiamo. Chiunque esso sia.
  • Ci vuole Pazienza. Con la P maiuscola. Lasciamo il tempo necessario alla persona che ci sta di fronte di esprimersi. Anche quando non è rapido e preciso. Non dobbiamo simulare pazienza scalpitando ad ogni pausa o ticchettio del nostro orologio. Per ascoltare e capire dobbiamo spalancare le porte della nostra mente e della nostra attenzione per ricevere un messaggio. Non solo per questo. Ma anche per sintonizzarci sulla lunghezza d’onda di chi ci parla.
  • Empatia. Assumiamo il punto emotivo di chi ci parla. Gioiamo con lui. Soffriamo con lui. Autenticamente. Empatia significa comprensione. Lasciamo che i nostri neuroni specchio risplendano delle emozioni che il nostro interlocutore sta provando. Saranno una chiave di decodifica della complessità del messaggio che stiamo ricevendo.
  • La macchina del tempo. Lasciamo perdere il passato e il futuro. Concentriamoci sul presente e solo sul presente. Pensare a cosa è accaduto e a cosa potrebbe accadere ci distrae e ci impone di attivare il blocco dei giudizi. Qui ed Ora. Non serve altro.
  • Generosità. Per ascoltare e capire dobbiamo essere generosi, donare tempo, con interesse e pazienza. Non dobbiamo risparmiarci.
  • Gentilezza. A volte associamo la gentilezza alla debolezza. Nulla di più fuorviante. Un atteggiamento gentile ci pone nel giusto stato d’animo per l’ascolto attivo. Comunica al nostro interlocutore che gli dedicheremo la nostra attenzione ed il nostro tempo valorizzando quello che ha da dirci.

Sembra difficilissimo vero? forse all’inizio. Ma come in ogni attività importante è necessario avere la mentalità del principiante. Mettersi nella condizione di cominciare con curiosità ed entusiasmo. I risultati non tarderanno ad arrivare.

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Psicologia

Cos’è la dissonanza cognitiva?

Vi è mai capitato di pensare una cosa e poi farne un’altra senza rendervi conto di avere due idee incompatibili? Situazioni di questo tipo vi causano tensione o malessere? Si chiama dissonanza cognitiva. 

Che cos’è la dissonanza cognitiva?

In psicologia la dissonanza cognitiva è definita come la tensione o il disagio che proviamo quando abbiamo due idee opposte e incompatibili o quando le nostre credenze non corrispondono a quello che facciamo.

Cosa facciamo di fronte alla dissonanza cognitiva?

Quando proviamo tensione o disagio di fronte all’esistenza di due idee incompatibili, cerchiamo di eliminare o di evitare la situazione scomoda e le informazioni che possono alimentarla. Cerchiamo, quindi, di ridurre la dissonanza. Per fare questo, ci sono diversi modi, come cambiare comportamento o atteggiamento, cambiare l’ambiente o aggiungere nuove informazioni e conoscenze. Così, scopriremo che tutti siamo caduti nella dissonanza cognitiva. Ad esempio, quando non andate in palestra anche se è un impegno settimanale, quando mangiate cioccolato anche se state seguendo una dieta, quando desiderate qualcosa e non potete ottenerla, allora la criticate, sottovalutandola, quando fumate una sigaretta anche se il vostro medico l’ha proibito o quando avete comprato qualcosa che non risponde alle vostre aspettative. Il fatto di non andare in palestra va contro il desiderio di “perdere i chili di troppo” o quello di “condurre una vita sana”. Ormai non siete andati in palestra, quindi cos’è più semplice, cambiare qualcosa che avete fatto in passato, cambiare un’abitudine o cambiare ciò in cui credete?

L’opzione più semplice è l’ultima. Aggiungete nuove credenze, cambiando quelle che già avete o togliendo loro importanza per eliminare l’incoerenza. “Se uno va in palestra, si nota dopo un po’ di tempo, non succede nulla se non sono andato una volta”, “Per una volta, non cambia niente”, “Andrò la settimana prossima”. Potete cambiare le vostre credenze in molti modi, mantenendo il vostro obiettivo finale, ovvero quello di dare valore all’opzione scelta rispetto all’alternativa scartata. Lo stesso discorso vale per gli altri esempi.

Prima agisco, poi mi giustifico

Come potete vedere, la dissonanza cognitiva spiega la tendenza all’autogiustificazione. L’ansia e la tensione legate alla possibilità di aver preso una decisione sbagliata o di aver fatto qualcosa nel modo scorretto possono portarci ad inventare nuovi motivi o giustificazioni per appoggiare la nostra decisione o azione. Allo stesso tempo non sopportiamo due pensieri contraddittori o incompatibili, quindi giustifichiamo la contraddizione anche con nuove idee assurde. Bisogna sottolineare che la dissonanza cognitiva si verifica quando abbiamo libertà di scelta per quanto riguarda il modo di agire. Se ci obbligano a fare qualcosa contro la nostra volontà, non c’è questa tensione. Anche se convincerci che siamo stati obbligati può servire da autogiustificazione per ridurre il malessere.

Ma è un male ridurre la dissonanza?

All’inizio no, perché è un meccanismo che inneschiamo per il nostro benessere. L’importante è essere consapevoli che lo si sta utilizzando per non cadere nell’autoinganno. Ad esempio, nel caso di una rottura con il partner o di un amore non corrisposto, ci giustifichiamo dicendo “Sapevo che non avrebbe funzionato”, “Non ne valeva la pena”, “Non era come pensavo”, quando dentro di noi proviamo dolore ed è difficile ammetterlo. Questo meccanismo si osserva anche nelle persone con poca autostima, sono infatti persone che non si amano molto e mentono a se stesse per nascondere quelle che considerano debolezze, creando così delle corazze e maschere che non fanno trasparire quello che provano davvero. E cosa succede? Succede che gli altri le trattano come pensano che siano, in base, cioè, alla maschera che indossano. Di conseguenza, si sentiranno incomprese. Per questo è molto importante sapere che si sta utilizzando il meccanismo della dissonanza cognitiva, per non arrivare all’autoinganno, alle critiche e alle bugie.